Andrew Botton al The Met (completo di Tom Browne) - Credits: Ph. Francesco Lagnese
Al Costume Conservation Lab, con Sarah Scaturro Head Conservator, sceglie i capi per la mostra su Rei Kawakubo - Credits: Ph. Francesco Lagnese
A sinistra, Laura Mina, Associate Conservator, mentre sistema un abito prezioso: Refrain Dress, Yves Saint Laurent per la maison Dior. A destra, la lente meccanica analizza l’abito Yves Saint Laurent per la maison Dior (primavera /estate 1958), per evidenziare le parti da restaurare - Credits: Ph. Francesco Lagnese
Andrew nel suo ufficio mentre studia il catalogo della mostra in corso - Credits: Ph. Francesco Lagnese
A sinistra, Cassandra Gero, Assistant Conservator, con Laura Mina su un abito di Rei Kawakubo. A destra, analisi sul cappotto Le Perse di Paul Poiret (1911) con Glenn Petersen, Conservator. Per entrare al Lab è obbligatorio indossare guanti e scarpe protettive - Credits: Ph. Francesco Lagnese
Storytelling

Andrew Bolton: l’arte della seduzione

Il concetto giapponese Ma delinea lo spazio tra le cose, il silenzio tra un suono e l’altro, l’intervallo tra le persone, gli oggetti, le parole. «È quell’affascinante luogo di confine dove risiedono le interpretazioni», aggiunge Andrew Bolton, curatore del Costume Institute al Metropolitan Museum di New York a proposito della mostra Rei Kawakubo Comme des Garçons: Art of the In-Between (aperta al pubblico no al 4 settembre 2017). «Non è stato facile lavorare con una designer che rifiuta di parlare del suo lavoro, che non ama né che la gente lo interpreti né dare spiegazioni. Ma ne è valsa la pena», racconta gettando uno sguardo a un abito scomposto, blu profondo, parte della collezione Invisible Clothes di Comme des Garçons. Per relazionarsi a Rei Kawakubo, rivoluzionaria e impenetrabile fondatrice del marchio nipponico Comme des Garçons, il curatore inglese è partito dal suo silenzio, il suo Ma: «Desidero che gli spettatori viaggino in questa zona d’ombra», spiega da dietro le quinte al Costume Conservation Lab, «È lì dove Rei offre nuove visioni, stimola reazioni soggettive, senza imporre nessuna interpretazione».

Ma come ha reso accessibile al pubblico del Metropolitan un concetto così astratto? «Le opere esposte aiuteranno enormemente». I capi di Rei Kawakubo risolvono le dicotomie tra moda e non moda, soggettivo e oggettivo, femminile e maschile. Nella collezione Lumps and Bumps corpo e abito sono una sola cosa, il design si fa concreto, teatrale: «Essenziale è sedurre visivamente i visitatori» precisa il curatore, «Solo quando il pubblico è sedotto, potrà leggere i significati dietro un oggetto, oppure se ne andrà, con una memoria vivida». La mostra Alexander McQueen: Savage Beauty del 2011, co-curata con il suo predecessore Mr. Koda, ha attratto (ed emozionato) più di 650mila visitatori. Racconta Bolton: «Fu inaugurata a un anno dal suicidio di McQueen, c’era ancora un incredibile senso di amarezza. Gli abiti erano imbevuti della sua intensità. Trascinavano gli spettatori dalla gioia alla rabbia, dalla quiete al dolore. Sublime».

Per il nuovo responsabile del Costume Institute, intrattenimento ed educazione devono convivere, stimolando l’immaginazione. Come il maestro Harold Koda anche Andrew Bolton indaga il presente con la lente del passato, creando sintesi elettriche tra novità e tradizione e lasciando gli oggetti liberi di parlare e, come dice lui, respirare. Il curatore arrivò dall’Inghilterra a New York nel 2002, con solo due anni di esperienza nel mondo della moda. Cresciuto in un piccolo villaggio in Lancashire, dopo la laurea in antropologia all’università di East Anglia, conseguì un master in Non-Western Art. La sua carriera accademica iniziò al dipartimento East Asia del Victoria and Albert Museum di Londra: «Mi innamorai dell’idea di raccontare storie attraverso gli oggetti. Più che le di erenze mi a ascinavano le similitudini tra le culture».

Al V&A iniziò a focalizzare la ricerca su come abiti e tessuti fossero un potente medium di espressione culturale e sociale, mentre King’s Road e le sottoculture giovanili londinesi in uenzarono profondamente il suo immaginario: «Mi affascinava come dietro una spilla da balia, un ciuffo laccato, la fodera sgargiante di una giacca si celassero precisi universi simbolici e culturali» racconta, impeccabile, nel suo completo preppy disegnato dal compagno, il designer Thom Browne. Riviste come The Face, ID, Blitz diedero il via al suo interesse per la moda. Ma più che i punk-dandy annichiliti del ventesimo secolo, l’antropologo, con quel viso delicato e ipnotico, un mix tra David Bowie e Andy Warhol, visse da vicino il movimento underground New Romantic. «Le serate al night club The Blitz di Covent Garden erano vere e proprie performance artistiche. Musicisti, artisti e stilisti, da Steven Jones a John Galliano usavano il corpo per narrare, esprimere contrasti di genere. Non c’erano limiti, la moda era una via per trasmettere libertà». 

Con la sua prima mostra Men in Skirts al V&A, il giovane accademico mise in discussione il significato della mascolinità attraverso un excursus sull’uso della gonna nelle diverse culture: «Gli abiti non hanno genere, è la società a crearlo». E se al Museo londinese, dedicato al design e arti applicate, la sua pratica era in qualche misura più semplice, perché non c’era gerarchia e la moda era concepita come un’altra forma di arte decorativa, al Metropolitan precisa: «Dobbiamo lottare per legittimare la moda a forma di espressione artistica».

Nel passaggio tra i due sistemi, Harold Koda, storico curatore del Costume Institute, ebbe un ruolo fondamentale. «Decise di investire su di me», svela Bolton, «Mi insegnò a catturare visivamente l’audience e a rendere accessibili i concetti più complessi». Diverso ma non meno importante fu l’insegnamento di Anna Wintour, direttore di Vogue, direttrice Artistica di Condé Nast e organizzatrice del Met Ball, l’evento di fundraising più glamour dell’anno che, ogni maggio, inaugura la mostra al Costume Institute: «Il suo sguardo è molto diverso da quello di un curatore. Mi ha insegnato il valore della sintesi, a selezionare solo i pezzi che servono per raccontare la storia», chiarisce indicando alcune opere di Rei Kawakubo nello story board appeso alle pareti del Lab. «Il dress code del Gala di quest’anno ha seguito il tema della mostra, The Art of the In-Between», sottolinea. «Per me è una notte magica: camminare, dal red carpet alla mostra, dal cocktail alla cena, in quella sottile linea di con ne tra sogno e veglia». E trovarsi meravigliosamente nel mezzo, nel Ma.

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