Ilaria Termolino, curatrice e guida turistica, insieme a Federico Clapis, pittore, scrittore e performer - Credits: Ph. Stefano Veragari
Nuova SEAT Ibiza, city car spagnola ad alto tasso di creatività. - Credits: Ph. Stefano Veragari
Un'opera esposta presso la Blue Project Foundation - Credits: Ph. Stefano Veragari
Un'opera esposta presso Espronceda - Credits: Ph. Stefano Veragari
Un'opera esposta presso Espronceda - Credits: Ph. Stefano Veragari
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BlueProject Foundation ed Espronceda: arte a 360 gradi

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Curatrice d’arte ma anche guida turistica. Ilaria Termolino, 29 anni, ama l’arte e la città di Barcellona, dove vive ormai da 3 anni. La sua missione? Raccontare la vera Barcellona attraverso gli angoli meno noti della città presentati con un solido background di studi e conoscenze dell’arte catalana. Perché la città è un vero e proprio museo a cielo aperto. «Lo scopo è lasciare il turista con un’idea ben chiara sulla città e anche sulle differenze tra la nostra cultura e quella spagnola». Ilaria accompagna Federico Clapis alla scoperta di Barcellona a bordo di SEAT Ibiza, la nuova city car spagnola ad alto tasso di creatività. Continua il viaggio di LET’S GO NOW.

Partiamo dall’inizio. Come sei arrivata a Barcellona?  

Sono arrivata a Barcellona casualmente nell’estate del 2009. Avevo 21 anni ed ero in viaggio con due amiche dell’università. Sarà per la magia che si respira nelle strade del centro storico, sarà per l’aria frizzante di una città in continua evoluzione o per le risate di giovani provenienti da ogni angolo del mondo, Barcellona mi ha stregata.  Appena rientrata in Italia, ho fatto domanda per la borsa di studio Erasmus. Vinto il progetto, mi sono trasferita a Barcellona.  Il contatto quotidiano con questa realtà e i corsi all’Università hanno fatto nascere in me un interesse per il Surrealismo catalano. Finito l’Erasmus, per anni ho fatto la pendolare Roma/Barcellona per mandare avanti la ricerca di tesi per la laurea triennale e poi specialistica. Ho iniziato con l’intervistare personaggi del mondo dell’arte legati a Salvador Dalí e a Joan Miró, per poi arrivare a scoprire una corrente artistica post-surrealista quasi sconosciuta in Italia. Il Magicismo.  Affascinata da questa nuova scoperta e dal periodo storico in cui nasce questo movimento, la dittatura franchista, sono riuscita a entrare in contatto con tutti quegli artisti ancora in vita che, legati a questo movimento, hanno prodotto arte in clandestinità. Stimolata dalla costante ricerca di un’impronta lasciata dal Surrealismo catalano nelle generazioni future, ho selezionato sette giovani artisti residenti in Catalogna che, giocando con l’assurdo, la provocazione e la magia creano un mondo immaginario. Evasionistas è un neologismo da me coniato per questi artisti. Ho presentato il progetto in varie gallerie d’arte a Barcellona e dintorni, arrivando così a conoscere spazi espositivi come Espronceda e la Fondazione Blueproject. 

Parliamo di Espronceda, come nasce il progetto? E in cosa consiste?

Il progetto nasce dall’incontro o meglio dall’amicizia tra Elia Sabato, Holger e Henrik Sprengel ai quali si aggiungerà, in un secondo momento, Savina Tarsitano. Due italiani e due gemelli tedeschi, con una condivisa passione per l’arte contemporanea, uniscono le loro forze con lo scopo di creare uno spazio in cui fare incontrare e collaborare artisti provenienti da varie parti del mondo. Spesso, gli artisti tendono a lavorare isolati e ciò può essere una perdita non solo per l’individuo ma per l’intera comunità. Espronceda vuole appunto dimostrare che la condivisione di idee, di creatività, l’unione e il confronto tra diverse culture può dare vita a nuove e sorprendenti forme d’arte. Superando l’individualità dell’artista si promuovere un nuovo modo di creare arte. Un’arte collettiva, un’arte di condivisione.

Blue Project Foundation promuove il lavoro di giovani artisti emergenti. Qui la parola d’ordine è sperimentazione. Che rapporto hai con questo spazio?

La Blueproject Foundation è uno spazio in pieno centro storico aperto sulla strada, dove si è invitati ad entrare per godere dell’arte in un costante dialogo visivo tra interno ed esterno. L'arte contemporanea non resiste ai vecchi schemi si apre al pubblico, fatto anche di non esperti. È proprio questo concetto di apertura che mi affascina e che è un po’ una costante di Barcellona. Oltre la sperimentazione e l’innovazione c’è una voglia di creare spazi dove l’arte non rimanga qualcosa di elitario ma diviene momento di condivisione, di riflessione. Un utile strumento per comprendere la quotidianità.

Curatrice ma anche guida turistica in città, dove fornisci un punto di vista non convenzionale ai visitatori. Quali sono i luoghi a cui sei più legata?

Due anni fa ho unito la mia passione per l’arte a quella per Barcellona. Questo progetto, Barcellonarte, ha lo scopo di presentare ad un pubblico italiano i lati meno conosciuti di questa città. Svelare i segreti di Barcellona perché, quello che dico sempre durante i miei tour, Barcellona non è solo La Rambla. Accompagno i turisti in quelli che sono luoghi emblematici ma poco conosciuti della città: Plaça Sant Felip Neri e i vicoletti del Barrio Gotico sono due esempi. Quest’ultimo, in particolare, sento che mi appartiene, sicuramente perché ci vivo! Ancora rimango stupita, affascinata, quando dal caos della Rambla o di Portal del Angel (la via dello shopping) mi addentro in luoghi nascosti, dove i turisti non arrivano. È come essere catapultata indietro nel tempo. E, se ti stanchi della tranquillità, puoi ritornare al caos.

Barcellona è una città vivace e ricca d’arte. Secondo te che opportunità può offrire ai giovani artisti?

Barcellona, come il resto della Spagna, è uscita dalla dittatura il 21 novembre del 1975. Fino a quell’epoca l’arte era sottoposta a rigida censura. Proprio per aver subito questi limiti imposti dal regime, oggi l’arte è più aperta alle novità e più decisa a rompere schemi e tabù. La cultura in generale viene valorizzata in Catalogna, perché ancora freschi sono i ricordi di quando veniva vietata. I giovani artisti con idee brillanti troveranno sempre uno spazio culturale, una curatrice, un progetto pronto ad accoglierli. Non è il paese dei balocchi: ci vuole sempre molta determinazione, pazienza e coraggio.

Un progetto nel cassetto?

Il mio sogno nel cassetto è solo in parte legato a Barcellona. Sento come mia questa città, ma lItalia mi manca. È la mia terra e spero di poter realizzare al più presto il mio progetto. Voglio aprire una galleria darte in Italia, dove poter continuare il dialogo, iniziato nel 2010, tra artisti catalani e lItalia. Non penso sia un caso che in Catalogna siano nati artisti come Antoni Gaudí, Joan Miró, o Salvador Dalí. C’è qualcosa di magico qui, qualcosa che aumenta le potenzialità creative. Inoltre, trovo la collaborazione e lo scambio tra culture diverse motivo di profondo arricchimento personale e professionale.

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