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Nel circo di Paolo Ventura

Nel circo di Paolo Ventura

La strada sale tra i boschi dei Monti Rognosi. Piove e nonostante le marce ridotte la macchina fatica. Domanda dal sedile accanto: «Ma non è pericoloso?». Risposta: «No, non c’è nessuno». E in un attimo, prima di arrivare a un gruppo di casali seicenteschi nascosti dagli alberi, prima di riconoscere nel nome della località Spellino la radice sperling, lancia in longobardo, e accorgersi che il borgo è nato su un antichissimo cimitero, prima ancora di contemplare il panorama che dall’alto sfiora le cime delle montagne e tra le nuvole si apre sulla piana di Anghiari, capiamo che la solitudine qui non è una minaccia, ma è una condizione felice. Una risorsa, un rifugio, cercato fin dall’infanzia.

Ed è qui, tra querce secolari e prati percorsi da lupi e cinghiali, che Paolo Ventura, fotografo artista narratore drammaturgo tutto questo insieme (è in uscita su di lui un libro edito da Aperture e pubblicato in Italia da Postcart; mentre in Spagna, nella Sala Municipal de Exposiciones de San Benito di Valladolid, è in corso la mostra Paolo Ventura. Obras de la Colección Cotroneo, Roma), 48 anni, una moglie e un glio amatissimi, ha creato molte delle storie che lo hanno reso famoso in Europa e in America, e non ultime anche le scenografie de I Pagliacci, composti da Ruggero Leoncavallo nel 1892, in scena dal prossimo 11 gennaio al Teatro Regio di Torino per la regia di Gabriele Lavia. I pagliacci, il circo, le piazze di periferia, un’Italia che dall’Ottocento sembra muoversi tra commedia, farsa e tragedia di guerra, sono i temi su cui Paolo Ventura riflette e lavora da tempo. Per sentire quanto sia intimo il legame tra storia e autobiografia, tra realtà e racconto, l’artista ci permette di assistere, privilegio raro, alla sua trasformazione, al divenire lui stesso personaggio, un clown: «E non dimentichiamo che per I Pagliacci Leoncavallo si era ispirato a un fatto di cronaca, un delitto passionale, realmente accaduto in Calabria quando era bambino, di cui suo padre, magistrato, aveva seguito il processo», precisa Ventura.

Saliamo pochi gradini di pietra, apriamo la porta dello studio, protetta come voleva la fede contadina da una croce di legno, e su un tavolo appaiono gli elementi primari del “gran teatro del mondo”, quelle case di legno e cartone che Ventura realizza, dipinge, fotografa e ridipinge sullo scatto fotografico aggiungendo o togliendo dettagli. Sul muro è appeso il fondale di una città, nei colori di fine inverno come esige il libretto dell’opera, scritto dallo stesso Leoncavallo. Sopra il camino sono allineati alcuni solidi di legno, una vecchia Leica, un corvo impagliato, un album di disegni di Primo, dieci anni, figlio di Paolo, quindi una scatola di latta rossa, perché il rosso, dalle piume di un cardellino al trucco sul naso, al sangue di un soldato, squillante in una palette di grigi e di beige, è il colore della realtà: qui si recita, si vive e si muore veramente. Ancora un attimo, Ventura si trucca le guance di carminio, ba a pennello nero, una vecchia camicia, un cappello, un papillon, una tromba che annuncia l’arrivo del circo. Autoritratto nelle vesti di Tonio, uno dei protagonisti de I Pagliacci, che all’inizio dell’opera si presenta a proscenio, sipario chiuso, e a nome dell’autore chiede al pubblico: “Si può? Si può?”.

«Si può andare al circo?», chiedevano da bambini Paolo e suo fratello gemello Andrea, oggi pittore, alla nonna Giulia, montanara di Belluno, emigrata a Milano. «Abitavamo in Via Domenichino, zona Fiera, e appena oltre Piazzale Lotto, a metà degli anni 70, iniziavano i campi. Lì, in quel morire inesorabile della città nella campagna, a Natale, freddo, nebbia, arrivava il circo. Non di quelli importanti, uno povero, il tendone a rappezzi, niente animali feroci, un cavallo e un somaro al massimo. Ma io amavo moltissimo quel mondo e sentivo quanto fosse strano il destino di quella gente che non sembrava appartenere a nessuno, ma vagava in una precarietà costante, come sulla corda del funambolo. Ricordo tutto esattamente, se chiudo gli occhi sono di nuovo là». Quando li riapre Paolo Ventura è seduto su uno sgabello davanti al fondale, in posa, una sicurezza negli occhi che s da l’obiettivo e incute timore. Una consapevolezza cui il “personaggio Ventura”, pagliaccio, soldato, mago, cacciatore e giocoliere come vogliono le sue sceneggiature, è arrivato per gradi, quasi sempre in con itto, ieri glio di uno dei più famosi illustratori per l’infanzia, Piero Ventura, quindi studente dell’Accademia di Brera, fotografo di moda negli anni 80 tra Milano e New York, e infine, stanco dei limiti stessi della fotografia, fotografo “illusionista”:

«Volevo fotografare quello che avevo in mente, con la stessa libertà con cui mio padre e mio fratello si mettevano davanti a un foglio bianco e iniziavano a dipingere». Nascono così le famose Short Stories, esposte all’inizio del 2000 in una galleria di Chelsea (e a gennaio verranno riallestite nella Galleria del Cembalo a Roma). Il regista Rod Ashford le vede e si appunta il nome dell’autore. Quando nel 2015 sta per allestire Carousel, capolavoro di Broadway, si ricorda del fotografo italiano e lo chiama. Sul palcoscenico Ventura cambia tutto. A partire dal luogo dell’azione, non più il New England, come vuole la vicenda, ma la Maremma, ed è un successo strepitoso. Non più Montalto, paesino ottocentesco della Calabria, ma un’indenita periferia dell’Italia del nord, all’inizio del secondo dopoguerra. E questi sono I Pagliacci, storia di una piccola compagnia itinerante, composta dal capocomico Canio, dalla moglie Nedda, e dai due commedianti Tonio e Beppe. Un atto unico, quanto basta per seguire l’amore di Nedda per il giovane Silvio, e assistere a una commedia di repertorio che mescolandosi alla realtà diventa dramma di gelosia. Sui bozzetti, pubblicati in esclusiva da Icon Design, Paolo Ventura ha disegnato un muro grigio che nella nzione divide il palcoscenico in due. Una breccia lascia intuire un paesaggio al di là, chiuso nel fondo da una casa di periferia. Sul fronte della scena, il muro reca una scritta di cui si leggono le ultime due sillabe, “cere”, memoria di quel “VINCERE”, che risuonava falso in ogni piazza già prima della guerra. Chi sono dunque questi pagliacci? Girovaghi e senza meta, vestiti di povere cose – Ventura ha realizzato anche i costumi, di nuovo “dipingendoseli addosso” – nati perdenti e destinati a non raggiungere mai il centro della città e del suo potere. Pagliacci come uomini in balia della paura, della violenza e del disperato desiderio di vivere. Canio ucciderà Nedda e poi Silvio, e li ucciderà in scena, e da capocomico esclamerà al pubblico che “la commedia è finita”. Cala il sipario e sulle montagne della Toscana le nuvole tornano a promettere pioggia. Un serpentello si è in lato sotto la porta di casa, «capita» sorride Ventura. Quando la solitudine non fa paura, non fa paura nulla.