Salvatore Benintende, in arte TV BOY, ritratto insieme a una sua opera - Credits: Ph. Stefano Veragari
La nuova SEAT Ibiza, city car dinamica e innovativa, come il mondo della street art. - Credits: Ph. Stefano Veragari
Federico Clapis, il tattoo artist Roberto Trupiano e la curatrice Ilaria Termolino aiutano TV BOY nell'affissione di un'opera in strada - Credits: Ph. Stefano Veragari
L'opera di Tv BOY su un muro di Barcellona - Credits: Ph. Stefano Veragari
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TV BOY e l’universo della Urban Pop Art

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Salvatore Benintende, palermitano trapiantato a Barcellona, in arte TV BOY, è uno dei più importanti esponenti della street art in Italia. I suoi poster colorati di grandi dimensioni hanno fatto il giro del mondo. Salvatore li realizza in studio artigianalmente per poi affiggerli ai muri delle città. Acrilici, pennelli e colla di farina sono le sue armi di battaglia. Insieme a una buona dose di ironia e sarcasmo. Salvatore accompagna l’artista Federico Clapis alla scoperta di Barcellona, a bordo della nuova SEAT Ibiza, nuova city car dinamica e innovativa, come il mondo della street art. Continua il viaggio di LET’S GO NOW.

Da Milano a Barcellona. Che valore hanno per te queste città?

Milano è la città dove mi sono formato. La città dove scoperto i primi graffiti. A 16 anni andavo spesso alla stazione di Cadorna dove erano parcheggiati i treni dipinti dai Lords of Vetra. Lì è nato il mio amore per i graffiti e la street art. E poi Milano è legata al mio percorso di studi, ho frequentato il Politecnico e mi sono laureato in industrial design con una specializzazione in grafica e multimedia. Cosa che ha influito molto anche sulla mia attività futura, al giorno d’oggi l’arte è un settore trasversale dove design, illustrazione e grafica convergono. Barcellona, invece, è una città che ho scelto per seguire la mia attuale moglie, con cui ho da poco avuto una bambina. Quando sono arrivato la città aveva un forte input creativo. Nel 2005 era la mecca della graffiti-art: c’era un’ordinanza municipale molto lassa e il comune lasciava fare i graffiti in tutte le strade, non c’erano sanzioni. Questo mi ha permesso di scoprire un sacco di street artist locali e di innamorami dello stile che io definisco mediterraneo, molto più colorato rispetto alla scena milanese.

Segui molto la quotidianità e gli eventi di cronaca. Da cosa nasce questa tua attenzione?

Ho iniziato stilizzando il personaggio di TV BOY e lavorando molto con manga e comic, poi a un certo punto mi sono stancato perché era diventato un circolo chiuso. Così ho deciso di fare qualcosa che mantenesse comunque il mio spirito, quindi giocare con l’ironia e ragionare sull’attualità. Credo che l’arte con la a maiuscola debba parlare del momento storico in cui è stata prodotta. Se mai una delle mie opere dovesse passare alla storia, ad esempio le ultime con Messi e Ronaldo che si baciano, il Papa e Trump che si baciano, vorrei fosse ricordata perché capace di riflettere un periodo ben definito. Un po’ come il famoso bacio sul muro di Berlino, che poi è diventato il simbolo di un’epoca. Ogni opera parla del periodo in cui è stata prodotta ed è un modo di lasciare un segno nella storia. La street art ha questa forza di parlare a un pubblico così ampio perché è inclusiva, non ci sono limiti di ceto sociale o livello culturale.

Qual è il tuo metodo di lavoro? Ci racconti come nasce una tua opera?

Quando passeggio e arriva l’idea, la segno subito sul bloc notes del telefono. Il mio lavoro comprende una parte di ricerca visiva al computer, immagini che poi vengono manipolate per creare un originale, di solito in bianco e nero, e dare forma alla traccia. Opero combinando diverse discipline: una parte è realizzata al computer, ma prima di fare una stampa o una serigrafia realizzo sempre una tela o un poster. Tutti i miei disegni vengono in qualche modo dalla pittura.

Che significato ha per te esporre un’opera in strada?

La strada ha un modo genuino di avvicinare all’arte e raggiungere un pubblico giovane. È democratica. Poi ci sono i social network, che offrono una possibilità di diffusione enorme dell’opera. Si può realizzare un’opera in una città come Roma o Barcellona, poi grazie alla rete inizia a girare e diffondersi dappertutto. Lavorando in strada però c’è sempre il rischio che l’opera venga smantellata, per questo cerco sempre di documentare il tutto.

E la tela invece? Qual è il valore aggiunto?

Le opere su tela restano e la mostra diventa un’occasione per raccontare una storia più ampia. Solitamente espongo un minimo di venti opere e questa cosa mi consente di creare un filo conduttore. Per me è importante mantenere questa doppia natura perché la strada dà credibilità e la possibilità di stupire accedendo a un pubblico più vasto. Allo stesso modo è importante avere un riconoscimento istituzionale. Non ci vedo nulla di male nel vivere di ciò che si ama fare, anzi ben venga. Soprattutto se i due aspetti riescono a coesistere in modo naturale. Inoltre mi sono accorto che ultimamente le gallerie hanno cominciato ad aprirsi e c’è un po’ più di rispetto, la street art è stata accettata come genere.

Parliamo di ispirazione: quali sono i tuoi autori di riferimento?

Non siamo pagine bianche. Le note in fin dei conti sono sette ed è altamente probabile che qualcuno abbia già fatto prima qualcosa prima di te o che ci sia qualcosa di simile in giro. Mi spiego meglio: prendiamo il bacio tra Lionel Messi e Cristiano Ronaldo che ho realizzato a Barcellona. Qualcuno ha detto che ricordava molto quello tra i due poliziotti di Bansky. Ecco, l’ispirazione arriva in qualche modo da lì, ma arriva anche da Oliviero Toscani e dalle sue opere realizzate per Benetton. Questo per dire che tutte le idee che abbiamo provengono da qualche parte. La cosa importante è perché lo fai, dove lo fai, come lo fai e dove lo porti. E per un artista credo sia fondamentale avere uno stile che lo identifichi, con l’ambizione di dare vita a un’opera che senza essere firmata sia riconoscibile.

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