Daalderop (2016), scultura della serie CryptoFuturism - Credits: Ph. Frederik Vercruysse
Blast Furnace (2013), attualmente in mostra nella Cattedrale, uno spazio all’interno della casa-atelier di Joep van Lieshout, e dedicato alle mostre temporanee - Credits: Ph. Frederik Vercruysse
Joep van Lieshout - Credits: Ph. Frederik Vercruysse
Nel giardino dell’atelier, Bikini Bar (2006) - Credits: Ph. Frederik Vercruysse
Darwin (2008), due sculture completamente percorribili - Credits: Ph. Frederik Vercruysse
Der Fliegende Holländer (2016), una delle macchine distruttive, parte di The End of Everything - Credits: Ph. Frederik Vercruysse
Alcune sculture delle serie Molecules - Credits: Ph. Frederik Vercruysse
Dettaglio della stanza da letto di Joep van Lieshout - Credits: Ph. Frederik Vercruysse
Storytelling

Atelier Van Lieshout: se il fine giustifica i mezzi

In occasione di Fiac 2017, la Foire Internationale d’Art Contemporain di Parigi, l’opera Domestikator firmata Atelier Van Lieshout avrebbe dovuto essere installata nel parigino Jardin Des Tuileries come parte del programma Hors Les Murs.

Avrebbe, perché poche settimane prima dell’apertura il board del Louvre vine rifiuta l’installazione: “Evitando il rischio che possa essere recepita scandalosa dal pubblico del giardino”. L’opera censurata, un edificio-scultura di 12 metri che simboleggia in modo astratto “l’atto del soggiogamento” tra uomo e animale alludendo all’addomesticamento attuato dagli uomini su altri uomini e sul Pianeta in generale, era stata commissionata dalla Ruhrtriennale di Bochum, in Germania, dov’è rimasta installata negli ultimi tre anni, utilizzata come spazio di sperimentazione per il teatro e le arti performative. Non è certo il primo scandalo ad apparire nelle pagine dell’arte contemporanea, e in questo caso specifico il dramma non si consuma nella percezione generale e nel significato intrinseco dell’opera, ma nel ruolo delle istituzioni, che dovrebbero difendere la libertà di espressione come canale diretto per favorire coscienza e consapevolezza. «C’è un trend in atto nel mondo dell’arte», spiega Joep van Lieshout, «Di sottostare all’opinione pubblica e di evitare tutto ciò che potrebbe sollevare una discussione. Ma l’arte è un modo per riflettere sulla società in cui viviamo. Come artista penso che il ruolo delle istituzioni e degli artisti sia quello di guidare le persone nella lettura dei paradigmi dei nostri giorni, non di essere spaventati dal loro giudizio. La polemica ha un suo effetto positivo, può mettere alla berlina azioni sbagliate».

Per fortuna la storia ha un lieto fine: Domestikator è stata installata al Centre Pompidou, che con il supporto di Fiac e Carpenter’s Workshop Gallery – galleria che promuove l’artista – ha dato voce alla propria opposizione in merito alla censura dell’opera.

Ancora ignari del caso parigino, in una conversazione con l’artista nella sua casa-atelier di Rotterdam cresciuta con lui negli ultimi 20 anni all’interno di ex-magazzini industriali nell’area portuale della città, abbiamo indagato la posizione specifoca di uno degli artisti la cui opera è tra le più ambigue e paradigmatiche del mondo dell’arte contemporanea.

Nella serie CryptoFuturism, scrivi di rivisitare il Futurismo a distanza di un secolo per osservarne le risonanze con le tendenze totalitarie in atto, usando l’arte per rivelare l’interazione tra le nozioni di utopia e distruzione. Che cosa ti affascina del movimento e qual è, se c’è, l’orientamento politico dietro questo pensiero?

Mi piacciono i Futuristi perché sono stati rivoluzionari, cominciando dal modo di intendere l’arte. Hanno prodotto opere completamente diverse da ciò che esisteva prima di loro, e hanno attraversato tutti i possibili confini tra ciò che è considerata arte e ciò che non lo è, come il design, la pubblicità, la musica. Hanno creduto in una nuova utopia possibile, che ha provocato questo cambio di direzione. Ma come è noto, hanno anche fatto scelte sbagliate, come sostenere il fascismo e desiderare di diventarne gli artisti ufficiali, anche se di fatto non è poi stato accettato dal regime. E probabilmente è questo il momento in cui l’utopia incontra il suo contrario, la distopia. Nell’interrompere qualsiasi riferimento al passato, i Futuristi hanno creduto che la guerra e la violenza sarebbero state lo strumento ultimo e definitivo per raggiungere e conquistare il cambiamento. Avrebbero permesso di uscire dai giochi di potere in atto. Nel loro caso, la guerra portava anche un incredibile progresso nelle tecnologie. L’inizio del secolo scorso è stato tanto drammatico quanto innovativo, se si pensa ai mezzi di trasporto, di informazione e di comunicazione. E penso che oggi, per lo stesso motivo, viviamo nuovamente in un mondo che cambia radicalmente: il lavoro umano è stato sostituito dalle macchine, le decisioni vengono prese da un algoritmo, i robot guideranno e ci faranno da avvocati, la nostra vita può essere manipolata o prolungata grazie alla manipolazione genetica... stiamo subendo cambiamenti epocali nel modo in cui gli umani vivono.

