A sinistra, l’esterno dell’edificio ex presbiterio medievale. A destra, uno spazio di passaggio con le librerie dipinte a mano. - Credits: Ph. Fabien Breuil
Il totem al centro del salone è un’opera dell’artista Bernard Pagès; nel muro di fondo una riproduzione in edizione limitata di Le Platane di Henri Matisse - Credits: Ph. Fabien Breuil
Sopra, la “sala della musica” con le ceramiche di Vallauris degli anni 20. - Credits: Ph. Fabien Breuil
La e sperimentazione plastica. La casa è conce- pita come un laboratorio diffuso per la creatività, animato da uno scrittore, un cantante e un artista - Credits: Ph. Fabien Breuil
La scala elemento centrale del presbiterio; l’allestimento delle opere alle pareti, per la maggior parte regali di artisti francesi all proprietario, cambia regolarmente. - Credits: Ph. Fabien Breuil
la camera da letto, essenziale e luminosa, ha mantenuto tratti della struttura originaria dell’edificio come il muro di pietra e le travi a vista. - Credits: Ph. Fabien Breuil
I pavimenti, caratterizzati dai naturali segni del tempo, sposano un arredamento essenziale, con le sedie da giardino in ferro battuto e il tavolo in legno di un ex hotel di nizza. - Credits: Ph. Fabien Breuil
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Abitare l’arte, in Provenza

A mezz’ora da Aix en Provence, tra il regno del tartufo e le città di Timothy Findley e Jean Giono, un grande bagolaro abbraccia su due lati un edificio del XVI secolo sorto su un antico oppidum celto-ligure e castrum romano. Trovato dal suo proprietario digitando su google “chiesa, monastero, convento...”, questa casa-laboratorio è un presbiterio medievale oggi restaurato nell’essenziale per combattere la dittatura del tempo e delle mode. «Ho scelto questa casa perché non era una casa ma un presbiterio, luogo che per tradizione è anche rifugio per viandanti o malati. La gente ci veniva per il catechismo e per prendere l’acqua dalla cisterna. Ero alla ricerca di un posto che non sembrasse la casa di una famiglia e questo luogo mi ha subito incantato per la sua intuizione geodetica e il sentimento di realtà».

Qui lo spazio è vasto: l’altezza, la lontananza, gli orizzonti, la profondità del bosco dilatano la prospettiva; e il tempo si concentra in luoghi della memoria, intrisi di storie ancora presenti e di cimeli di epoche passate. All’esterno l’edificio è circondato da un piccolo giardino (originariamente della canonica) che si estende lungo
le pareti ricoperte d’edera fino quasi a raggiungere la 
foresta, e da una piscina ricavata dove un tempo c’era la cisterna. I colori sono il verde e il bianco dell’alloro, delle rose e delle valeriane. All’interno l’ambiente è sospeso e volutamente incompiuto. «I miei criteri in materia di decorazione sono ambigui», continua il padrone di casa. «Non mi piace ciò che è fisso e statico. Sono contrario agli interni che dipendono dal loro tempo, come se fossero stanze d’epoca o show-room. Gli oggetti cambiano continuamente». La casa intera è luogo di lavoro, spazio per l’ispirazione e la sperimentazione. Vasi, sculture e opere d’arte sono compagni di vita quotidiana, non pezzi  da museo, così la riproduzione in edizione limitata di Le Platane di Matisse e le numerose opere di artisti amici come gli scultori Bernard Pagès e Richard Serra, i pittori Claude Viallat, Simon Hantaï, Pierre Buraglio, Daniel Dezeuze, Louis Dimier, Jean-Charles Blais, o i fotografi, Gabriele Basilico e Bernard Plossu.

«Al centro della sala della musica, c’è un lavoro del 1985 di Bernard Pagès, uno dei più grandi scultori membro di una delle ultime avanguardie francesi, contemporanea all’arte povera, Support/Surfaces. A metà degli anni 80 Pagès realizza una ventina di queste colonne, combinando materiali naturali (legno di larice, e d’ulivo), a prodotti di consumo come lattine di metallo schiacciato». Libero dall’ossessione per le pareti lisce, i pavimenti in cemento o i mobili di design, l’interno dell’ex presbiterio conserva la sua storia per restare sempre un po’ incompiuto, non ancora risolto. La sua necessità è l’essenziale perché “i luoghi sono una possibilità” di cose da trovare, di stanze da arredare, di pavimenti e pareti ancora da cambiare. Niente qui è nito, a partire dalla vista che dall’oliveto si estende su il Luberon, la Sainte Victoire, la Sainte Baume e il Mont Aurélien.

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