Un ritratto di Bruno Ferrin, 80 anni - Credits: Ph. Mattia Balsamini
L'artigiano nel suo laboratorio/officina - Credits: Ph. Mattia Balsamini
Alcuni scorci e dettagli del parco - Credits: Ph. Mattia Balsamini
Credits: Ph. Mattia Balsamini
Credits: Ph. Mattia Balsamini
Places

Play Park: Osteria ai Pioppi

«Se avessi davanti il Genio, quello che scappa fuori dalla lampada di Aladino, pronto a esaudire un mio desiderio, lo lascerei disoccupato. Io non ho bisogno di niente. Proprio niente. Sto bene così». Bruno Ferrin strizza i suoi occhi chiari, agita le mani da lavoro vero, parla con un timbro veneto dolce.

Ha 80 anni. Ha realizzato un’opera unica al mondo. Anzi, sta realizzando: lavori iniziati nel 1969 per un’impresa senza ne. Tanto è vero che, a proposito di desideri, gli è sfuggita una mezza bugia:  «In realtà, adesso che sono un po’ avanti con l’età, mi manca il tempo. Perché le forze calano e ci sarebbe tanto da fare, inventare, sperimentare. Ci vorrebbe un’altra vita, ecco». Allora: il luogo, intanto. Colline verdi da vitigno e prosecco, Montello, Nervesa della Battaglia, poco fuori Treviso. Un bosco. Un’osteria. “Ai Pioppi”. Sì, ma il bello comincia qui. Perché l’osteria è una grande cucina, un lunghissimo bancone, una tettoia che ripara tavoli e panche in quantità sorprendente. Capienza: mille e cinquecento persone. È ottimo il cibo tipico, certo. Tradizione locale, carne alla griglia, baccalà, polenta, dolce, un caffè speciale con spezie e anice. Ma il motivo di questa a uenza da record viene dalle caratteristiche – clamorose e persino surreali – del bosco che circonda il ristorante. Dalla bellezza colorata di quaranta e più giostre, realizzate da Bruno, sino a comporre un parco giochi senza confronti.

Scivoli altissimi, gabbie su perno, bob su rotaie, una ballerina cinetica, liane, percorsi per slittino su rulli, una versione originalissima dell’uomo vitruviano leonardesco. Tutte sprovviste di motore, tutte costruite a mano, meravigliose. A disposizione gratuita dei clienti dell’osteria. Un viaggio inatteso, divertentissimo, persino digestivo. Un luna park tra gli alberi che toglie la percezione del tempo e livella adulti e bambini in una dimensione quasi straniante. Racconta Bruno: «Ho cominciato con una griglia e un po’ di vino. Pensai: metto un’altalena per chi viene con dei bambini. Eravamo qui, mia moglie Marisa e io, e cominciava ad arrivare gente. Mi domandai: posso fare qualcosa di meglio? La scintilla, nel vero senso della parola, la provocò un artigiano qui vicino. Disse: vuoi saldare? Salda tu, che non ho tempo per starti dietro. Bene, cominciai, ero tutto bruciacchiato. Ero divertito, una specie di passione inaspettata, capisce? Be’, non ho mai smesso. Immagino un gioco da realizzare, studio, cerco di risolvere un rebus meccanico. Ho imparato un sacco di cose. E poi ho capito che servivano degli ingegneri per aiutarmi, per calcolare e disegnare dei pezzi. E per omologare le giostre. Tutte, una per una, altrimenti non se ne fa niente. Cosa c’è da sempre in una era? Il “calcinculo”. L’ho costruito per i bambini. Con i genitori che dovevano spingere per far girare la giostra. Sì, ma era pericoloso perché questi adulti, stremati dalla fatica si allontanavano dal basamento, dimenticando che c’erano i seggiolini in piena rotazione. Allora ho pensato di far muovere il meccanismo usando delle biciclette. I papà pedalano ma devono restare seduti. Qualche anno fa abbiamo pensato di costruire una catapulta. Essere lanciati in un campo, in un mucchio di fieno... bellissimo. Solo che un conto è immaginare, un altro è fare le cose, mica sempre lo scarto si colma. Abbiamo corretto il progetto, evitando l’espulsione, mantenendo l’accelerazione prodotta da una molla su un doppio sedile».

