Zazà Ramen, wall painting No. 444, Jan van der Ploeg, 2017 - Credits: Ph. Matteo Barro
Zazà Ramen, wall painting di Matteo Ceretto Castigliano - Credits: Ph. Matteo Barro
Zazà Ramen, Tetsuro Shimizu, 2015 - Credits: Ph. Matteo Barro
Zazà Ramen, Kees de Goede "Stelle", 2017 - Credits: Ph. Matteo Barro
Zazà Ramen, Antonello Ruggieri - Credits: Ph. Matteo Barro
Zazà Ramen, piatto freddo con pollo e coriandolo fresco - Credits: Ph. Matteo Barro
Brendan Becht da Zazà Ramen - Credits: Ph. Matteo Barro
Places

Zazà Ramen, tra arte e cucina

C’è una tendenza nell’arte contemporanea di essere sempre più popolare, riuscendo a coinvolgere - anche al di fuori dei luoghi istituzionali deputati alla sua presentazione - spazi, momenti e interlocutori inaspettati. Alla ricerca di relazioni piuttosto che oggetti, spesso i luoghi o le situazioni preferiti dagli artisti per mettere in crisi dinamiche abitudinarie di fruizione hanno a che fare col mangiare. Per esempio, nel 1972 Gordon Matta Clark, Carol Goodden e Tina Girouard aprivano a SoHo il ristorante FOOD completamente autogestito e ben presto centro aggregativo per una comunità di intellettuali riuniti attorno al cibo. Qualche decina d’anni dopo, nel 1990, sempre a New York, Rirkrit Tiravanija spostava al centro dello spazio espositivo gli uffici e i magazzini della galleria Paula Allen e cucinava nel retro Pad Thai per il pubblico. Diversi sono i tentativi da parte degli artisti di creare nuovi commenti visivi sul presente, e l’ambito culinario spesso favorisce questa rete di scambio, definendo un contesto per tradizione condiviso.

Se da un lato l’arte contemporanea la porta nei suoi domini, anche la cucina incontra la creatività in luoghi e modalità multiformi, come nel caso di Brendan Becht e del suo ristorante specializzato nella tradizionale pietanza giapponese: Zazà Ramen. Aperto a Milano (in via Solferino 48) nel 2013 con l’idea di portare in città la sintesi perfetta tra le culture giapponese e italiana, il locale dello chef olandese ex collaboratore di Pierre Hermé al Fauchon e di Alain Senderens al Lucas Carton di Parigi, trova nell’arte contemporanea un interlocutore interessante. Lungo le scale che collegano i due piani del locale, Brendan ha disseminato indizi degli artisti giapponesi ai quali è più legato attraverso i poster di una serie di mostre: dalla recente di Kishio Suga all’Hangar Bicocca di Milano - che durante il suo soggiorno ha mangiato solo ramen di Zazà - al noto fotografo Hiroshi Sugimoto, l’eccentrica Yayoi Kusama e il concettualista postumanista Tetsumi Kudo. «Mio padre collezionava diversi artisti, dalla Pop Art al Nouveau Réalisme, dall’arte concettuale al minimalismo, e negli anni ‘60 ha acquistato anche opere di Tetsumi Kudo e Yayoi Kusama». Figlio dei collezionisti Agnes & Frits Bech - suo padre fu il primo a organizzare una personale di Piero Manzoni al Café De Posthoorn a L'Aia nel 1959 - e allievo in Italia dello chef Gualtiero Marchesi - noto appassionato d’arte e a sua volta carissimo amico del creatore degli Achromes -, Brendan Becht ha trovato del tutto normale portare l’arte nel suo ristorante. «Zazà Ramen è nato quando a Milano nessun posto preparava ramen, una pietanza molto comune e di stampo operaio in Giappone, e così abbiamo deciso di realizzare un ristorante contemporaneo, nipponico nello spirito, ma senza i soliti cliché. Inoltre, mi interessava dare sfogo al mio secondo amore, senza però creare una vera e propria galleria. Volevo andare oltre al semplice allestimento decorativo o d’intrattenimento e al tempo stesso integrare l’arte nel locale in maniera spontanea, discreta e non chiassosa». Ispirato al nome giapponese dell’indimenticabile e assiduo consumatore di ramen Ispettore Zenigata, la cucina di Brendan Becht (e dei suoi due soci Kevin e Sumika Ageishi) è semplice, informale e conviviale, basata su un arredamento essenziale dal design nord-europeo pur non trascurando dettagli ispirati alla tradizione giapponese - come le luci sopra ai tavoli di Tokyu Hands o quelle realizzate con tessuti italiani ispirati ai quadri dell’artista olandese, a Tokyo negli anni sessanta, Daan van Golden).

Da quando ha aperto Zazà, ogni sei mesi Brendan invita un artista a intervenire sugli spazi vuoti della parete bianca più grande del ristorante, proprio di fronte a un tavolo di legno dove i posti non sono separati e la gente siede vicina condividendo il pasto. Molto spesso queste azioni, ispirate anche alle atmosfere di Zazà, sono dei veri e propri dipinti murali che hanno vita limitata, poi coperti da una mano di bianco diventando così strati di vita del locale. «Ho voluto creare un ambiente in contemporanea con l’arte di oggi perché mi piace e perché da piccolo ho sempre vissuto immerso nell’arte e in contatto con gli artisti (come Lucio Fontana) che frequentavano casa nostra in Olanda», racconta Brendan. Dal 2013, sui muri di Zazà Ramen si sono succeduti diversi artisti di fama internazionale: il Leone d’Oro alla Biennale di Venezia, Tobias Rehberger, in collaborazione con la galleria Giò Marconi (2013-2014); l’amico David Tremlett che ha lasciato dipinti permanenti nelle nicchie della sala al piano seminterrato (2014); Kees de Goede, artista olandese che ha realizzato in loco tele monocrome di forma tonda costellate da macchie di colore nerofumo, un omaggio alla cultura nipponica (2014); Ayako Nakamiya (2014-2015) e Tetsuro Shimizu (2015), entrambi pittori giapponesi da anni in Italia e legati a una ricerca sul colore di matrice informale; Antonello Ruggieri (2015-2016) che, dipingendo con colori a base di rame immagini simboliche tratte da incisioni preistoriche, ha trasposto visivamente riflessioni filosofiche sulla realtà; Matteo Ceretto Castigliano (2016), ispirato alla cultura del writing e dei graffiti per approdare a uno studio spaziale delle forme, in collaborazione con Galleria Giuseppe Pero; di nuovo Kees de Goede (2016-2017) che ha portato una moltitudine di pitture circolari come “stelle” metafora dell’universo; infine l'ultimo - allestito fino a novembre - in collaborazione con Galleria Renata Fabbri, Jan van der Ploeg (2017) noto per i suoi wall painting che travolgono in combinazione cromatiche e geometriche lo spazio e l’architettura circostante.

«I clienti di Zazà Ramen vedono e si rendono conto della presenza dell'arte, apprezzano che le mostre cambino periodicamente. Secondo me, il valore dell'arte non si esprime in denaro ma nell'emozione e nella reazione talvolta molto intensa, piacevole o spiacevole che provoca. L’arte in un ristorante deve accompagnare in modo piacevole il tempo che i clienti passano a tavola insieme agli amici e deve abbinarsi al cibo e alle bevande servite!». In effetti il bello di Zazà Ramen è proprio questo, stare nell’arte spontaneamente e condividerla con chi ti siede accanto, mangiando ramen e bevendo Asahi alla spina.

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