Sistema delle Piazze. Progetto di 5 grandi piazze consecutive (1982-90) di Franco Purini e Laura Thermes, una delle sessanta installazioni realizzate per la ricostruzione di Gibellina nuova, distrutta dal terremoto del Belice del 1968 - Credits: Ph. Giorgio Barrera
La Chiesa Madre (1970-87) di Ludovico Quaroni e Luisa Anversa - Credits: Ph. Giorgio Barrera
Uno scorcio della piazza dedicata all’artista Joseph Beuys e sullo sfondo il Teatro (1984) e il Meeting (1976) di Pietro Consagra - Credits: Ph. Giorgio Barrera
La Chiesa Madre accoglie le varie funzioni del complesso parrocchiale all’interno di un parallelepipedo a base quadrata, mentre il centro simbolico del monumento è una grande sfera liscia di cemento - Credits: Ph. Giorgio Barrera
Vista del Grande Cretto di Alberto Burri (1985), realizzato nel luogo esatto in cui sorgeva la città vecchia di Gibellina - Credits: Ph. Giorgio Barrera
Vista del Grande Cretto di Alberto Burri (1985), realizzato nel luogo esatto in cui sorgeva la città vecchia di Gibellina - Credits: Ph. Giorgio Barrera
L’accesso principale al Sistema delle Piazze si snoda tra le pareti di un condominio disabitato, nuove mura e mura della città antica - Credits: Ph. Giorgio Barrera
Una vista dalla Montagna di Sale (1990), installazione permanente di Mimmo Paladino - Credits: Ph. Giorgio Barrera
La corte del Baglio Di Stefano, in origine fattoria fortificata, oggi è la sede della Fondazione di Alta Cultura Orestiadi e del Museo delle Trame Mediterranee - Credits: Ph. Giorgio Barrera
La Stella d’ingresso al Belice (1981) di Pietro Consagra, installazione in acciaio inox sulla strada che conduce alla città di Gibellina nuova - Credits: Ph. Giorgio Barrera
Places

Realtà ideale: tra le strade di Gibellina

Era troppo, sin dall’inizio. Sin dalla sua fondazione, anzi da un tempo ancora precedente, da quel 14 gennaio 1968, il giorno del terremoto del Belice. Epicentro: Gibellina. Un paesino arroccato sulle colline di quella zona della Sicilia compresa tra Sciacca e Trapani. Distrusse tutto e l’Italia era così impreparata a gestire l’emergenza, da o rire imbarchi per l’Australia a chi era rimasto. Poi cominciò quell’orribile calvario che abbiamo già visto troppe volte: tendopoli, baracche, migrazioni. Leonardo Sciascia denunciava la tragedia parlando di baraccopoli-lager e genocidio. Era troppo.

Il sindaco, Ludovico Corrao, intanto portava avanti la sua battaglia contro la tragedia, con un progetto meraviglioso quanto visionario: fondare una nuova città, lontana da quella originaria e vicina all’autostrada, simbolo e snodo di connessioni con il mondo per ribellarsi al tempo che, lassù a Gibellina, si era fermato al feudalesimo. Voleva una città nuova, diversa, fondata sull’arte e sulla cultura, prima di tutto per metterla a disposizione dei suoi abitanti. Che con architetti da tutta l’Italia e artisti di tutto il mondo diedero forma alla speranza. Ma anche questo era troppo.

Anzi, è troppo: incompresa, trascurata, spopolata, la più giovane delle città d’arte è rimasta parzialmente incompiuta ed economicamente insostenibile per le casse comunali. Così si porta dietro, insieme al suo fondatore, una scia di estimatori e detrattori, in entrambi i casi implacabili quanto la certezza di non cedere spazio all’indi erenza. Ci si arriva in circa un’ora dall’aeroporto di Palermo o da quello di Trapani, percorrendo un’autostrada che, superata l’uscita, scarica le auto dentro una scultura troppo grande: la Stella del Belice, simbolo della città, disegnata da Pietro Consagra e realizzata dagli artigiani e dagli operai di quel luogo della rinascita. Rinascimentale, quasi: Gibellina come Pienza, città dell’utopia e delle arti. Che sembra obbedire a quell’invito, lanciato da Sciascia a soli dieci giorni dal sisma, su L’Ora: «La parola d’ordine dunque, per ogni siciliano e per tutti i siciliani deve essere questa: bisogna fare tutto quello che non è stato fatto prima. A qualsiasi costo».

L’aria nella piazza di Gibellina ha il sapore di quel monito. Non è una piazza, Gibellina ne ha cinque, una contigua all’altra senza soluzione di continuità: quando non passano auto nelle due traverse che le tagliano, l’occhio si perde lungo le geometrie di una prospettiva metafisica, ma concreta. L’accesso principale al Sistema delle Piazze – così si chiama il susseguirsi di quegli spazi – degli architetti Franco Purini e Laura Thermes, è un piccolo condominio su strada. Non ha vetri, però, e nemmeno scale: dentro c’è un giardino di palme, pronte ad a acciarsi alle finestre e ad accompagnare il visitatore in un mondo che non c’è. Lo spazio posteriore infatti si sfoglia come le pagine di un libro, per terminare in un’antica porta in tufo che si spalanca sul dopo. Passato e futuro. Perché quel territorio era il campo di battaglia delle grandi riforme agrarie e contadine. Per i contadini, infatti, fu una nemesi: la conquista della terra che li vide servi della gleba. La sfida della ricostruzione aveva a che fare anche con il tentativo da parte dello Stato di gestirla con il metodo dei grandi appalti. «A questo disegno governativo», spiegava Ludovico Corrao nell’introduzione al libro I maestri di Gibellina di Davide Camarrone (Sellerio), «Opponemmo il diritto dei cittadini di Gibellina e della Valle del Belice d’essere imprenditori di se stessi, costruttori delle loro case e dei loro destini. Significava trasformare i contadini in quello che non erano mai stati: fabbri, muratori e artigiani di tutte le arti e mestieri necessari alla ricostruzione». Il secondo grado della rivoluzione: «Era in quel processo di reinvenzione», continua Corrao, «Che s’innestava l’opera dell’artista, per creare segni forti e nuove forme».