Qual è la tua posizione rispetto a tutto questo?

Mi sento perso. Rimango un romantico, e ho la tentazione di tornare all’era industriale, o di sostenere un modo più naturale di intendere la nostra esistenza, in cui l’uomo è parte equa della società. Ma le nuove tecnologie hanno un ruolo fondamentale rispetto a come la nostra società, e la nostra economia, sono e saranno guidate.
Significa che ci saranno persone che saranno provviste di conoscenza, macchine, quote, algoritmi, e molte altre che saranno semplicemente disoccupate. Quindi: continuiamo come stiamo facendo, o distribuiremo la ricchezza? Se così fosse, potremmo lavorare otto ore alla settimana. Una sorta di ultimo concetto di comunismo, accettando che il benessere non è nelle mani di singoli individui, ma in quelle di individui che rinunciano al dominio individuale.
So anche che questo non funzionerà. Se penso a me stesso, io non voglio avere tempo libero. Ogni momento che ho a disposizione lo utilizzo per creare qualcosa. Ci saranno persone che non sapranno che cosa farsene del “tempo”. La liberazione dal lavoro, che dovrebbe apparire come un’utopia possibile, forza anche il pensiero del suo contrario: un mondo distopico, non equo e insostenibilmente disoccupato. Da un lato dunque queste enormi possibilità che la tecnologia suggerisce, dall’altro l’emergere forte di una forma di populismo, di fascismo; se combini le due cose ottieni una formula davvero preoccupante.

The Good, The Bad and the Ugly: molti dei tuoi lavori esprimono una sorta di brutalità intrinseca da cui emerge l’umano più che umano in tutte le sue sfumature emotive; qual è l’alterazione di pensiero che vuoi provocare attraverso l’utilizzo di questi codici?

In primo luogo mi piace contraddirmi, da un lato creo, dall’altro distruggo. Non voglio essere categorizzato. Non voglio essere associato a un’ideologia semplice e spicciola. E questo è il motivo per cui sono così criticato da idealisti che si rivelano idealisti ipocriti. Quindi la mia è una critica all’ipocrisia della nostra società. È il rifiuto alla richiesta di dare risposte. Ma mi interessa iniziare pensieri, sollevare domande. Metto lo spettatore a confronto con un’immagine che mostra il buono e il cattivo, il razionale e l’irrazionale, il reale e il surreale. Sai qual è stato uno dei libri più importanti che ho letto, e che ho copiato a mano con piuma e inchiostro? Il Principe di Macchiavelli. Questo libro è il primo testo che tratta la politica e la sociologia guardando al comportamento delle persone (e a come si muovono per raggiungere il potere) senza nessuna nozione di moralità. Guarda al mondo senza prendere in considerazione l’etica. Il mio lavoro provoca un pensiero etico perché non la considera come strumento, né come mezzo.

Una delle declinazioni di CryptoFuturism è la serie The End of Everything, che abbraccia la riflessione sui modelli di consumo della società. Qual è la tua posizione, e perché l’idea della fine?

The End of Everything narra del cambiamento. Che dovremmo provocare, o no. Come quello di un mondo sostenibile, che mi sembra aver bisogno di cambiamenti strutturali nei campi dell’energia, del clima, del cibo, dell’urbanistica, o della democrazia. Una strada possibile, meno programmatica, è quella di far rientrare ogni cosa nel ciclo del riuso. Negli ultimi lavori ho messo in atto azioni distruttive, ho progettato macchine che polverizzano ogni cosa, e riadopero ciò che ottengo per realizzare nuove opere e arredi. A livello metaforico la distruzione ha la doppia valenza di cancellare ogni cosa, e questa rappresenta una seconda via possibile: provocare un’azione apocalittica in grado di determinare una tabula rasa da cui sentirsi liberi di ri-immaginare i nostri sistemi di riferimento. Anche a costo di tornare indietro di 2000 anni, ripartendo da ciò che resterà sarà sotto forma di frammento.

La tua fine?

La mia fine? Sarà eroica. Morirò in battaglia. Lottando per il mondo.

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