Storytelling

L'arte della ceramica secondo Cody Hoyt

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Luxury style: Goshhh!!!

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Tullio Pericoli si racconta

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In conversazione con Edward Barber e Jay Osgerby

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Intervista a Pedro Gadanho, direttore del nuovo MAAT di Lisbona

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Disegnare il sacro: il nuovo libro di Marco Sammicheli

Una breve chiacchierata con Marco Sammicheli su Disegnare il Sacro, un volume sul rapporto tra design e religione edito da Rubbettino

La storia della macchina fotografica in un cortometraggio

Un bellissimo corto animato per appassionati di fotografia prodotto dallo spagnolo Portero Delantero, sulle note jazz di Lee Morgan
Benvenuti nell

Benvenuti nell'officina di Daniele Mingardo

Oggi l’artigianato si associa spesso allo storytelling e a oggetti che testimoniano l’autenticità di un luogo. Daniele Mingardo è un artigiano, ma va controcorrente. I prodotti che escono dalla sua offcina non sono interessati a raccontare dove sono nati, non trasmettono messaggi, non sono metafore semantiche. L’unica storia che sono disposti a narrare è quella del materiale e del modo più logico di tradurlo in forme funzionali e coerenti con la propria contemporaneità. Anche perché Daniele i metalli ce li ha nel sangue e li ascolta da quando è bambino.

Ha imparato presto il fondamentale ruolo di mediatore che l’artigiano svolge tra chi progetta e l’oggetto. «La mia fortuna è che mio papà ha cinquant’anni più di me e quindi io oggi, a 28 anni, posso rilanciare la nostra attività artigianale», spiega, «Con l’avvento dell’industria, infatti, è saltata una generazione: quella nel mezzo, con la prima crisi del settore negli anni 90, ha chiuso le offcine. I figli dei fabbri, dei marmisti, dei muratori, hanno dismesso l’attività di famiglia perché non più redditizia».

L’officina Mingardo, infatti, nasce grazie al papà Ilario che apre una carpenteria metallica a Monselice dove ha la grande fortuna di veder passare Carlo Scarpa, prima, e poi il figlio Tobia. Realizza per il Maestro elementi di residenze entrate nella storia dell’architettura d’interni, come quella dei Businaro. Di lì a poco avviene l’incontro con Aldo Parisotto, che da Ilario apprende molto sulla straordinaria esperienza della forgiatura e resterà nel tempo un punto di riferimento.

Nel frattempo Daniele cresce pulendo l’officina, ascoltando i discorsi dei “grandi”, il modo del padre di dialogare con professionisti e professori. Lui, però, non sente il bisogno di frequentare l’università, impara da autodidatta: «Perché dal pratico puoi arrivare al teorico, ma il contrario è molto più difficile». Dei metalli inizia a riconoscere i caratteri, l’indole, ogni minima peculiarità. Tanto che oggi ne parla quasi come di persone: «Il ferro ha un carattere meno forte rispetto a rame e ottone, che nel tempo virano sul verde o sul nero. Il ferro, invece, arrugginisce e viene mangiato, risente degli agenti atmosferici e quindi muta di più. Paradossalmente è il più resistente, quando è nel cuore di una struttura o verniciato; ma, se è portato all’esterno o senza protezione, è il più fragile di tutti».

Quando negli anni 2000-2010 si assiste alla riscoperta dell’artigianato, il giovane fabbro è pronto per iniziare la sua avventura: «Il movimento dei Makers in America stava facendo molto e questo ha coinciso col ritorno in Italia dell’artigianato e dei materiali crudi, quali il ferro grezzo insieme ai metalli preziosi. Così abbiamo intercettato l’onda».

Daniele insiste nel chiedere ad Aldo Parisotto di divenire art director di una nuova avventura produttiva, la Mingardo Designer Faber. L’idea è quella di trasferire le esclusive competenze acquisite in una collezione di complementi d’arredo in serie numerata (ma non limitata). La cura del dettaglio e l’assistenza impeccabile sono i punti di forza di una relazione con i progettisti nella quale il dato tecnico e quello umano non possono essere scissi. Il risultato sono oggetti di altissimo pregio esecutivo, intelligenti, pronti a entrare nelle case di chiunque sappia riconoscere il valore del tempo. Di lì a pochi anni vengono messe a punto due collezioni firmate da autori di diverse generazioni. Non tanto talenti emergenti o star del design, quanto progettisti disposti a comprendere che l’investimento vero - per loro come per l’artigiano - è quello del tempo destinato allo sviluppo del prodotto.

E il tempo per Daniele è soprattutto passaggio, stratificazione, durata; per dirla col linguaggio dei metalli: patina. Spiega: «La materia parla mentre il verniciato è muto. Il rame, l’ottone ossidandosi raccontano una storia, diventano parte del loro contesto perché cambiano in maniera più veloce o lenta in base all’ambiente in cui si trovano. E trovo giusto che i miei pezzi invecchino come tutte le creature viventi, a partire dal cliente che li metterà in casa propria».

Oggi come allora, accanto alle collaborazioni d’autore l’officina non può prescindere da committenze totalmente diverse, quali ponti e grandi strutture, che richiedono certi cazioni molto complesse. In termini commerciali essere un artigiano editore rende possibile un contenimento dei costi, ma ciò non toglie che la Designer Faber porti alla Mingardo meno del 10% del suo fatturato complessivo. Nel migliore dei mondi possibili questa percentuale sarebbe ribaltata perché il pubblico comprenderebbe più facilmente le differenze tra un pezzo di qualità duraturo e l’effimera fragilità della grande distribuzione. Daniele lavora in questa direzione e i risultati di certo non mancano; tuttavia essere completamente autosufficienti con questo tipo di prodotti oggi come oggi resta ancora un sogno.

Ma, come diceva Gio Ponti (che in termini di relazione tra design seriale e artigianato è stato un pioniere): «Niente è mai successo che non fosse prima sognato».