Storytelling

La scatola metallica

Il progetto è firmato da Tobia Scarpa, come quasi tutti gli arredi e i dettagli costruttivi. È la storia di una profonda e lunga amicizia tra l’argentiere Ciro Cacchione e l’Architetto

In conversazione con Cristina Celestino

Concilia i contrasti, modulando forme e colori con delicatezza soave. E ricercando nella tradizione il vigore e l’eternità delle cose belle. La sua regola? Essere sempre fedeli a se stessi
Le scale a chiocciola di Budapest, ipnotiche

Le scale a chiocciola di Budapest, ipnotiche

Il fotografo ungherese Balint Alovits rende omaggio alla pulizia formale delle scale a chiocciola dei palazzi Art Deco e Bauhaus della capitale ungherese
Codice Cassina

Codice Cassina

The Other Conversation: un viaggio culturale ed emozionale in cui i prodotti iconici del marchio sono ritratti in ambienti di architetture straordinarie

L'arte della ceramica secondo Cody Hoyt

In equilibrio tra l’architettura brutalista cui s’ispira e la naturalezza dei minerali che utilizza. Poetica di un artista le cui creazioni mutano aspetto al mutare dello sguardo

Luxury style: Goshhh!!!

Mobili dimenticati in una cantina o antiche madie senza futuro, si trasformano in pezzi unici grazie a interventi creativi e preziosi

Il British Museum festeggia 268 anni

Un cortometraggio per celebrare il prestigioso museo londinese fondato nel 1753 dal medico e naturalista Sir Hans Sloane
Tullio Pericoli si racconta

Tullio Pericoli si racconta

L’area che a Milano va da corso Monforte a corso Concordia è un’area generica: priva di monumenti celebri (porta Monforte è stata realizzata come l’ultima delle cinque porte milanesi), riunisce in sé tutti gli estremi della città. Di fianco all’hotel di lusso Chateaux Monforte c’è infatti un centro di accoglienza francescano e una mensa per i poveri.

Tutt’intorno, caratterizzato da memorie patriottiche (piazza Tricolore, viale Premuda, viale Piave), si estende il quadrilatero della moda; d’altronde, in cinque minuti a piedi si arriva al Duomo e nello stesso tempo, ma in automobile, si è già sulla tangenziale Est. È precisamente su questa parte di città che si a accia dal 1999 lo studio di Tullio Pericoli: «Guardare il trambusto del traffico e dei lavori per la nuova linea metropolitana dalle mie nestre mentre lavoro è rilassante come guardare un acquario».

Forse per Pericoli il trambusto esterno riflette quello interiore dell’illustratore e del pittore sempre al lavoro, anche al sabato e a volte la domenica, un rovello esistenziale indotto dalla condizione di chi è intrappolato nel labirinto quotidiano del mestiere creativo, analogo a quello descritto in un paio di racconti di Franz Kafka, Un artista del digiuno e Josefine, la cantante ovvero il popolo dei topitra i preferiti di Pericoli.

Lo studio ha una pianta a “L”, con una parte più calda perché interamente ricoperta dal legno: sul parquet, sul soffitto,  nelle alte librerie e nel lungo tavolo di Achille Castiglioni che riceve gli ospiti, la posta, i libri e i giornali. All’estremità opposta c’è una parte più fredda, chiara, dove si allineano i tavoli da lavoro, sporchi di inchiostro o colore e popolati dai contenitori tondi di ogni genere di strumento da disegno, matite, pennelli, pennarelli, per arrivare in ne alle tele in corso di esecuzione.

In mezzo c’è Tullio Pericoli che ha diviso in due anche la sua giornata: «Di mattina leggo, mentre al pomeriggio lavoro ai quadri o ai disegni perché mentre la mattina ha un limite preciso, il pomeriggio ha un tempo allungabile o regolabile a seconda del lavoro da fare». Siamo insomma nell'atelier di un artista ordinato e metodico, che separa il suo spazio e il suo tempo con cura, fino a indulgere nell’autoanalisi. Da quando si trova infatti in questo studio ha preso l’abitudine di fotografarlo circa ogni anno da sette punti di vista fissi, registrando così tutti gli spostamenti. Perché? «È una sorta di diario, interessante perché involontario: noi pensiamo di appoggiare cose sul tavolo senza un motivo preciso, ma in realtà ce n’è sempre uno anche se non intenzionale», come ci racconta. Riemerge qui, quell’atavismo marchigiano che Geminello Alvi ha definito pignolo e terragno.