Storytelling

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Nell'antro del ciclope

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Storie di utopie, arte e vita alternativa: Monte Verità

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atelier oï: la nostra regola aurea? Pensare con le mani

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Il fascino discreto di Collezione Maramotti

A Reggio Emilia, all'interno dell'edificio in cui si costruì la storia di Max Mara, sorge la Collezione Maramotti. Un gioiello architettonico che racchiude oltre 200 opere d'arte contemporanea

Michael Anastassiades, il designer della sorpresa

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Atelier Biagetti, tra performance e design

L'aspetto performativo del design nel lavoro di Laura Baldassari e Alberto Biagetti: come scena, oggetti e figure attivano incanti e abissi dalla mente, alla ricerca di vie di fuga da convenzioni e simulacri
In conversazione con David Chipperfield

In conversazione con David Chipperfield

Ci sono tre modellisti che stanno creando Chipperfieldlandia in miniatura, cartoncino e polistirolo, scala uno a un miliardo, con un’accuratezza certosina. Una giovane architetta muove un omino all’interno del modello della nuova boutique Valentino nell’Ifc di Hong Kong, in corso di progettazione. E apporta modifiche rispetto al rendering computerizzato: riposiziona arredi, tappeti e partizioni. «È fondamentale. Solo così puoi renderti conto degli spazi», dice, parlando a bassa voce, in un ufficio dove le gerarchie appaiono fluide e poco sottolineate.

David Chipperfield, il maestro, il mentore, è appena sbarcato qui a Milano, dove ha sede uno dei suoi quattro studi d’architettura sparsi per il mondo (le altre città sono Londra, Berlino e Shanghai). È arrivato di buon mattino, dopo una lunga passeggiata nella zona dei Navigli: «Londra sta divenendo irriconoscibile, mentre a Milano ti senti in una città vera: c’è equilibrio tra spazi commerciali e residenziali, le classi sociali sono ben miscelate, antico e nuovo convivono con armonia», dice. «Londra è un gigante dello shopping e dell’intrattenimento che ha perso molte delle sue qualità civiche».

È vestito di blu scuro, colore, insieme al bianco, ammesso nel suo guardaroba. In veste più formale per i giorni di lavoro. In tenuta informale quando è in Galizia nella sua casa di Corrubedo, dove passa le giornate sulla sua barca a vela ribattezzata Dulcinea. «Sono un pescatore senza speranza, ma in compenso, un discreto cuoco», dice col suo modo di parlare preciso, quadrangolare. Ha una fede d’oro bianco all’anulare (la moglie, Evelyn Stern, è argentina di origine tedesco-ebraica) e porta un Rolex che spunta dal maglioncino, visibile non appena avvicina la mano al mento per meglio osservare il modello delle Procuratie Vecchie di Venezia: un’ampia opera di restauro e di architettura d’interni in piazza San Marco commissionata da Assicurazioni Generali allo Studio di Milano. Questo è stato fondato nel 2006 da Giuseppe Zampieri, Direttore della Progettazione e socio. «Qui realizziamo edifici, anche se in realtà, e perdoni il bisticcio, noi non costruiamo edifici», dice l’architetto inglese in una delle rare iperbole che si stupirà di fare durante la nostra conversazione. «Prima di tutto creiamo idee, idee che diventeranno costruzioni. Ecco perché è fondamentale lavorare sui modelli. È una conversazione con gli spazi che ci tiene ancorati».

In uno spazio attiguo ce ne sono a decine di modelli, circa 70 sviluppati in oltre 10 anni, alcuni in legno, altri in marmo. Piccola antologia delle tante opere che Chipperfield ha firmato e costruirà, inclusa Cava Arcari, una cava in grotta situata nei Colli Berici che, con un’installazione per eventi, in Pietra Bianca di Vicenza, commissionata da Laboratorio Morseletto allo Studio di Milano, inaugurerà in maggio. Il 12 dello stesso mese, alla Basilica Palladiana di Vicenza aprirà i battenti la mostra David Chipperfield Architects Works 2018 che resterà aperta fino al 2 settembre.

La mostra comprende, tra gli altri, la Cappella del Cimitero e il Centro Visitatori di Inagawa in Giappone, il Centro Direzionale Amorepacific a Seoul e l’estensione della Kunsthaus di Zurigo in Svizzera. Tra i progetti futuri, i 230 metri della Elbtower di Amburgo, il Museo di Storia Naturale Zhejiang di Anji, il Nobel Center di Stoccolma, la Neue Nationalgalerie di Berlino, il Bryant di New York, la James Simon Galerie di Berlino e il ma- sterplan della Royal Academy of Arts di Londra.

