Storytelling

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L’opera e il suo doppio

L’opera e il suo doppio

Nella notte tra il 10 e l’11 settembre del 2007, al Louvre, sotto il naso della Gioconda, fu commesso il più clamoroso furto della storia dell’arte, un colpo talmente perfetto che nessuno se ne accorse. Eppure la refurtiva non era un quadro piccolo e facile da nascondere, ma il più grande di tutto il museo: Le Nozze di Cana, capolavoro del Veronese, un mastodontico telero di circa 70 mq, appeso proprio di fronte alla Monna Lisa, unica testimone oculare che, interrogata, si limitò a sorridere enigmaticamente.

Era in effetti un vero enigma: com’era stato possibile portare via un quadro grande come un appartamento senza che nessuno lo scoprisse? Semplice: lasciandolo lì dov’era. O meglio, lasciando lì la cornice, la tela e i colori che lo componevano. Ciò che fu rubata, infatti, fu la sua autenticità. Una persona sola se ne accorse: Bruno Latour, filosofo e sociologo francese. Non solo scoprì il furto ma rivelò, ammirato, anche il nome del ladro: Adam Lowe. A distanza di nove anni, Mr Lowe, nato nel 1959 a Oxford, è ancora a piede libero e vive a Madrid, dove porta avanti un’attività molto, molto particolare. Per capire di cosa si tratta siamo andati a incontrarlo nella sede della sua società: la Factum Arte.

«Adam!», urla la sua assistente. Nessuna risposta. «Chissà dove si è andato a cacciare ‘stavolta...». Ci tocca andarlo a cercare, attraversando quattro capannoni industriali traboccanti di capolavori d’arte di ogni tipo ed epoca, enormi leoni alati assiri, sculture di Marina Abramovic, misteriosi macchinari, l’Ultima Cena di Leonardo, opere metalliche di El Anatsui, a reschi egizi del IV secolo a.C.... una stratificazione apparentemente caotica che, in realtà, già racconta cosa è Factum Arte.  In questo paese delle meraviglie artistiche, Lowe, con l’aiuto di una quarantina di collaboratori (esperti di software 3D, conservatori, artisti, restauratori...) e con mezzi tecnologici all’avanguardia, porta avanti una doppia vita: in una, con la Factum Arte, collabora con alcuni tra i più famosi artisti contemporanei alla realizzazione delle loro opere. Nell’altra, con la Factum Foundation, fa qualcosa che nessun altro al mondo è in grado di fare: realizza facsimile di antiche opere d’arte, di  una qualità talmente elevata da essere indistinguibili dagli originali, quali che siano: la tomba di Tutankamon o i fregi di Nimrud, fino alla ricreazione del Caravaggio prima rubato e poi distrutto dalla Mafia nel 1969 e restituito a Palermo nel 2016.

Finalmente lo scoviamo. Ma come si fa a descrivere questa via di mezzo tra Indiana Jones e Umberto Eco? «Lui si definisce “mediatore digitale per l’arte” ma è molto di più», mi aveva spiegato Chiara Casarin, curatore e direttore dei Musei di Bassano del Grappa, «Lo spettro della sua attività va dalle tombe egizie all’arte contemporanea. È un artista, un restauratore ma anche un grande studioso e teorico dell’arte, risolutore di problemi di ogni tipo». Problemi, come quello dell’enorme telero del Veronese esposto al Louvre. Pensato e realizzato dall’artista nel 1563 in modo che, grazie a una magia della prospettiva, dialogasse con l’architettura del Cenacolo del monastero benedettino dell’Isola di San Giorgio, a sua volta opera del Palladio. Un dialogo tra due capolavori che fu bruscamente interrotto nel 1797 da Napoleone il quale, giunto in Laguna da vincitore, lo fece tagliare a pezzi e lo portò a Parigi, dove fu ricucito (alterandone le dimensioni), incorniciato e infine esposto al Louvre. Un “furto” vendicato, 210 anni dopo, con un altro “furto”: «Sì, è vero», ride Lowe, con quell’aria di trasandata, spettinata e naturale eleganza che solo certi inglesi sono in grado di sfoggiare, «Il giorno dopo lo svelamento del facsimile, Bruno Latour parlò di “furto dell’autenticità”. Lo fece per tutta una serie di motivi: perché vedere il quadro senza la cornice, e nel luogo per cui era stato concepito, in dialogo con l’architettura del Palladio, all’altezza giusta per apprezzarne la prospettiva, illuminato lateralmente da luce naturale e infine riportato alle sue dimensioni originarie, è un’esperienza molto più “autentica” rispetto a quella che si ha al Louvre, dove il quadro originale è incorniciato, appeso all’altezza sbagliata, illuminato dall’alto da luci artificiali, senza nessun rapporto con lo spazio in cui si trova e, per di più, con la Gioconda di fronte a distogliere l’attenzione». La di erenza tra queste due parole, “originale” e “autentico”, è la chiave per capire il senso del lavoro, teorico e pratico, che Adam Lowe porta avanti da più di tre decenni.

