Credits: Carla Accardi Grande trasparente,1975 -Immagine della mostra “TV 70: Francesco Vezzoli guarda la Rai”; Courtesy Fondazione Prada
Credits: Giulio Paolini Apoteosi di Omero, 1970–71 -Immagine della mostra “TV 70: Francesco Vezzoli guarda la Rai”; Courtesy Fondazione Prada
Credits: Immagine della mostra “TV 70: Francesco Vezzoli guarda la Rai” Fondazione Prada, Milano- Foto Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti Courtesy Fondazione Prada
Credits: Immagine della mostra “TV 70: Francesco Vezzoli guarda la Rai” Fondazione Prada, Milano- Foto Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti Courtesy Fondazione Prada
Credits: Immagine della mostra “TV 70: Francesco Vezzoli guarda la Rai” Fondazione Prada, Milano- Foto Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti Courtesy Fondazione Prada
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Francesco Vezzoli guarda la Rai

Quella in mostra è la tv che lo ha intrattenuto, lo ha fatto emozionare, che gli è entrata sotto la pelle da bambino e che lui – Francesco Vezzoli – ha fatto appena in tempo a vedere, prima che questa si trasformasse in qualcos’altro, con l’avvento della concorrente della Rai, ovvero la tv commerciale.

Allora, la Rai era il cuore dell’identità collettiva, perché la sera prima tutti avevano visto la stessa trasmissione e la mattina dopo in piazza o sul posto di lavoro tutti parlavano dell’“ombelico della Carrà”, come ha ricordato lo stesso artista; una tv quasi alla stregua di strumento di partecipazione sociale e democratica (non c’era la televisione delle élite e quella dei poveri, una era) che TV 70: Francesco Vezzoli guarda la Rai (fino al 24 settembre alla Fondazione Prada di Milano) non solo riscopre, ma reinterpreta, con un percorso diligentemente segmentato: l’artista che si confronta con i media (Pistoletto, Boetti, Burri, Paolini – coloro che producevano arte in quel momento la portano anche in televisione, per il grande pubblico), la memoria degli anni di piombo affidata a estratti di telegiornale che scandiscono un cunicolo luttuoso (l’omicidio di Aldo Moro, la strage di Piazza Fontana, l’assassinio di Pier Paolo Pasolini), una spaziosa sala avvolta di velluti rossi per ricordare i tumulti per i diritti civili (in particolare quelli delle donne) assieme a opere di Carla Accardi, una sequenza decisamente più festiva dove si trovano Mina e Raffaella Carrà, i travestiti fotografati da Lisetta Carmi, Stryx – «roba che oggi farebbe cadere un governo» aveva detto Vezzoli in conferenza stampa – e un giardino incantato dove Cicciolina canta vestita di veli e stringe un serpente.

Fa un certo effetto vedere lo spaccato di una società percorsa senza finti imbarazzi da sussulti erotici e da tanta verve intellettuale (il dibattito culturale, in tv, è presto scomparso) e viene da immaginarsi un’Italia ovviamente più analfabeta eppure paradossalmente più colta, se persino il manovale in camice blu che testimonia dell’esplosione alla stazione centrale di Bologna riferisce sui fatti con una esattezza di vocaboli che fa scolorire tanti proclami che si leggono oggi sui social media.

La mostra programmaticamente, ma non forzatamente, riunisce alto e basso, cifra da sempre del lavoro di Franceso Vezzoli: «La mia educazione è scissa tra il polo paterno e quello delle nonne». Ovvero Il Manifesto ma anche Novella 2000, De Gregori ma pure Tuca tuca. La sua regia, che orchestra una massa imponente di contenuti di cui – oggi si può dire – sarebbe un vero peccato perdere la memoria, è organizzata all’interno di un paesaggio allestito con efficacia ed effetto scenico da Mathias Augustyniak e Michael Amzalag dello studio M/M (Paris). Ciccha finale è il blob nella sala cinema -  da Amanda Lear a Grace Jones sotto la doccia, da Madre Teresa di Calcutta a Pinocchio - un ipertesto costruito da spezzoni vari ed eventuali che si commentano tra loro. È un’esperienza, nel senso che quando si esce da questo non breve ma dilettevole percorso ci si sente un po’ diversi. E viene un po’ di nostalgia, certo, anche a chi quegli anni non li ha vissuti.

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