Silvia Brandi, General Manager di IAAC - Institute for advanced architecture of Catalonia - Credits: Ph. Stefano Veragari
Nuova SEAT Ibiza, la city car che guarda al futuro: dal front assist con sistema di riconoscimento pedoni al sistema di riconoscimento della stanchezza. - Credits: Ph. Stefano Veragari
Silvia Brandi, General Manager di IAAC, nsieme a Federico Clapis, pittore, scrittore e performer - Credits: Ph. Stefano Veragari
Roberto Trupiano, tattoo artist, Federico Clapis, pittore, scrittore e performer, Ilaria Termolino, curatrice e storica d'arte, all'interno del Fab Lab di Barcellona - Credits: Ph. Stefano Veragari
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IAAC e Fab Lab, tra ricerca e innovazione

ICON DESIGN PER Seat

Il quartiere Poblenou di Barcellona da antica area industriale negli ultimi anni si è trasformato in epicentro della creatività e base per maker da tutto il mondo. Tra gli altri trova spazio lo IAAC - Institute for advanced architecture of Catalonia, un grande spazio che fa della transdisciplinarietà la sua punta di diamante, accogliendo vari esperti di diversi campi di lavoro. A guidare il progetto è Silvia Brandi, residente a Barcellona da 11 anni. L’abbiamo incontrata in occasione di LET’S GO NOW, nuovo programma televisivo andato in onda su Italia 1 in equilibrio tra arte, food, musica e lifestyle. Il viaggio dell'artista Federico Clapis è a bordo della nuova SEAT Ibiza, la city car che guarda al futuro: dal front assist con sistema di riconoscimento pedoni al sistema di riconoscimento della stanchezza.

Come sei arrivata a Barcellona?  

Sono arrivata a Barcellona 11 anni fa, nel gennaio 2006. Avevo già lavorato un paio di anni come architetto in Italia e al mio arrivo ho avviato una collaborazione con uno studio di architettura che è durata fino al 2012. Dopodiché ho cambiato scenario e iniziato a lavorare presso lo IAAC come coordinatrice accademica per poi occuparmi del marketing e oggi sono General Manager del progetto.

Cos’è e come nasce lo IAAC? E di cosa si occupa l’istituto?

Lo IAAC - Institute for advanced architecture of Catalonia è nato 17 anni fa ed è un centro di educazione, ricerca, progetto e diffusione sull’habitat del 21esimo secolo. Si occupa di investigare gli effetti delle nuove tecnologie e di come hanno cambiato il nostro modo di abitare, di relazionarci e di costruire. La parte di ricerca è legata a partner pubblici, privati e fondi europei, e ha l’obiettivo di comprendere l’utilità della tecnologia nella vita di tutti i giorni. Per quanto riguarda la formazione, offre master internazionali per architetti della durata di un anno o due anni: City & Technology, Advanced Architecture e Advanced Interaction. Inoltre comprende una serie di workshop dedicati ai più piccoli, pensati per avvicinarli alle tecniche di fabbricazioni digitali. A questi si affianca poi il programma Fab Academy a cura dell’università MIT di Boston, il cui obiettivo è insegnare a costruire qualsiasi cosa.

Di cosa si occupa un Fab Lab Barcellona?

Si tratta del più grande e articolato laboratorio di fabbricazione digitale in Europa. Abbiamo all’attivo numerose ricerche volte a indagare le applicazioni della fabbricazione digitale nella scala architettonica. La cosa interessante è che i Fab Lab lavorano in rete, oggigiorno ce ne sono 1200 sparsi in tutto il mondo. E tra l’altro hanno un tasso di incremento che è pari al doppio ogni anni e mezzo, è un fenomeno in continua crescita. Ogni Fab Lab segue una filosofia open source, vale a dire che ogni progetto realizzato viene condiviso affinché si possano scaturire ricerche e divulgare informazioni. Per farlo tutti i Fab Lab usano le stesse macchine, gli stessi software e gli stessi protocolli. Posso disegnare un edificio a Barcellona, adattarlo alle condizioni di Helsinki in termini di orientazione solare, materiale e quant’altro e infine produrlo nel Fab Lab di Helsinki. Lo stesso vale per una sedia, posso immaginarla a Barcellona, adattare il file secondo il tipo di legno locale e produrlo a Nairobi. I laboratori si scambiano file e questo permette sempre di fabbricare in loco. Il progetto più grande che abbiamo realizzato fino ad ora è stata una casa. 

Si parla tanto di stampa 3D: a che punto è questa rivoluzione?

Si stampa in 3D da ormai 10 anni. L’aspetto più rivoluzionario non è tanto la tecnologia quanto l’accessibilità, oggi una stampante costa quanto un microonde. È un elettrodomestico che potremmo usare per scaricare i design da internet e costruire oggetti in autonomia. La stampa 3D è un po’ la punta dell’iceberg, le tecnologie di fabbricazione digitale sono tantissime e alcune per esempio lavorano per sottrazione dei materiali, come le fresatrici o le macchine a taglio laser. Qui nello IAAC usiamo anche molto la fabbricazione robotica, ad esempio chiediamo ai nostri studenti di fabbricare robot in modo autonomo. Qui la tecnologia è intesa come un mezzo. In fase di realizzazione non devo necessariamente sottomettermi ai limiti della macchina, ma posso inventarne una ex novo.

I progetti più interessanti che avete realizzato.

Affrontiamo diverse tematiche. Un progetto molto interessante si chiama Making Sense ed è incentrato sull’uso di sensori utili alla collettività per identificare un problema, come ad esempio i rumori notturni. I cittadini possono usare questi sensori per organizzarsi e proporre delle soluzioni all’amministrazione, una vera citizen partecipation. Lo scorso dicembre abbiamo anche realizzato il primo ponte 3D nel mondo in collaborazione con un’impresa di costruzioni locale. È aperto al pubblico in uno spazio pubblico, si trova a Madrid. L’idea è quella di dimostrare che le tecnologie sono applicabili all’ambito della costruzione. Un altro progetto di rilievo è Minibuilders, che utilizza tre piccoli robot che come termiti stampano e si arrampicano sulla materia che hanno creato superando il limite delle stampanti 3D tradizionali. Le applicazioni sono infinite: abbiamo all’attivo una collaborazione con un ospedale di Barcellona specializzato nella chirurgia dell’aorta, un vaso sanguigno molto delicato da operare. Partendo dalle scansioni in 3D delle vene dei pazienti, tutte diverse tra loro, stampiamo dei modelli in un materiale gommoso che rispecchia la consistenza dell’arteria, così che il chirurgo possa esercitarsi e prepararsi per un’operazione reale senza commettere errori. Quest’ultimo è un esempio che mette l’accento sull’interesse crescente del rapid prototyping, ovvero la creazione di un prototipo in un unico esemplare e in tempi brevi. 

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