L'architetto libanese Bernard Khoury passeggia sulla terrazza di uno dei loft del Plot # 1282, edificio appena completato a Beirut, disegnato dal suo studio DW5 - Credits: Ph. Andrea Pugiotto
L’opera SS/DW, progettata da Khoury per la mostra Moving Home(s) alla Sfeir-Semler Gallery (2006) e oggi posizionata in studio a due metri di altezza - Credits: Ph. Andrea Pugiotto
Khoury in sella alla sua Ducati 1098 - Credits: Ph. Andrea Pugiotto
In senso orario, una delle workstation su ruote progettate per il Tumo Center for Creative Technologies in Armenia (2011); il casco usato per l’installazione C’était un rendez-vous (2013); il dispositivo-tavolo abitabile I Wish I Could Make Them All Look Like You (2012); il modellino del Plot # 2251, edificio residenziale completato nel 2013, che ospita sui suoi ultimi tre livelli l’abitazione privata di Khoury, la N.B.K. Residence. - Credits: Ph. Andrea Pugiotto
Una vista dello studio DW5, nel quartiere Karantina - Credits: Ph. Andrea Pugiotto
Ancora un ritratto di Bernard Khoury su una delle terrazze del Plot # 1282, edificio di 95 loft industriali, tra i 100 mq e i 650 mq, con una superficie complessiva di 25.800 mq - Credits: Ph. Andrea Pugiotto
Storytelling

In conversazione con l’architetto libanese Bernard Khoury

“Prego, l’architetto sta per arrivare”. Dopo pochi minuti, si aprono le porte del montacarichi ed entra un uomo vestito di nero in sella a una Ducati 1098. La parcheggia accanto a noi, scende e ci saluta con un sorriso. Non è così usuale sentire il rombo di una moto, dentro uno studio di architettura. Ma Bernard Khoury, libanese classe 1968, è un grande appassionato di motori, soprattutto d’epoca. Il suo atelier, ricavato in un intero piano di un ex edificio industriale, ospita due Porsche, due Ducati e una piccola auto elettrica, dalla sua collezione personale, accanto a prototipi e modelli di architettura e design, installazioni, decine di pacchetti di sigarette, il posacenere Cubo di Munari e una serie di accendini rigorosamente neri, per i suoi ospiti. Il nero, con alcune importanti concessioni al rosso, è il colore dominante, qui come nei suoi progetti di architettura, «Più di 15 realizzati nella sola Beirut», racconta.

Siamo nel quartiere Karantina, un distretto commerciale e artigianale nel Nord-Est della capitale libanese. Dalla terrazza che sormonta l’edificio, la vista è potente e ci permette di traguardare la città e osservare un assetto urbanistico estremamente eterogeneo, dovuto alla palese mancanza di qualsiasi pianificazione. La presenza di numerosi loft industriali ha fatto sì che la zona si popolasse negli ultimi anni di studi di artisti, designer, architetti e gallerie d’arte. Sopra lo studio di Khoury, la Sfeir-Semler Gallery ospita una personale dell’artista Walid Raad, cui l’architetto è legato da un rapporto di amicizia e collaborazione professionale. A qualche isolato di distanza, troviamo la sede libanese della Carwan Gallery, fondata dagli architetti Nicolas Bellavance-Lecompte e Pascale Wakim, tra i cui autori compare proprio il nome di Khoury, e ancora lo studio della designer Karen Chekerdjian.

Nell’atelier, un lungo tavolo ospita le postazioni dei suoi collaboratori, sul pavimento di resina rosso sono adagiate le opere P.O.W. – Prisoner of War, un guscio metallico da far indossare ai prigionieri di guerra prodotto nel 2008 dalla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino per la mostra YouPrison. Riflessioni sulla limitazione di spazio e libertà, e I Wish I Could Make Them All Look Like You, realizzata nel 2012 per un committente privato. La struttura di quest’ultima, in acciaio e legno, sembra quella di un semplice tavolo, ma nasconde un meccanismo che permette di aprirla per svelare il calco di un corpo femminile in cui sdraiarsi. Dal soffitto scende l’installazione SS/DW (2006), un'imponente capsula ovoidale nera – inizialmente ideata per gli spazi della galleria Sfeir-Semler – in cui è possibile introdurre la testa rimanendo appesi grazie a una imbracatura, per esplorare attraverso 8 monitor l’ambiente in cui l’architetto lavora e l’intero archivio di studio, composto da un incredibile numero di progetti non realizzati, «Una sorta di cimitero per gli edi ci incompiuti», come ci rivela lo stesso Khoury.

