L’architetto olandese Anne Holtrop ritratto sul tetto di uno dei progetti ora in lavorazione nello studio di Muharraq: il restauro e la riconversione a Museo delle Perle della residenza dei Siyadi, celebri mercanti di perle del secolo scorso, nel centro storico della città - Credits: Ph. Andrea Pugiotto
Storytelling

Nello studio di Anne Holtrop

Ha una luce speciale negli occhi e una calma serafica. Nessuna affettazione; è l’opposto di una star. E neppure nessun “fuoriprogramma”; non sembra neanche sudare, nel suo vestito sahariano, sotto i 30°C novembrini del Bahrain, il paese dove vive da due anni e dove ha aperto il suo secondo studio di progettazione, a Muharraq. Compostezza nordica, verrebbe da dire, visto che l’aspetto non tradisce la sua provenienza: la Gheldria, esatto centro dei Paesi Bassi. Eleganza, piuttosto. Serenità, responsabilità, rigore. Che nei suoi edifici lui riesce d’incanto a sublimare in poesia; a rendere suggestione, pathos. «Do molto spazio all’intuizione: prima faccio e poi cerco di comprenderne il significato. Ma non c’è sempre un perché per ogni cosa e io non voglio sapere tutto a priori: in questo modo sono motivato ad andare sempre a fondo delle questioni, a scoprire delle prospettive inedite, ad appassionarmi. Non solo: questa indagine che parte dallo sconosciuto lascia tracce di non-finito anche nel finito, che aggiungono una quota di illogico e non funzionale all’oggetto costruito, aprendolo a diverse interpretazioni». Anne Holtrop distilla con naturalezza l’essenza della sua arte.

Architetto, (quasi) 40 anni. Una formazione lunga e multisciplinare: cinque anni di ingegneria, seguiti da sei anni di architettura e da cinque di pratica nello studio dell’artista Krijn de Koning, dove impara a usare il modello come strumento di progetto, di comprensione della realtà nella sua totalità, fuori dalle regole di pianta-sezione-prospetto. Costruire sarà il suo metodo di lavoro. Niente fogli, niente schizzi. Si lavora n da subito sull’aspetto emotivo dell’esperienza progettuale, sulle atmosfere, le interazioni, indagando lo spazio in un modo apparentemente estraneo all’architettura – quello che Holtrop de nisce material gesture, l’azione libera dalla ragione – e che solo alla ne giungerà a una forma definita, al disegno e alla realizzazione. Contesto, scala, percorsi, funzioni sono elementi in nuce nell’atto creativo, non questioni da risolvere. La poesia, appunto.

Nel 2007 vince un premio come progettista promettente. Senza aver ancora costruito nulla. «Un vero incoraggiamento!», grazie al quale è arrivato il primo incarico, la Trail House, ad Almere: una casa senza porte né tramezzi, solo un sinuoso percorso in legno di pioppo immerso nella natura. Un progetto-manifesto: organico, provocatorio, libero. Nel frattempo Anne legge Barthes, Eco, Buchloh; approfondisce gli artisti contemporanei; si ispira a Scarpa: «Sentivo il bisogno di studiare e di tracciare un percorso che mi rendesse libero». Solo a 32 anni apre il suo primo studio ad Amsterdam, dove arrivano importanti commesse – il Temporary Museum (Lake) e il Museum Fort Vechten, entrambe in Olanda – e dove la ricerca scultorea raggiunge il suo apice con la serie di progetti Batara. «Sono blocchi ottenuti da gesso colato sulla sabbia, essiccato e poi estratto. L’aspetto “naturale” permane nella super cie grezza di contatto con i granelli, quello “artificiale” in quella liscia dello stampo. L’idea è di scavare l’architettura, come archeologi. Da piccoli campioni realizzati in studio, siamo arrivati a un edi cio intero, il Batara Pavilion a Wageningen, e a grandi sculture, che saranno esposte a Parigi a marzo».

Anne con Remco Sie- bring, project architect di Studio Holtrop. L’headquarter di Muharraq – una tradizionale casa araba restaurata – ospita un ufficio riunioni, una sala computer (sopra), un laboratorio modelli e servizi. Tutti i progetti ora in fase preliminare dovranno essere completati entro l’autunno 2019. Il primo cantiere sarà la ricostruzione come spazio museale del Padiglione del Bahrain di Expo, in una piazza di Muharraq - Credits: Ph. Andrea Pugiotto
Nel liwan (l’ambiente aperto a nord delle case arabe) dello studio, porzione di maquette del Qaysariya Suq, antico mercato cittadino. Sullo sfondo, modelli testimoniano la ricerca libera e continua su materiali e superfici - Credits: Ph. Andrea Pugiotto
In studio, in primo piano sulla terrazza, il modello della Sheikh Isa bin Ali House: l’antica dimora dei regnanti, tra gli edifici più antichi di Muharraq, diventerà una casa-museo. Sullo sfondo, ancora il Qaysariya Suq. Studio Holtrop firmerà il progetto di restauro e rifunzionalizzazione dell’area del mercato cittadino - Credits: Ph. Andrea Pugiotto
A sinistra, Il liwan dello studio. Il restauro ha riportato all’originale bellezza la pietra corallina dell’edificio precedente. Lo spazio si sviluppa su due livelli, affacciati su una corte; tutte le stanze hanno larghezza 3 m (la luce delle travi di legno) e soffitti in bambù indiano. Sul parapetto, modello di torre. A destra, Holtrop nella Siyadi House - Credits: Ph. Andrea Pugiotto
Anne Holtrop mostra uno dei primi modelli di Batara: un progetto cardine della ricerca scultorea del progettista, un esercizio di archeologia applicato all’architettura. L’ispi- razione viene da alcune foto di Petra (Giordania) scattate da Bas Princen - Credits: Ph. Andrea Pugiotto

Oggi Anne Holtrop si divide tra Amsterdam, Mendrisio (insegna all’Accademia di architettura) e il Golfo Persico, dove si è trasferito dopo aver vinto il concorso per il Padiglione del Regno del Bahrain per Expo Milano 2015: un edificio maturo, in cui monomatericità, uso vernacolare dei materiali, essibilità ed emozionalità hanno trovato espressione coerente e coraggiosa. Un’opera che ha signi cato, oltre a una svolta di vita, la consacrazione internazionale di Holtrop, e una serie di nuove commesse; ben 14, perlopiù concentrate in Bahrain: si tratta di interventi di recupero e rifunzionalizzazione di edifici storici e aree urbane. «L’aspetto interessante sarà sviluppare idee sull’esistente, senza costruire nulla». Costruire. Il fare, sempre. Come una regola, che porta a non fermarsi, soprattutto davanti alle sfide.

«All’epoca del concorso sapevo poco di questo paese. Ho imparato a conoscerlo mentre il progetto si evolveva. Le differenze culturali sono evidenti, capirsi con le maestranze non è stato facile allora e oggi le difficoltà non sono sparite. Bisogna essere flessibili, ma questo ha un risvolto positivo. Ci si può reinventare, esercitarsi a vedere le cose in modo di erente e diventare più consapevoli di sé. La saggezza è importante per un architetto». Proprio come il tempo. E qui, in Bahrain, c’è tutto il tempo per pensare e sperimentare, nelle lunghe giornate scandite dalle adhan. Un bambino saluta dalla nestra e Anne sorride scuotendo la mano. «Siamo un’attrazione nel quartiere. La gente sente il rumore dei lavori in officina ed è curiosa. Non capisce che qui noi facciamo architettura».

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