Milano Design Week

Matteo Cibic e l’arte di sognare

Che il design lo diverta è un fatto abbastanza evidente: i suoi oggetti rispecchiano mondi onirici popolati da creature buffe e antropomorfe, dei piccoli personaggi che dialogano fra loro acquisendo una propria personalità, un corpo e un viso. Un approccio quasi animista del design, frutto di una fervida immaginazione ma anche di una gran voglia di meravigliare. Perché secondo Matteo Cibic, saper sognare è una delle urgenze della società contemporanea, talmente bombardata di immagini e input visivi da non essere più in grado di fantasticare.

Da sempre immerso nel mondo del design (suo zio è il celebre architetto e designer Aldo Cibic), Matteo si è presentato alla Milano Design Week con quattro collaborazioni – Scarlet Splendour, Moret, Warmset e Timberland – oltre ad aver esposto il suo progetto personale, VasoNaso, in una mostra-evento al Foyer Gorani nel design district delle 5vie. Gli abbiamo chiesto di raccontarci qualcosa in più su questi progetti.

Partiamo da VasoNaso: com'è nata l'idea di questa serie di vasi in ceramica dai connotati umani?

Sono per natura un iperattivo, e per questo mi affascinano gli artisti che riescono a fare la stessa cosa per tutta la vita. Un esempio sono i pittori di still life, come Giorgio Morandi. Per 40 anni ha dipinto vasi e bottiglie, ed erano proprio loro i suoi personaggi: ogni quadro era un teatrino in cui veniva inscenato uno spettacolo. Ho una concezione zoomorfa e antropomorfa di tutto quello che mi circonda: fin dall'inizio dei tempi, l'uomo ha ricondotto quello che vedeva a una figura umana o animalesca. Questo succede da sempre: gli antichi immaginavano visi e corpi nei sassi, mentre noi creiamo robot a nostra immagine e somiglianza. Da qui l'idea di VasoNaso: una serie di vasi in ceramica a immagine umana, che stimola la mente a vedere quello che vuole. Quelli di VasoNaso sono personaggi che interagiscono tra loro, dei piccoli attori. Ne ho realizzato uno al giorno per tutto il 2016, a oggi ne sono rimasti 43 invenduti. Per la mostra al Foyer Gorani ne ho creati altri 100, oltre ad aver esposto gli schizzi e i disegni del progetto.

Guardando ai tuoi lavori, sembra che l'aspetto ludico sia fondamentale. E soprattutto, sembra che tu ti diverta un sacco!

Esattamente. Mi occupo di design fondamentalmente per divertirmi. Amo soprattutto mischiare varie tecniche di produzione, creando oggetti irriproducibili poiché frutto del lavoro e dell'esperienza di diversi artigiani. Sono proprio questi passaggi a infondere un'energia positiva ai miei oggetti, a dargli un'anima. Per quanto riguarda l'aspetto ludico e onirico delle mie opere, credo che ci sia un gran bisogno di positività, di sognare e di tornare a “vedere” attraverso la propria immaginazione. Mi piace pensare di creare oggetti per la meraviglia di chi li osserva. Siamo narcotizzati da Instagram, pinterest e via dicendo. E di tutte queste immagini, spesso non ci rimane in testa nulla: è questo il paradosso della nostra epoca.

Ti senti influenzato da questo bombardamento di immagini?

Nel mondo del design abbiamo tutti gli stessi stimoli: Pinterest e Instagram in primis, ma anche magazine come Dezeen e lo stesso Google. Io cerco di non accedere a questi strumenti facendo altro. Trovo grande ispirazione nei musei e nelle biblioteche più strambe: musei etnografici, di arts & crafts o dedicati ai materiali più disparati. Ma soprattutto, mi diverte moltissime andare alle fiere. Fiere di qualsiasi cosa: dalle macchine per impastare fino ai cioccolatini, è il mio hobby preferito. Ed è anche utilissimo: per l'installazione per TIM ad esempio, in cui ho rivestito gli edifici dei nuovi headquarters all'EUR di Roma, ho usato una superficie riflettente in tessuto che avevo scovato tempo prima a una fiera. Insomma, in qualche modo cerco di sfuggire alla globalizzazione di pensiero imperante, mettendo la mia identità in tutto quello che faccio.

Come si combatte, secondo te, la globalizzazione nel design?

Attraverso il lusso. Non capisco come mai in Italia ci sia uno strisciante disprezzo per il lusso, per me è la chiave di tutto, sarà lui a salvare il mondo. Il lusso sta nella creazione di oggetti duraturi e di ottima qualità, che nel tempo incrementano il loro valore. Come la moda, anche il design sta risentendo dell'approccio all'instant furniture. Per me è il male più grande.

Da due anni collabori con il marchio indiano Scarlet Splendour: in che modo hai applicato la tua identità in questo progetto?

Tutto è nato con l'incontro tra me e Ashish Bajoria. Ci siamo conosciuti per caso a un Salone del Mobile, lui era un collezionista di design e mi ha commissionato una lampada per la sorella che voleva aprire un concept store di mobili italiani a Calcutta. Del negozio non se ne è fatto poi niente, ma è nata l'idea di lanciare un marchio di mobili, Scarlet Splendour. Un brand indiano dall'accento internazionale e con un'identità molto spiccata: tutti i prodotti devono essere realizzati in India con processi difficilmente riproducibili. Abbiamo iniziato con la collezione Vanilla Noir, che contiene citazioni italiane tra le più varie, da Gio Ponti a Michelangelo. Il rivestimento dei mobili è realizzato da artigiani indiani che utilizzano una speciale resina che viene incollata sul legno e lucidata a mano, con un risultato simile all'avorio. Alla Milano Design Week di quest'anno presento un ampliamento della collezione con un dondolo, un servo muto, un tavolo e una toeletta. Poi c'è la nuova collezione Nesso, con tavoli e sedie dal design molto minimale a cui viene applicato un pattern fatto di strisce di ottone e tasselli in resina. Insieme a lui c'è Mandala, mobiletto fatto in ottone e resina che sembra un pasticcino francese, le lampade Luce Naga e una serie di tappeti.

Per quanto riguarda Timberland e le altre collaborazioni invece?

Alla Design Week, Timberland ha presentato una nuova versione della sua classica scarpa da barca, oggi con una suola più flessibile. Ho voluto interpretare il concetto di flessibilità che caratterizza la vita moderna – dal car sharing fino al lavoro da remoto – attraverso un'installazione composta da gambe che si arrotolano attorno alla città. Per Moret ho realizzato invece una serie di tappeti in seta-lana e tasselli di ottone, mentre per Warmset ho disegnato dei pannelli riscaldanti in plastica resistente che si alimentano attraverso la corrente elettrica, l'alternativa sicura alle stufe per riscaldare gli ambienti delle case.

Matteo Cibic per Scarlet Splendour: Luce Naga
Matteo Cibic per Scarlet Splendour: Mandala
Matteo Cibic per Scarlet Splendour: Nesso
Matteo Cibic per Scarlet Splendour: Nesso
Matteo Cibic per Scarlet Splendour: Vanilla Noir
Matteo Cibic per Scarlet Splendour: Vanilla Noir
VasoNaso
Matteo Cibic per Timberland
Matteo Cibic per Moret
Matteo Cibic per Warmset
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