Lo studio del designer olandese Aldo Bakker è a pochi passi da Nieuwmarkt, una delle piazze più antiche e famose di Amsterdam - Credits: Ph. Titia Hahne
Il modello in scala in legno dello sgabello Stool (2006) - Credits: Ph. Titia Hahne
Due prototipi stampati in 3D di un progetto in corso - Credits: Ph. Titia Hahne
Al muro alcuni schizzi dei progetti di Bakker e la locandina della retrospettiva Pause, al Mudac di Losanna - Credits: Ph. Titia Hahne
Il designer osserva le forme esistenti nella realtà e, con una serie di disegni e prototipi, le trasforma in sofisticati oggetti - Credits: Ph. Titia Hahne
Da sinistra i protipi di Pipe (2015), delle tazze da caffè e té Cup and Saucer (2015) e un modello in scala realizzato in legno di Flat Bench (2016) - Credits: Ph. Titia Hahne
Storytelling

Aldo Bakker e l’essenzialità

Lo studio di Aldo Bakker è situato in una via secondaria, non lontano dal frequentato Nieuwmarkt di Amsterdam, in un edificio di mattoni scuri, quasi neri. Ma all’interno, tutto è chiaro. Sui lunghi scaffali bianchi sono presentati i prototipi degli oggetti del designer, come un archivio in miniatura, ai muri una successione di disegni e immagini, come un atlante di forme.

Da subito si comprende che Bakker ama l’essenzialità. Unico figlio dei mitici Emmy van Leersum e Gijs Bakker, che negli anni 70 hanno rivoluzionato il design olandese con la loro collezione di gioielli dalle forme futuriste, Aldo non ha mai avuto dubbi sul suo destino di designer. Ma il suo lavoro ha, fin dall’inizio, preso una direzione diversa, molto distante dall’esuberanza della nuova scuola concettuale, a cui suo padre ha così fortemente contribuito, con la fondazione del collettivo Droog design e formando alla Design Academy di Eindhoven più di una generazione di designer oggi di fama internazionale.

Gli oggetti che Aldo progetta sono allo stesso tempo semplicissimi ed estremamente complicati. Oggetti dalle forme essenziali ma non elementari, dalle superfici levigate e convesse che possono nascondere delle cavità inattese. Degli oggetti diffcili da situare: per le qualità plastiche evocano la scultura, per le qualità tecniche lo strumento e per la preziosità dei materiali e della fattura il gioiello. E allo stesso tempo, tutte queste dimensioni
non bastano a spiegarne il mistero e il fascino. Perché gli oggetti di Aldo Bakker giocano sulla frontiera tra figurativo e astratto: se da una parte indicano una ricerca della forma assoluta, della perfezione estetica e di un’equilibrata economia funzionale, dall’altra suscitano delle inattese risonanze organiche, evocando dei profili vagamente vegetali o animali, persino umani. Come il vaso in acciaio smaltato
Pitcher (2014), che ricorda un uccello a riposo, o la seduta Swing (2014) che fa pensare alle lunghe gambe di un ragno.

Molti critici hanno avvicinato queste forme, lisce e bombate, sinuose e allo stesso tempo pure, alle sculture di Brancusi. Bakker, con un sorriso, non esclude questa vicinanza, ma si sofferma a spiegare l’importanza dell’originale convergenza tra forma, materia e uso che ha elaborato, dopo anni di tentativi e di studio. La questione della frontiera disciplinare, il fatto che le sue opere possano essere contemplate come sculture o manipolate come oggetti funzionali, non lo inquieta: «Ho sempre voluto essere tra le discipline, utilizzare i mezzi che ciascuna mi può offrire. Presa separatamente ogni disciplina ha dei difetti: l’arte è spesso prigioniera dell’intellettualismo, il design troppo compromesso con il marketing, l’artigianato troppo rigido nella difesa delle tradizioni».

L’indipendenza è un valore fondamentale per Aldo Bakker che, pur collaborando regolarmente con editori prestigiosi come Karakter o con grandi istituzioni come la Manifattura di Sèvres, rivendica la libertà di una ricerca che si sottrae agli imperativi del mercato. L’indipendenza non è solo legata a un posizionamento etico esigente, ma è anche l’obiettivo che il designer cerca di raggiungere con la creazione dei suoi oggetti. «Si tratta di una dimensione essenziale», spiega: «voglio dare agli oggetti che realizzo una forma di indipendenza. Vorrei che se qualcuno trovasse uno di questi oggetti fra cento anni, senza avere alcuna spiegazione, non sapendo chi l’ha fatto o di che materiale è composto, riuscisse a comprenderne il senso». A un’osservazione attenta, le forme enigmatiche degli oggetti di Bakker nascondono in nite sorprese. A chi li prende in mano e ne esplora l’ergonomia, essi rivelano delle funzioni inattese, provocano dei gesti inediti, eppure sempre profondamente “naturali”, come il prodigioso Salt Cellar (2007) in porcellana nera, che è allo stesso tempo cucchiaio e saliera, o come la panca Pose, la cui seduta in noce appare troppo esile per poter accogliere una persona, ma che in realtà contiene un’anima di metallo che la rende resistente al peso. Tutti questi oggetti richiedono un’esperienza, un contatto, una conoscenza che si fa nel tempo, con l’obiettivo, più che di esercitare un uso, di scoprire l’essenza di un gesto originario. «Sedersi, versare, contenere, sono tutti gesti che de niscono l’umano», dice Bakker: «con i miei oggetti voglio creare uno stato di consapevolezza». Attraverso una molteplicità di vasi, contenitori, brocche, zuppiere, ha per esempio esplorato le mille sfaccettature di un gesto essenziale come quello di versare un liquido – arrivando a soluzioni paradossali, come in AlinetoB (2014), esile annaffiatoio o brocca, in cui il liquido scorre nel manico prima di uscire dal becco. Dietro ogni oggetto, c’è una ricerca che richiede tempo e concentrazione, la rivelazione di una complessità nella semplicità e di una semplicità nella complessità, in cui si riscopre una forma di uidità che ricongiunge l’umano all’orizzonte più vasto della natura, fatta di ussi e trasformazioni.

Allo stesso modo, la concezione e produzione di ogni oggetto è il risultato di un percorso lungo, che può durare degli anni, e che si compie come un lento processo di conoscenza, o, come spiega Bakker, di «frequentazione e di comprensione di una forma». Un processo certosino di esplorazione dei dettagli, finché, ad un certo momento, «l’oggetto appare come un’evidenza». Per la scelta dei materiali, Bakker collabora con una serie di artigiani, complici di vecchia data, come Rutger Graas per il legno, Jan Matthesius per il metallo o Sergej Kirilov a Arnhem per l’Urushi, una pregiata e particolare lacca giapponese, che ha utilizzato per diversi progetti, come l’inquietante sgabello Tonus (2014). In questo momento, il Mudac di Losanna gli consacra una retrospettiva. «Le esposizioni sono degli esercizi difficili», racconta il designer olandese: «Ma estremamente stimolanti. La personale alla Galerie Looiersgraacht 60 a Amsterdam (In betweens, 2015) è stata per me un momento fondamentale: presentando in un immenso spazio solo cinque oggetti, tutti su supporti realizzati ad hoc, ho capito che fare un’esposizione signi ca prima di tutto creare del tempo, attribuire agli oggetti una dimensione temporale, inventare un dispositivo che permette di rallentare il visitatore affiché possa osservare con calma gli oggetti, scoprire che forse, al loro interno, si nasconde una domanda». O forse una risposta.

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