«Ogni opera d’arte», dice Lowe, «È un oggetto dinamico: invecchia e cambia, come le persone. O viene restaurata. L’originalità quindi non è qualcosa di immutabile ma è un processo. Ecco perché “registrare” la supeficie di un’opera è diventata la mia ossessione». Animato da queste idee, alla fine degli anni 90, a Madrid, conobbe Manuel Franquelo, grande artista spagnolo, «Ma anche uno straordinario ingegnere informatico: entrambi eravamo interessati ai modi in cui l’informazione digitale si trasforma in immagine e iniziammo a collaborare in alcuni progetti. Quello fu l’inizio di Factum Arte. Finché un giorno mi chiesero se ero in grado di “registrare” la superficie della tomba di Sethy I, nella Valle dei Re. Dato che non ne avevo idea, ovviamente risposi di sì. Mi feci prestare 100mila sterline e, con quelle, realizzammo uno scanner 3D verticale, grande abbastanza da scannerizzare una superficie così vasta. Franquelo, poi, progettò il software che, ancora oggi, lo fa funzionare in modo da restituirci dei dati di una precisione stupefacente. Sono passati 15 anni e, nel frattempo, abbiamo realizzato anche il facsimile della tomba di Tutankhamon. Quello che è successo tra questi due eventi è Factum Arte».

Dopo il successo dei primi lavori in Egitto, Factum ha iniziato a lavorare in tutto il mondo ma è stato il facsimile de Le nozze di Cana, commissionato dalla Fondazione Giorgio Cini di Venezia, a segnare la svolta: l’entusiasmo con cui la critica accolse quel lavoro e, soprattutto, il pensiero e lo studio che c’erano dietro, legittimò definitivamente l’operato di Lowe, permettendogli di sconfiggere uno dei suoi maggiori nemici: i pregiudizi. «La parola “copia” ha sempre avuto un signi cato positivo. Fu il filosofo tedesco Walter Benjamin, con il suo famoso saggio del 1936, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, a metterla in cattiva luce. Quindici anni fa, quando in Inghilterra andavo a cena con gente altolocata e dicevo che stavo realizzando la copia della tomba di  Sethy I, la reazione era “Che orrore!”. Oggi vado alle stesse cene e la reazione è “Ma è fottutamente favoloso! L’ho vista! Come diavolo ci siete riusciti?!”. Come disse una volta Philippe Daverio, con il facsimile de Le nozze di Cana abbiamo reso Benjamin definitivamente obsoleto. Perché Arte è eliminare i pregiudizi».

Oggi la Factum Foundation svolge un’opera di importanza incalcolabile nella conservazione del patrimonio artistico mondiale che, vuoi per la naturale azione del tempo (basti pensare alle delicatissime tombe egizie), vuoi per l’ottusità umana (vedi la distruzione di Palmira), rischia di andare perduto. Insieme al suo team, Adam Lowe ha riprodotto, a scopo conservativo, opere di ogni tipo. Eppure ci sono ancora sfide che non ha vinto: «Ad esempio gli odori. Vogliamo arrivare al punto in cui, visitando il facsimile della tomba di Sethy I, si senta lo stesso odore che c’è nell’originale, la stessa acustica, la stessa temperatura».

Ma in conclusione, qual è la differenza tra un falso e un facsimile? «È molto semplice: il falso è realizzato con l’intento di ingannare, di occultare le azioni compiute per realizzarlo, mentre un facsimile
è l’esatto l’opposto: rende visibile tutti gli strati della mediazione. Uno è fatto per nascondere, l’altro per mostrare e informare. Ecco perché, se c’è una parola che non sopporto quando si parla di noi, è “falso”. Recentemente hanno scritto che siamo “la fabbrica del falso”, ma è una defi
nizione totalmente sbagliata: noi siamo la fabbrica del vero».