Ecco la città: segni forti e nuove forme. Non c’è niente che richiami il borgo, che riporti anche solo per un momento all’impianto classico della città italiana. Ecco perché ci si sente alieni: manca il centro, manca la piazza piccola e raccolta su cui si a acciano il bar, il negozio di alimentari, il municipio, la chiesa e magari qualche circolo, di quelli con le sedie fuori occupate solo da uomini. Esiste una doppia rete stradale, quella pedonale e quella carrabile, disposte in una doppia griglia sulla pianta della città: le macchine restano all’esterno delle vie residenziali, disegnate da case unifamiliari e da spazi da vivere in comune, senza pericoli e inquinamento. Sul retro, l’accesso ai garage, uno per ogni casa, e al tra co, che guida fino al palazzo del municipio, disegnato da Vittorio Gregotti, Giuseppe e Alberto Samonà, e alla sua (smisurata) piazza. Che ospita anche un campanile della contemporaneità. Segna il trascorrere del tempo, ma l’orologio non c’è. È alto e stretto, ma ha la forma di un cono e in cima, dai lati, escono due ali colorate. Non ospita neppure le campane: al loro posto ci sono degli altoparlanti che – un tempo – davano voce a dei canti. Realizzata da Alessandro Mendini è una scultura più che un segna-tempo, tanto
più oggi, che i canti sono stati spenti, forse perché ai cittadini richiamavano voci fantasmagoriche dai tratti inquietanti.

In macchina si va anche al teatro. Un edificio che chiude la piazza dedicata a Joseph Beuys, lasciando sotto di sé un passaggio per proseguire il viaggio in auto. Verso dove, non si sa: c’è un campo di vegetazione spontanea alle sue spalle e il passaggio è sbarrato da sempre. Finiti i soldi a disposizione, il teatro di Consagra non è mai stato terminato e con lui anche la strada. Così nel suo cemento trasandato, si impone come un vecchio animale, spalleggiato dal Meeting, altra creazione di Consagra, proprio alla destra del teatro: ne riprende i volumi e le linee sinuose, ma in misure ridotte. È uno spazio per i convegni, proprio di fronte alla scalinata che porta alla Chiesa Madre.  Forse, più che la Stella del Belice, è questo il simbolo di Gibellina. Perché per i terremotati signi cava vivere: volevano un luogo dove sposarsi, battezzare i gli, salutare i morti. Ludovico Quaroni iniziò a progettarla con Luisa Anversa e Sergio Musumeci nel 1972 con un’idea fuori da qualunque schema. Un quadrato e una sfera in cui accomodarsi e ascoltare la funzione, in un gioco di aperture per dominare il cielo e abbracciare con lo sguardo la città. Completata nel 1987, venne sottoposta a un primo collaudo nel 1989, quindi a un secondo nel 1990 e nel 1992 il direttore dei lavori e il collaudatore statico si accorsero che le teste dei pilastri presentavano lesioni preoccupanti. Il 14 agosto del 1994, un boato terribile squarciò i sogni degli abitanti: nella notte crollò il tetto. Venne poi ristrutturata nel 2002 per tornare agibile otto anni dopo. E i ruderi, le macerie del paese vecchio, crollato, invece, nel gennaio 1968 Alberto Burri li ha resi eterni. Invitato da Corrao a intervenire nella sua città, l’artista umbro scelse il cuore delle  persone. E se aveva già realizzato diverse versioni del suo cretto su tavole di varie dimensioni, decise di fare del luogo del terremoto un unico enorme cretto bianco. Cemento in mezzo ai campi che ricoprono la collina. Blocchi di cemento che richiamano sì le spaccature della terra nei letti asciutti dei umi, ma anche le strade del paese, gli incroci e le case: nel cretto si cammina tra le pareti, alte quasi quanto un uomo. Un colpo al cuore. Per chi lo visita oggi, e per chi lì sotto ha la scatola nera della sua vita. Bellissimo, come una ballata rock che strappa l’anima. E poi, c’è il Baglio Di Stefano. Fu la dimora di un feudatario, inaccessibile ai contadini, poi trasformato nella sede del Museo delle Trame del Mediterraneo e del Festival Orestiadi (oggi Fondazione).

Completano il sogno di Ludovico Corrao: il primo fa dialogare gli artisti del Mare Nostrum e il secondo presenta spettacoli tra teatro, danza e musica, pensato e voluto da quel sindaco battagliero, che trascorse la vita tra le arti come un mecenate di un tempo, per o rirle alla sua città. Ma forse anche questo era troppo. Ludovico Corrao fu ucciso sei anni fa, da un dipendente d’origine senegalese, proprio nella sua casa al Baglio, dominata da quella strana Montagna di Sale firmata da Mimmo Paladino. Che sembra quasi concepita con il desiderio di bilanciare, con la sua mole, la pendenza del pavimento della corte. Un altro sogno, nel sogno

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