Nessuna di queste opere è pensata per essere contemplata, si tratta piuttosto di macchine che si attivano grazie all’interazione con il corpo umano, come architetture in piccola scala. Nello studio sono disseminati elementi di arredo disegnati dal padre, Khalil Khoury, uno dei più grandi rappresentanti del modernismo libanese, che ha fortemente incoraggiato la sua attività sin dall’inizio. «Sono nato e vissuto tra mura e soffitti disegnati da mio padre», racconta. «Ho usato letti, tavoli, sedie progettati e realizzati dall’azienda di arredamento della mia famiglia, una delle più importanti della regione. Immerso da sempre in questa atmosfera, per me diventare architetto è stata la scelta più naturale. È in azienda che ho avuto il mio primo studio, così come l’opportunità di usare maestranze e macchinari per sperimentare liberamente su prototipi e modelli. Un’esperienza fantastica».

Nella sua vita, ha viaggiato in tutto il mondo, vissuto a Parigi e studiato negli Stati Uniti, dove ha conseguito la laurea alla Rhode Island School of Design e svolto un Master ad Harvard. Nel 1993, finita la guerra civile, decide di tornare a Beirut e fondare qui lo studio DW5, per prendere parte a quello che era stato annunciato dal governo libanese come un grande piano di ricostruzione: «Non c’è voluto molto poi per capire che i grandi progetti pubblici non avrebbero mai visto la luce, a causa di uno Stato incompetente e corrotto che aveva lasciato in mano ai privati il destino della città. Così ho iniziato a lavorare per l’industria dell’entertainment, di cui il mitico locale B018, realizzato qui a Karantina nel 1998, è il primo esempio. La mia esperienza a Beirut è stata molto più formativa degli studi accademici. In assenza di una pianificazione pubblica, erano i privati a dettare legge e con il mio ruolo di architetto ho avuto sin da subito la responsabilità di delineare le strategie più adatte a ciascun contesto. L’imprevedibilità governa la vita nella città, così come il nostro lavoro di progettisti. Vivere qui è una battaglia che mette costantemente alla prova la tua capacità di sopravvivere, ma forse è proprio questo che rende Beirut così irresistibile e stimolante. I miei primi lavori, dal punto di vista progettuale, denunciavano una chiara volontà di resistere all’amnesia generale che si usava in quel periodo per cancellare ogni traccia del recente conflitto. Costruire una discoteca nell’area in cui nel 1976 si era perpetrato un terribile massacro, radendo al suolo un intero campo per rifugiati, poteva sembrare bizzarro e poco rispettoso, ma in realtà era un atto politico. Significava riprendere possesso della propria città, farla tornare a vivere, con un progetto completamente nuovo, che non si era mai visto in nessun altro posto. Ogni progetto per me è parte integrante del contesto. E il contesto, come spiego nel libro Local Heroes, scritto insieme a Luca Molinari e pubblicato da Skira nel 2015, non sono solo i luoghi, ma soprattutto le condizioni in cui mi trovo ogni volta a lavorare, grazie alle relazioni che stabilisco con i miei committenti. Credo che la forma più dinamica di contesto siano le persone, i miei eroi locali appunto».

Per aiutarci a capire in maniera chiara e diretta cosa signi ca operare in un luogo governato da condizioni imprevedibili, ci accompagna a visitare un cantiere che ha appena completato, l’edificio residenziale Plot # 1282, nella periferia a nord di Beirut. L’impatto è molto forte; la struttura, che ricorda quella di una nave, si staglia in un paesaggio estraniante, delineato da terreni agricoli, baracche, caserme militari, senza alcuna soluzione di continuità. Entrati in uno degli appartamenti non ancora occupati, lussuosi open space con soffitti alti più di 5 metri, ci conduce sulla terrazza. L’edificio è immerso nella luce solare, la permeabilità tra interno ed esterno è una delle cifre distintive del progetto. «Come si può vedere – spiega – questa non è una zona residenziale. O meglio, non lo è oggi ma nessuno può sapere cosa accadrà nel prossimo futuro. In questo momento la vista di cui possiamo godere è a 360° ma magari tra un paio d’anni a pochi metri da qui si ergerà un nuovo grande edificio. Per questa ragione, lungo tutto il perimetro dell’edificio, si snodano ampi corridoi: per garantire privacy e libertà agli appartamenti anche se le condizioni attuali dovessero mutare. Il progetto prevede un’espansione nel tempo della zona, fronteggiando tutte le possibili condizioni che si potranno realizzare».

Dopo un’intensa visita della città a bordo della sua auto elettrica, ci salutiamo sicuri di incontrarci presto in Europa. Khoury è infatti uno dei protagonisti della prima Biennale d’Architecture d’Orléans, curata da Abdelkader Damani e Luca Galofaro (fino al 1 aprile 2018), e della mostra Home Beirut. Sounding the Neighbors, a cura di Hou Hanru e Giulia Ferracci, che ha aperto al pubblico il 15 novembre al MAXXI di Roma.

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