In apertura, la Maison du Brésil (1959), progetto di Le Corbusier e Lucio Costa (che, però, rinunciò alla fine a firmarlo): facciata e residenza del direttore - Credits: Ph. Manuel Bougot
Uno spazio interno della hall della Maison du Brésil, con la policromia tipica di Le Corbusier - Credits: Ph. Manuel Bougot
Un’immagine dell’ingresso caratterizzato dal cemento a vista - Credits: Ph. Manuel Bougot
L'ex Maison de l’Iran (oggi Fondazione Avicenna), del 1969: la struttura metallica sostiene i due blocchi dell’edificio di Claude Parent, a ridosso del périphérique - Credits: Ph. Manuel Bougot
L'entrata della Maison du Mexique (1953), di Jorge e Roberto Medellin, che dovette adattarsi a una parcella particolarmente stretta - Credits: Ph. Manuel Bougot
La facciata principale della Fondation Suisse (1933), di Le Corbusier e Pierre Jeanneret, che fecero ricorso a Charlotte Perriand per il mobilio interno - Credits: Ph. Manuel Bougot
La scalinata che porta dalla hall ai piani superiori - Credits: Ph. Manuel Bougot
La sala comune, con il murales ideato nel Dopoguerra da Le Corbusier (all’inizio aveva messo un insieme di foto) - Credits: Ph. Manuel Bougot
L’edificio centrale e comune della Fondazione Emile e Louise Deutsch de la Meurthe (1925), il primo insieme di residenze costruito nella Cité - Credits: Ph. Manuel Bougot
L’entrata del Collège Néerlandais, di Willem Marinus Dudok (1938), esempio di modernismo olandese, con il suo caratteristico intonaco di colore chiaro - Credits: Ph. Manuel Bougot
Places

À la Cité

Quaranta sono gli edifici, che ospitano oltre 6.000 studenti di tutto il mondo. La Cité non è solo un luogo di pernottamento: si distingue anche per i suoi servizi dedicati alla vita e alla comunità universitaria, come biblioteche, teatri, saloni di esposizione ed eventi.

All’inizio il Brasile aveva a dato la sua maison nella Cité a Lucio Costa, l’urbanista di Brasilia. Il quale venne a Parigi, a documentarsi e a incontrare gli studenti universitari che vi avrebbero abitato. Buttò giù il progetto e ne affidò l’esecuzione a Le Corbusier, amico da sempre. Lui, però, inevitabilmente, ci rimise mano. E ne fece uno degli esempi più eclatanti del suo “brutalismo” anni 50: il cemento a vista, i balconi colorati. E la piccola casetta del direttore, rivestita di pietra: un glicine nel tempo ha trasmesso un tocco di poesia. Inaugurarono la Maison du Brésil nel 1959, ma ormai Costa aveva deciso. Ritirò il suo nome: quell’edificio non era più suo.

Benvenuti alla Cité internationale universitarie. L’idea era già nata dopo la Prima guerra mondiale, sotto la spinta di André Honnorat, allora ministro francese della Pubblica istruzione, umanista e pacifista. Il concetto era quello di offrire agli studenti alloggi dignitosi ma anche a giovani di diverse nazionalità la possibilità di convivere pacificamente nello stesso spazio. Sono ormai quaranta gli edifici all’interno di un parco di 34 ettari, ai margini sud di Parigi. Prima finanziati da ricchi benefattori, poi dai singoli Paesi, le maison ospitano ancora oggi oltre seimila studenti di tutto il mondo (e ogni “casa” ne accoglie almeno il 50% di nazionalità diverse dalla propria). Nel frattempo la Cité, con quell’atmosfera bucolica, tra uccellini e alberi fioriti, è diventata anche una palestra di architettura.

Le prime residenze a essere costruite furono quelle della Fondazione Emile e Louise Deutsch de la Meurthe, inaugurata nel 1925. Emile era un ricco industriale del petrolio, che donò 10 milioni di franchi, una bella cifra ai tempi. L’architetto Lucien Bechmann, sensibile all’igienismo in voga all’epoca, visitò college inglesi e residenze studentesche negli Usa per farsi un’idea. I sette piccoli edifici, distribuiti intorno a uno spazio verde, all’entrata della Cité, sono molto “oxfordiani”, anche se Bechmann preferiva sottolineare l’ispirazione medievale normanna, vedi le torrette d’angolo e per no le feritoie. L’eclettismo è completato dai bow window e da certi grafismi art déco, visibili sia all’esterno che all’interno. E pure sulle splendide lampade.

