Alberto Alessi nel suo studio in azienda sul lago d'Orta - Credits: Ph. Mattia Balsamini
La sala campionaria dove si riconoscono alcuni pezzi iconici di Philippe Starck, Wiel Arets e Michael Graves - Credits: Ph. Mattia Balsamini
Credits: Ph. Mattia Balsamini
A sinistra, Alberto Alessi nello studio, alle sue spalle tanti oggetti tra cui il vaso a torre di Ettore Sottsass. A parete alcuni schizzi di progetto di Aldo Rossi e Sapper. A destra, alcuni prototipi e prodotti esposti al Museo Alessi a Crusinallo. Tra gli altri lo spremiagrumi Juicy Salif di Philippe Starck e Mandarin di Stefano Giovannoni - Credits: Ph. Mattia Balsamini
Storytelling

Quei sogni nel cassetto

Come prototipo di una bella giornata sul lago non funziona. Minaccia di piovere, le nubi avvolgono i fianchi delle montagne e dal cielo emerge solo una cima, un triangolo perfetto, che a ben guardare sembra la punta del bollitore iconico di Aldo Rossi. Dalle grandi finestre che illuminano il Museo Alessi, a Crusinallo, Piemonte, la vista è questa, con la Val d’Ossola della Repubblica partigiana all’orizzonte, un torrente in piena che fiancheggia lo stabilimento e il binario della ferrovia a confine. Da questa fabbrica, ancora con il classico capannone a dorso di drago, sono nate almeno tre generazioni di oggetti che hanno scritto la storia del design italiano e da qui hanno preso le vie del mondo. Più di 25mila caffettiere, teiere, posate, vassoi, grattugie, spremiagrumi, cestini, pentole, prodotti dal 1921 a oggi, riposano nelle teche di cristallo al secondo piano dell’azienda, sopra gli uffici. Una famiglia allargatissima di successi, e accanto, come fratelli pestiferi appaiono i prototipi, gli impossibili, i mai nati. Ma quando Alberto Alessi, presidente, classe 1946, con delicatezza li sveglia dal loro torpore di carta, di resina e di latta si capisce che un po’ del suo cuore è rimasto lì.

A sessant’anni esatti dalla nascita dello Shaker 870 di Luigi Massoni e Carlo Mazzeri, uno dei più venduti al mondo nell’ultimo mezzo secolo, a quarantacinque dall’inizio della collaborazione con Ettore Sottsass, a quaranta dall’arrivo di Alessandro Mendini e Richard Sapper, a trentacinque dal servizio di posate Dry, firmato da Achille Castiglioni, a trenta dall’avvio della collaborazione con Philippe Starck, si può raccontare la storia di Alessi anche attraverso i progetti mancati, non fallimenti, ma idee troppo avanti. «Forse in anticipo sui gusti della mia famiglia ci sono anch’io, visto che avrei voluto iscrivermi ad architettura, amando moltissimo la storia dell’arte. Ma mio padre, autocrate, aveva detto di no, fai Economia. Il compromesso è stato Legge, tesi sugli statuti sforzeschi della Val Formazza, non lontana da qui, e a ventiquattro anni mi sono trovato in azienda, impiegato a 150.000 lire al mese», racconta Alberto Alessi accendendo un sigarillo marca Che, non il primo della giornata visto le scatole di latta impilate su un ripiano della libreria del suo studio. Scatole da fumare o fumate? «Fumate. Lo so, fanno male, ma è un piacere della vita a cui non rinuncio. Aldo Rossi mi raccontava di quando Ignazio Gardella, suo professore, versandosi un bicchiere di whisky gli diceva: “Lo so che fa male, ma per un’ora sto così bene”. Concordo, assolutamente».

Per star bene Alberto Alessi deve anche vedere il lago, il lago d’Orta, dove è nato, «quel lago descritto da Eugenio Montale quando diceva che qui neppure un’anguilla tenta di sopravvivere. Ma se devo spiegare a uno dei nostri designer che cosa è Alessi, quale tradizione interpreta, cosa è capace di fare, in quale direzione si muove, lo porto su queste sponde. Se vogliamo è il prototipo di un incontro a cui non tutti reagiscono allo stesso modo, alcuni sono asettici, Mendini, ad altri non importa proprio niente, Sottsass. E poi ci sono i laghisti come Rossi, e allora lì, nonostante il rispetto, l’ammirazione, la differenza d’età, nasce una sintonia fraterna. E nasce anche l’idea di cercare per lui una casa sul lago. Giravamo in macchina alla scoperta, poi io prendevo i contatti con le varie agenzie e tornavamo insieme a vedere, ma alla fine ho capito che Rossi era un voyeur di case, gli piaceva solo entrare, sorprendere la vita degli altri. Quando è andato a vivere sul Lago Maggiore l’ho sentito come un grande tradimento». Tradire un’intesa perfetta, un sogno. «A volte faccio fatica a dire no a un bel progetto soltanto perché non funziona o è troppo caro da realizzare, per esempio la bella grattugia di Luigi Fiorentino, o la versione grande del vaso Crevasse di Zaha Hadid, o la caffettiera orizzontale di Denis Santachiara, o magari la nostra eau de parfum, Officina, a base di essenza di metalli, un vago sentore di olio di macchina e un velo di sudore di meccanico che lavora alla pialla». Anche le posate, tra i prodotti culto di Alessi, vantano almeno tre prototipi, «quelle di Harri Koskinen, quelle di Greg Lynn, o persino un primo servizio di Ettore Sottsass del 1982», prosegue Alessi. Cinque anni dopo, nel 1987, nasce sempre per mano di Sottsass il servizio Nuovo Milano, Compasso d’oro. Come l’ha festeggiato la famiglia Alessi? «Con un pranzo a casa di mia madre, menù fisso, salsicce e lombo di maiale tagliato a fettine, il tutto fatto saltare con cipolle e patate fritte. Saporitissimo. Sottsass aveva approvato, e adesso, dopo aver filmato mia madre in cucina, so capace prepararlo anch’io». Il suo primo ricordo in cucina? «Io bambino che mi avvicino a sedere nudo alla stufa, fa freddo, mi avvicino ancora di più, la piastra è rovente, e mi scotto, dolore indimenticabile». Progetti per domani? «Tanti, magari mi ritiro nella mia vigna dove produco il miglior Borgogna fuori dalla Francia. Dopo cinquant’anni in fabbrica me lo merito». Sarà, ma la pensione agreste è un prototipo di vita che per adesso non funziona.

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