Era un ragazzino vivace da primo dopoguerra, botte prese a scadenze matematiche da un padre che lo voleva più adulto e inquadrato. Bruno decise di arruolarsi in Marina. Cinque anni per mare: «Ho fatto fatica a vivere in quel modo là. Però mi sono svegliato, tutto serve, ogni esperienza riporta qualcosa di buono». Commerciava in lieviti, prese moglie, acquistò una piccola aerea intenzionato a provare con la ristorazione. Marisa, l’altra metà  dei “Pioppi”, sempre al suo anco. In cucina, soprattutto. Due figlie, Franca e Roberta; tre nipoti. Gianluca, il più piccolo, studia ma tiene d’occhio questo nonno vivacissimo; Marco ha dato una mano sulla comunicazione, sito web (moderno e funzionale) compreso, Francesco il maggiore si occupa a tempo pieno del parco.

Racconta Bruno: «Ecco, si è fatto prendere dal virus anche lui. Ha passione, ci dà dentro, il futuro è nelle sue mani. E si diverte. Tempo fa mi ha detto: nonno, ho in mente una giostra nuova ma non ti dico niente perché devo ancora perfezionare la faccenda». I giochi, ovviamente. Ma anche il resto: addetti alla sicurezza e alla sorveglianza, personale in cucina, al bancone self service dell’osteria, alla pulizia. Quaranta persone, nei giorni di punta, piena estate. Cibo preparato in casa, dolci compresi: «Facciamo tutto noi, un po’ perché la qualità deve restare quella di sempre, un po’ per mantenere prezzi accettabili. Qui una persona, con dieci euro, può trascorrere un’intera giornata, mangiando e divertendosi».

L’osteria e il parco sono aperti nei ne settimana estivi, da aprile a novembre, tutti i giorni solamente in agosto. Lui, Bruno, presente a tempo pieno, in compagnia di Sergio, il suo amico – aiutante, vicino di casa in pensione. Stanno entrambi in una piccola o cina stracolma di attrezzi, trafficano parlando in dialetto stretto dalla mattina alla sera: «Si, mi piace passare i miei giorni qui. C’è silenzio, siamo in mezzo alla natura e i giochi richiedono continue manutenzioni, migliorie: guai a lasciar andare le cose. Il fatto è che mia moglie è un tesoro. Perché, vede, io quando mi metto a fare una cosa, perdo la dimensione del tempo. Guardo l’orologio: le dieci di sera. Oh, porca malora... lei, all’inizio si allarmava, pensava a una qualche disgrazia. Poi ha capito che io qui sono in una specie di paradiso. Finisce la giornata, mi guardo intorno e sono felice. Certe volte vado a fare due passi tra i giochi. Ci sono gli uccellini. Mi dico: Bruno, anche oggi hai vissuto».

Il bosco è ad alto fusto, la luce che filtra tra le foglie. Anche se i pioppi, intesi come alberi, sono quasi scomparsi: «Veniva un uomo a potarli. Ogni potatura, un bicchiere di vino. Dopo un po’ era ciucco, mi preoccupavo per lui. Si è offerto un cliente. Disse: lo faccio io, una vita sui pali dell’alta tensione. Bene, risposi. Arrivò attrezzato, un pezzo d’uomo. Potava e veniva giù. Lo invitai a pranzo. Si scolò un bottiglione di rosso. Non è un po’ troppo? Macché, sono forte, sono abituato, disse lui. Dopo un’ora me lo vedo svenuto a sette metri di altezza, attaccato a un albero. Riuscì a riprendersi e a scendere ma aveva segato gli alberi nel modo sbagliato, entrava l’acqua nel fusto, morti quasi tutti». Bruno cammina, parla, sorride. Un padrone di casa formidabile. Ma anche un uomo trasportato da un sogno curioso e da un’intelligenza prontissima. Prepara la pasta, stappa una bottiglia di prosecco, racconta dei viaggi per il mondo che non ha più voglia di fare, corregge il ca è con un poco di grappa e di liquore alle prugne. Senso dell’umorismo, ironia e autoironia, che sono come il sale del vivere.

E continua: «Non so dirle se è mai esistita una ragione profonda dietro tutto questo, è successo piano piano e credo sia il mio modo di stare al mondo. Certo, giocare è qualcosa che sta nella testa di chiunque. Ma anche il fare, il piacere di realizzare qualcosa che non c’è. Non m’incenso, ci mancherebbe, però un giorno
ho ricevuto un bellissimo complimento. Vennero qui gli studenti di una scuola professionale, osservavano le giostre. A un certo punto il professore mi domanda: ma lei quale laurea ha preso? Gli ho mostrato la mano aperta. Cinque dita. Lui: cinque anni? Mi è venuto da ridere. Quinta elementare».

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