Nato a Londra nel 1953, formatosi a fine anni 70 negli uffici di Douglas Stephen, Richard Rogers e Norman Foster, David Chipperfield è l’architetto della determina- zione. «Lavoro con lui da oltre vent’anni; se David decide di aggiudicarsi un concorso si va fino in fondo», racconta Zampieri, collezionista, tra l’altro, di fumetti originali (Charlie Adlard e Sergio Toppi su tutti) che, se necessario, dirige i team in interminabili sessioni di revisione. Una persona diretta che disegna edifici dagli incroci perpendicolari che sembrano trame di un tessuto viste al microscopio. E forse è per questo che risulta essere l’architetto più amato dagli stilisti e dalle maison di moda che in lui vedono un’ancora in un mondo rutilante e in continuo cambiamento. All’inizio lavorò per Issey Miyake e diverse altre maison di moda. Più di recente per Valentino, per la quale ha disegnato decine di boutique in tutto il mondo, compresa quella maestosa di New York sulla Fifth Avenue. A seguire, Bally, Brioni. E presto, a Montreal, lo spazio per Ssense, la piattaforma online che cura una selezione di marchi di moda di lusso. «Sarà una tipologia di negozio del tutto nuovo», descrive Zampieri che ha diretto lo sviluppo dei concept di negozio per Bally, Brioni e Valentino e ora per Ssense. «Il negozio, senza insegna, è realizzato in cemento sabbiato di colore nero. Al piano terra, che comprende un ingresso a doppia altezza, ci sono spazi eventi e aree espositive, a seguire due piani per i camerini e, infine, un caffè all’ultimo piano. Ordini abiti e accessori online e li provi lì».

Alcuni sono soliti chiamare Chipperfield ostinato. Non certo perché si limiti a disegnare sempre la stessa cosa, tutt’altro. È piuttosto perché ogni progetto sembra voler tirare una riga rossa su cosa è venuto prima. Una perseveranza cocciuta. «È vero: il concetto di novità non ci appassiona», confessa, utilizzando il plurale per sottolineare il significato collettivo che conferisce al lavoro. «Non mi dispiace essere definito ostinato», concede dopo una borbottante riflessione, «Ma, forse, “risoluto” sarebbe più corretto. Se fai cose troppo complicate», dice, «tra dieci anni tutti le guarderanno e si chiederanno “perché?”». Capita di continuo anche a lui, quando si trova a dover intervenire su di un edificio preesistente
e, per prima cosa, a rimuovere tutti «Gli interventi privi di senso e modaioli» lasciati da chi l’ha preceduto. La base di tutto, per come la vede lui, è semplice: costruire edifici dai quali, se fossero scossi energicamente, nulla cadrebbe. «Cerchiamo di essere la storia prima della storia. Eliminare tutti gli elementi che il tempo spazzerà via, prima che possa iniziare a farlo».

Concetti simili a quelli del monaco benedettino Dom Hans van der Laan, uno degli architetti che cita frequentemente insieme ad Albini e a Gardella. Spiritualmente, dice di credere “in alcune cose”, ma di non essere un tipo religioso, molte delle sue opere hanno plinti e colonne, come fossero templi di Apollo. Laico professo nonostante abbia chiamato i suoi figli maschi come arcangeli, Raphael e Gabriel, e sua figlia Celeste, come lo sfondo di un quadro di Giotto: «Volevo nomi che suonassero inglesi, latini, ebrei e cristiani allo stesso tempo», spiega Chipperfieldiano anche in questo, perse- guendo e trovando la quadratura di tutto.

Da poco ha terminato un altro lotto dell’estensione del Cimitero di San Michele in Isola a Venezia, dove sono sepolti Ezra Pound, Igor Stravinskij, Franco Basaglia e persino il ‘mago’ Helenio Herrera, l’allenatore dell’Inter e Milan negli anni 60: «Mi piace il calcio, l’ho giocato e ho tifato Tottenham per molti anni. Ora, è un interesse sullo sfondo». Anche il risultato del suo lavoro deve stare sullo sfondo, predica. Ecco perché, quando progetta, non gli interessa minimamente risultare giocoso: «L’architettura non è il soggetto dell’esistente, ma il palco su cui le vite devono essere condotte. Non è qualcosa a cui guardare, ma qualcosa dentro la quale esistere». Da qui, la precisione delle sue scelte, che sono masticate sempre con convinzione e impegno. Milano sì, come già detto, ma il complesso di CityLife no, «Perché potrebbe essere ovunque, ed è concepito secondo la logica dei nuovi investitori, che vogliono torri dentro cui barricarsi, separati dal resto della città». Poi le considerazioni su alcune costruzioni fluide «Che di fatto sono operazioni di branding, non propriamente di architettura. Mentre possono essere belle strutturalmente, se usate nella progettazione di un museo, sono spesso deboli. Appena ti concentri su qualcosa, ti viene da spostare l’attenzione su altro. E questo non è il modo giusto per permettere al pubblico di godere dell’arte».

In piedi tra le colonne del suo tempio, lancia il suo fulmine sulla realtà, continuando a punteggiare il mondo coi suoi edifici, che forse non sono altro che segnali d’allerta, piccole medicazioni: «Dal dopoguerra in poi sono stati fatti troppi errori. E come punizione, ormai, ci è concesso di costruire soltanto piccole cose. I soldi pubblici non esistono più e noi architetti siamo diventati semplicemente i consulenti degli investitori privati, che di fatto sono i nuovi pianificatori. Lavoriamo lontani da ogni idealismo. E possiamo solo tamponare il sanguinamento, coi nostri cerotti di cemento armato».