Il grande spazio di Nilufar Depot, ricavato all’interno di un ex magazzino. Il progetto, ispirato al Teatro alla Scala di Milano, è di Massimiliano Locatelli - Credits: Ph. Mattia Balsamini
A sinistra, poltrona di Jos Zanin Caldas, anni 50 (Móveis Artísticos Z); tavolo Tectonic Series di Maarten de Ceulaer. A destra, Nina Yashar; lampada Cherry Bomb Pendant with Coral Canopies di Lindsey Adelman - Credits: Ph. Mattia Balsamini
Protagonista al piano terra, il grande tavolo O Cut Lino di Martino Gamper; ai lati, si trovano le ambientazioni proposte per l’allestimento del Salone del Mobile - Credits: Ph. Mattia Balsamini
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Nilufar Depot, la galleria di Nina Yashar

In un pomeriggio insolitamente caldo, Nina Yashar è al Nilufar Depot – lo spazio industriale a Milano che nel 2015 ha trasformato in showroom – intenta a dare gli ultimi ritocchi all’allestimento con cui è pronta ad accogliere il mondo in città per il Salone del Mobile: una mise en scène dove la planimetria derivata da un appartamento di Palazzo Rasini incontra Dogville di Lars von Trier. Esamina una tenda in velluto verde, soppesa l’orientamento di una sedia veneziana del Settecento, ordina di spostare le applique di Bbpr. «È la mia ossessione, passo il tempo a determinare il posizionamento esatto degli oggetti», ammette. «Recentemente un amico mi ha spiegato che questa pratica ha a che fare con il feng shui, vale a dire, con la ricerca dell’armonia». Di origine iraniana, la sua statura minuta è amplificata dal turbante, spina dorsale di un personalissimo stile che indossa e abita, e per il quale già Rodman Primack, direttore della era di Miami, l’ha definita la Peggy Guggenheim del design.

Yashar aprì l’oggi celebre galleria Nilufar 38 anni fa, dopo aver lavorato per un breve periodo con il padre, mercante di tappeti orientali: «Guarda», gli confessò un giorno, «Quello che vendi tu proprio non mi piace, io vorrei una galleria mia». Lui accettò e un po’ per gioco rispose: «Cercala. Ti do uno stock minimo per iniziare e ti pago l’affitto per un anno, poi sono problemi tuoi». E fu così che ebbe il primo spazio a Milano in via Bigli (che in seguito trasferirà in via Spiga): «Non fu facile, perché ero molto giovane e questo mestiere allora era trattato solo da uomini; però io non mi feci condizionare, seguii il mio intuito e presi la mia strada». Quando Yashar stabilì l’attività le case alla moda erano ancora imprigionate in total look: «Negli anni 80 gli arredi erano o tutto Biedermeier, o tutto Impero, o tutto Provenzale, che trovavo francamente piuttosto noioso, così come non ho mai amato la reazione a quel periodo: il minimalismo estremo». E dichiara categoricamente: «Io ho sempre amato le dissonanze». Un’affermazione che suona come un manifesto; e il suo è un crocevia culturale: i primi cataloghi, non a caso, s’intitolavano Crossings. Ora quei libri, stampati una ventina d’anni fa, sono ricercatissimi. Dentro si trovano mobili tibetani, design scandinavo moderno, tappeti indiani antichi, tutti accomunati dalla sua tenace curiosità, raggruppati da chi persegue l’eclettismo come istinto, e accoppiati come da uno scenografo che in- tuisce le possibilità latenti in uno spazio (ne ha allestiti diversi – i suoi “squat” a Beirut, Parigi e Londra).

D’altra parte, questo è esattamente ciò che è lei. Nata nel 1957 a Teheran, giunge a Milano che non ha ancora compiuto sei anni, poiché il padre auspicava per le figlie uno stile di vita europeo. L’Italia rappresenta per lui il paese più vicino «alla mentalità, alla gioia, alla civiltà orientale». È troppo piccola per percepire il cambiamento, ma la sua provenienza emerge con l’ingresso nella vita sociale: «Ti accorgi che hai nei geni un’altra cultura» racconta, «Gli orientali sono sempre pronti alla convivialità. Nel momento in cui cominciai a organizzare delle cene, mi resi conto che se invitavo le persone per l’indomani, queste si offendevano un po’. Fu una  cosa che mi colpì molto, in Medio Oriente improvvisare non è mancanza di educazione». E quando le chiedo se aveva notato anche una differenza a livello di gusto, si abbandona un po’ di più sul divano su cui ora siede: «Io appartengo a una cultura cosmopolita in assoluto!». Ma aggiunge poi che preferisce Milano a Londra: «Perché è provinciale», la fa sentire più a casa. Una casa lontana: «Tornai a Teheran solo una volta, nel 1978, l’anno prima della rivoluzione, e scappai a gambe levate appena i miei genitori proposero di darmi sposa a uno che aveva chiesto la mia mano». Quando la rivedo al cocktail che ha organizzato per il Salone, dove camerieri in livrea fanno slalom tra letti di Carlo de Carli, vasi orentini in terracotta del XIX secolo e le edizioni di nuovi progettisti che continuamente scopre – nel suo cappottino Prada, nel Depot milanese – è la perfetta interprete delle esigenze di un cliente internazionale che guarda alla capitale del design come culla del bello. Ma la fantasia di questa regina persiana rimane nomade: «La mia vita è un continuo esperimento, ripetere gli stessi schemi mi annoia». Ed eccola pensierosa; le è appena venuta una nuova idea: «Adesso avrei un piccolo sogno: entrare in una chiesa, poter arredare un luogo sacro come uno spazio domestico. È così fuori dall’immaginario!».

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