Cosimo Terlizzi La benedizione degli animali, 2013, 7’ - Una fattoria piena di animali in cui la minaccia della morte è vicina. Ma al suo posto, ha luogo un rito di benedizione che celebra la bellezza della vita
Caterina Erica Shanta, Vedere senza toccare, toccare senza Vedere, 2014, 16’ - La gestualità dei lavoratori di una fabbrica, ingrandita e sgranata in una rete di pixel, insieme alla gestualità dell’autrice, fotografata da un terzo soggetto, diventano la pelle dell’immagine
Virginia Eleuteri, Home, 2007, 10’ - Frammenti di passato, tratti da film di famiglia, sono giustapposti a parti animate in digitale, mescolando fotografia, disegni, video e animazioni
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Il documentario al confine con l’arte

Milano Design Film Festival

Il cinema d’artista è protagonista ad Arte Fiera 2017 (Bologna, 26-29 gennaio) con una rassegna speciale al MamBO. “Corpo Sensibile. Barlumi Del Documentario” è un focus su opere al confine tra video-arte e cinema documentario. Otto giovani autori, in prevalenza italiani, scalfiscono il paradigma di certezza, solitamente legato al documentario, proponendo visioni in prima persona che si mischiano a frammenti d’archivio e stralci di realtà. La rassegna è curata da Marco Bertozzi, autore e docente di Cinema documentario e sperimentale all’Università IUAV di Venezia, impegnato in prima persona nel rilancio teorico e culturale del documentario italiano.

La fiction, o il nuovo documentario, sembrano essere modi espressivi privilegiati per le nuove generazioni d’artisti. È d’accordo? «Solo parzialmente. Nonostante la fiction costituisca un orizzonte di ricerca espressiva e di nuove forme narrative, mi sembra che il documentario contemporaneo, e chi lo realizza, lavori in anfratti meno protetti e produttivamente meno garantiti, lontano dai grandi circuiti distributivi, mettendo in discussione l’apparenza delle immagini e scalfendo il consumo più stereotipato. Chi fa documentari lavora sotto riflettori meno potenti, attraversa sguardi disadorni, in campi etico-estetici lontani dal formattato scintillio dello storytelling seriale».

Quanto le nuove tecniche digitali influenzano l’espressione artistica a mezzo del video? «Negli ultimi anni c’è stato un processo di convergenza fra filmmaker e artisti visivi, un avvicinamento progressivo reso possibile dalla comune transizione al digitale. Così, chi arriva dal cinema si nutre di idee portate dall’arte contemporanea, mentre gli artisti visivi trovano nel cinema un’arte classica, dotata di un serbatoio sterminato di immagini e immaginari, dal quale nutrirsi e al quale tendere. Entrambi utilizzano tecnologie digitali e questo ha reso ancora più porosi i vecchi steccati disciplinari. Una convergenza esplosiva, che ha obbligato alcune istituzioni artistiche a rivedere i suoi paradigmi e a promuovere e ospitare campi estetici di frontiera una volta invalicabili».

Milo Adami (Roma, 1981), Virginia Eleuteri Serpieri (Roma, 1974), Luca Ferri (Bergamo, 1976), Riccardo Giacconi (Tolentino, 1985), Chiara Malta (Roma, 1977), Caterina Erika Shanta (Landstuhl, 1986), Cosimo Terlizzi (Bitonto, 1973) e Danilo Torre (Catania, 1978) sono gli artisti in mostra. Come sono stati selezionati? «Corpo sensibile’ mira a ricomporre un campo generazionale comune. Gli artisti proposti vivono una dimensione segnata da residenze e collaborazioni capaci di ibridare poetiche e linguaggi dell’arte contemporanea e partecipano indistintamente a festival di cinema o a momenti espositivi nei più classici canali distributivi dell’arte contemporanea. Alcuni di loro sono piena espressione di quel ‘documentary turn’ che si è sviluppato dopo Dokumenta 11, a Kassel nel 2002».

Che cosa significa il titolo “Corpo Sensibile”? «Esprime l’idea di documentario come performance (in sintonia con alcune elaborazioni teoriche di Stella Bruzzi): un laboratorio estetico in cui la rappresentazione filmica si carica di una dimensione creativa molto personale, che può investire il corpo stesso dell’artista, i suoi spunti autobiografici e frammenti d’archivio. Nonché le relazioni intermediali fra le immagini in un ‘ri-mediare’ iconico che diviene espressione del nostro randagismo visivo».

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