La rottura con gli schemi, da un punto di vista architettonico, arriverà in realtà solo con il primo intervento di Le Corbusier, la Fondation Suisse, inaugurata nel 1933. Applicò i suoi “5 punti dell’architettura moderna”, compresi i piloni che sostengono al piano terra l’intera struttura. All’interno, dopo la Seconda guerra mondiale, Le Corbusier aggiungerà un magnifico e coloratissimo murales «D’ispirazione mitologica, enigmatico, d’introspezione surrealista», commenta Pascale Dejean, responsabile dell’Oblique, che valorizza il patrimonio architettonico di tutta la Cité.

Nel frattempo si costruiva il Collège Néerlandais. Iniziato nel 1928, a causa della crisi economica, ci vorranno dieci anni per terminarlo. «Era previsto il laterizio a vista – sottolinea la Dejean – ma, per risparmiare, si preferì un intonaco giallo, che in realtà lo rende più moderno». Lo disegnò l’architetto olandese Willem Marinus Dudok, influenzato dal movimento De Stijl e da Frank Lloyd Wright (nei volumi e nelle terrazze che costituiscono l’interazione interno-esterno). Finestre e vetrate (fre- quenti, la valorizzazione della luce naturale era una specialità di Dudok) sono ritagliate in piccoli riquadri, strizzando l’occhio a certe case tradizionali dei Paesi Bassi. O ai disegni di Piet Mondrian.

Intanto, la Cité evolve con il flusso della storia. E dei suoi drammi. Durante la Seconda guerra mondiale fu occupata dalle truppe tedesche e, dopo la libera- zione, dagli americani. Ma poi la corsa riprese. Si riabilitarono gli edifici esistenti e, nello slancio del Dopoguerra, nuovi Paesi costruirono le loro maison tra gli anni 50 e 60. Quella italiana risale al 1958, di Piero Portaluppi, architetto attivissimo nella Milano degli anni 30 e del Dopoguerra. Alla Cité combinò un razionalismo con il richiamo alla classicità italiana: all’entrata collocò addirittura un portico del 15° secolo di una dimora milanese, distrutta dalle bombe del secondo con itto mondiale.

In quella fase la vera innovazione arrivò dalla Maison du Brésil ma anche da altre di Paesi emergenti, il Messico in particolare. Composto di due volumi paralleli (il più alto di cinque piani), questo edificio risale al 1953. Fu disegnato da Jorge Medellin, assieme al fratello Roberto, ingegnere. Entrambi erano influenzati dai padri del modernismo architettonico del loro Paese, soprattutto Mario Pani, di una famiglia di italiani emigrati in Messico a ne ’800. Ma il vero gioiello è una libreria modulabile dai colori vivaci, esposta all’ingresso. Fu disegnata da Charlotte Perriand, per ogni camera. Già aveva collaborato con Le Corbusier alla Fondation Suisse e poi alla casa brasiliana. Sono pochi i suoi mobili rimasti nella Maison du Méxique: negli anni 80 alcuni furbi galleristi parigini ne proposero l’acquisto a prezzi stracciati ai dirigenti, che non si rendevano conto del loro valore. Il péripherique, la tangeziale che stringe la Parigi intra muros, terminata nel 1973, si ritrovò a ridosso della Cité internationale. E pose fine a nuove costruzioni, riprese solo da pochi anni, con la liberazione di alcune parcelle.

La Corea del Sud ha iniziato la sua maison e la Cina sta selezionando l’architetto per la propria. Per il momento l’ultima costruita resta la Maison de l’Iran, del 1969 (oggi Fondazione Avicenna). «La dobbiamo a Farah Diba», ricorda la Dejean, «Negli anni 50 studiava architettura a Parigi e viveva nella Cité, al collegio olandese. Lo scià Reza Pahlavi visitò la capitale francese. E la conobbe, incontrando un gruppo di studenti iraniani». Una volta diventata imperatrice, insistette con il marito perché nanziasse una casa iraniana alla Cité. Il progetto venne a dato a due iraniani, Hedar Ghiai e Mossem Foroughi. Che poi, in difficoltà nell’operare a Parigi, fecero ricorso a André Bloc, uno dei fondatori della rivista Architecture d’aujourd’hui, e a Claude Parent, vero ispiratore di questo palazzo innovativo, con un’ossatura metallica di quasi 38 metri, riempita dall’alto verso il basso, e con scale esterne a doppia spirale. Parent era un utopista, teorico della funzione obliqua dell’architettura (la progettazione doveva fondarsi su principi psicologici più che geometrici). Dall’atmosfera sospesa e sfuggente, la Maison de l’Iran (abbandonata dallo scià già nel 1972, perché covo di oppositori al suo regime), è il tentativo di un sogno. In una Cité sbocciata fin dal nascere da un’utopia. Che resta ancora viva.

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