Un ritratto di Alice Rawsthorn - Credits: Ph. Marius W Hansen
Un ritratto della scrittrice e critica del design inglese alla Chisenhale Gallery, uno degli spazi più sperimentali di Londra dedicati all’arte e alla promozione di talenti emergenti. - Credits: Ph. Marius W Hansen
Uno scatto all’interno della Chisenhale Gallery con alcune scenografie dello spettacolo The tremble, The symptom, The swell, The hole together (20/01 – 12/03/2017) dell’artista e coreografo Alex Baczynski-Jenkins. Al tempo dello shooting, si stavano svolgendo le prove. Lo scorso 31 marzo è stata inaugurata una nuova mostra monografica dedicata alla giovane artista Maeve Brennan - Credits: Ph. Marius W Hansen
Storytelling

Alice Rawsthorn: il design come agente di cambiamento

Alice Rawsthorn è un’intellettuale con la quale, discutendo di design, si ha spesso la disagevole sensazione di riferirsi a due argomenti diversi. Se le si chiedono dritte sul mercato o sui trend del momento lei risponde d’altro, discute d’utilità sociale, Africa, inquinamento, pistole realizzate con stampanti 3D. Se ci s’incuriosisce su faccende legate al gusto, sposta l’attenzione su cosa sia rivoluzionario, e cosa no.

«Il design è uno dei più grandi agenti di cambiamento al mondo» dice, tentando la de nizione più calzante di un universo spesso confuso con l’oggettistica e l’arredamento. Frangetta geometrica e cadenza dolce, sguardo che nonostante le buone maniere si spegne se la conversazione (secondo i suoi standard) si smorza un po’, Alice Rawsthorn è un’autorità. Prima firma del New York Times sui temi legati al design. Speaker presso il TED e autrice di Hello World: Where Design Meets Life. E membro del consiglio d’amministrazione della Chisenhale Gallery di Londra e della compagnia di danza Michael Clark. Accompagnata da quel fare rigoroso che mette in soggezione, accetta di parlare di tutto: psichedelia, guerra, emoticon, creazioni orribili. Solo l’arredamento di casa sua, per questioni etiche, resta un tabù.

Un legame tra droga e design esiste?

C’è un legame tra design e qualsiasi cosa, a dire il vero. Anche le pillole che prendiamo in farmacia sono di design. Come c’è design nella formula chimica con cui vengono calibrate.

Ma come strumento d’attivazione psichica usato dai creativi?

Mi viene in mente Robert Brownjohn, un graphic designer americano che ha sperimentato qualsiasi droga e narcotico. Allievo e protetto di László Moholy-Nagy alla New Bauhaus di Chicago, morì a 44 anni per attacco cardiaco. Negli anni 50 frequentava la scena jazz ed era amico di Miles Davis e Charlie Parker. Negli anni 60 si trasferì a Londra perché il servizio sanitario nazionale forniva metadone gratis. Disegnò la copertina Let It Bleed per i Rolling Stones e i titoli d’apertura di due James Bond: Goldfinger e From Russia with Love. Fu anche arrestato, perché fece irruzione nello studio del suo medico cercando di accedere al mobiletto dei medicinali.

Tutti hanno in bocca la parola “design”: ma sanno di cosa parlano?

No. Credo che la maggior parte lo confonda con lo styling, oppure col branding, o col marketing. Il design vero è un  agente di cambiamento, che può essere applicato in molti contesti diversi. Pensi al sistema della segnaletica stradale, al grado di rigore e immaginazione necessari per realizzarlo. Oppure, a quando Cody Wilson, attivista pro-armi, ha pubblicato il template per costruirsi una pistola funzionante utilizzando la stampante 3D. Non gli interessava tanto il design in quanto tale; voleva solo dimostrare quanto fosse inutile legiferare in senso proibizionista. Ma, di fatto, ha aperto un dibattito tanto energico e globale su come applicare in modo intelligente al design la stampa tridimensionale, che l’arma è stata acquistata dal Victoria & Albert Museum di Londra per la sua collezione.

La zona di Londra dove c’incontriamo assomiglia a Manchester, la sua città natale. C’è il canale, le house boat dei fricchettoni, i mulini industriali, i padiglioni a acciati su Victoria Park, quell’intervallarsi di derelitto e intrigante che le periferie inglesi sanno o rire. Vive qui dagli anni Ottanta, dopo aver abbandonato l’idea di diventare lmmaker ed essersi laureata all’Università di Cambridge: «Avevo un grande scoperto in banca e dovetti trovarmi un lavoro», racconta. «L’unico mestiere che mi regalava l’illusione di studiare ancora era il giornalismo».

Cosa prova quando entra in un negozio Ikea?

La verità? Trovo mediocre e non sostenibile a livello ambientale la gran parte degli oggetti cosiddetti “di design”. E non mi riferisco solo a Ikea. Il design d’arredamento poi non è certo l’ambito che trovo più stimolante: esistono aree dove si sperimenta di più.

Visti i tempi, spesso si sente parlare di “disaster design”.

E infatti mi viene in mente il progetto dell’architetto Jan Willem Petersen, che ha fondato lo Specialist Operation design group ad Amsterdam. La sua ricerca sui programmi di ricostruzione post conflitto finanziati dal governo olandese nella regione dell’Uruzgan, in Afghanistan, ha messo in luce come solo il 20 per cento delle strutture donate alla popolazione rispondesse a una logica di utilità. Il 50 per cento risultava addirittura abbandonato. Per esempio, la polizia locale aveva chiesto una stazione con il tetto piatto, da utilizzare nel deserto come postazione d’avvistamento. Gli olandesi hanno fatto tutto spiovente.

Sono queste le storie che Alice ama. Oltre a quelle sui geni eccentrici come l’infermiera inglese Florence Nightingale, inviata nel diciannovesimo secolo negli ospedali militari di Crimea dove s’accorse che i combattenti non morivano per le ferite, ma per le infezioni prese in ospedale. Ridisegnò padiglioni e corridoi. Creando modelli utilizzati ancora oggi.

Anche gli emoticon sono entrati al MoMA. Quali utilizza di più?

Su Instagram, la ballerina di amenco. Nei messaggini, la stella cadente. Poi amo la torta, per gli auguri di buon com- pleanno.

Quando viene al Salone del Mobile di Milano si annoia?

Non necessariamente. Amo la città, adoro Fondazione Prada e Hangar Bicocca. E poi è sempre un’ottima occasione per vedere lavori interessanti fatti da giovani designer.

Quali sono le design week più sperimentali?

La Biennale di Lubiana, ad esempio. Poi la design week di Pechino e la Biennale di Istanbul.

Qual è il libro sul design più urgente, che nessuno ha ancora scritto?

Mi piacerebbe scrivere una nuova storia del design moderno, che tocchi tante realtà e che parli di genere, geografia e tecnologia, di storie di design che riguardano, ad esempio, l’America Latina, l’India postcoloniale e il presente più recente dell’Africa, dove in Uganda si trasformano in carburante rifiuti alimentari. Ciò che ci vuole è una bomba. Il primo trattato, revisionista, della storia del design.

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