Modelli e prototipi della collezione Toothpaste SS18 per Valextra, costituita di fibbie, maniglie e chiusure per tasche. Bethan Laura Wood indossa foulard Zandra Rhodes, kimono Duro Olowu SS18 e abito su misura Peter Pilotto. Gli orecchini sono di Prada SS16; il bracciale bianco e nero è di Missoni. - Credits: Ph. Barrie Hullegie
Bethan Laura Wood nel suo studio di Londra; sullo sfondo alghe di carta create per una delle installazioni della mostra diffusa di G.F Smith Paper City, in occasione dell’an- no della cultura della città di Hull, Uk. Cappello su misura, abito, collo sfrangiato e orecchini tutto Missoni AW17. - Credits: Ph. Barrie Hullegie
Modelli e prototipi della collezione Toothpaste SS18 per Valextra, costituita di fibbie, maniglie e chiusure per tasche. Bethan Laura Wood indossa foulard Zandra Rhodes, kimono Duro Olowu SS18 e abito su misura Peter Pilotto. Gli orecchini sono di Prada SS16; il bracciale bianco e nero è di Missoni. - Credits: Ph. Barrie Hullegie - Fashion director David St John-James
Lo studio di Bethan Laura Wood. Da sinistra, sopra la libreria-archivio materiali e colori, il primo prototipo di Umbrella Table (2006), candelabro Shrine (2012) e Christmas Tree stool di Fabien Cappello (2009). A parete, campioni di coralli per le vetrine Nature at Full Gallop degli store Hermès di Ginevra e Zurigo (2016), borsa in pelle Valextra Toothpaste SS18 color pergamena e Mask di Bertjan Pot. - Credits: Ph. Barrie Hullegie
La designer mostra gli intarsi usati per la collezione di arredi Particle, disegnata durante la sua residenza al Design Museum London (2010). A parete, oltre a libri e oggetti d’ispirazione, campioni di frutta The Fruits of Labour, dall’installazione per le vetrine estive Hermès Uk (2014); cassettiere di gioielli Particle (2011) e vasi Guadalupe per Bitossi Ceramiche (2016), in blu e verde. - Credits: Ph. Barrie Hullegie - Fashion director David St John-James
Storytelling

In conversazione con Bethan Laura Wood

Dopo il cavalcavia che attraversa Lammas Road, Londra sembra quasi terminare. C’è la ferrovia, l’autostrada e gli ultimi padiglioni industriali chiamati Period Works, tra i quali s’apre una grotta gialla dove vengono condotti i taxi per la manutenzione. Gli autisti di Uber si perdono, regolarmente.

Mentre Bethan Laura Wood, a 34 anni tra le designer più promettenti al mondo, ci viene tutti i giorni in bicicletta, con i suoi abiti larghissimi, le labbra dipinte e gli occhi blu, come una creatura uscita dal canale Nickelodeon e nita per caso nella giungla di città. Al piano inferiore c’è un falegname con cui collabora regolarmente. Al piano rialzato il suo studio, che sembra la cameretta di un’adolescente disinteressata ai ragazzi ma pazza per le forme e per i colori. Pezzi di sto a, ritagli, trecce di carta, mantelle, cappelli, enormi semi di melograno: «Mia madre collezionava frutta nta: è entrata nel mio immaginario fino a diventare un’ossessione», racconta.

Quando la incontriamo è appena tornata da Tokyo, dove ha comprato alcuni kimono e presentato la collezione di maniglie Toothpaste realizzata per il brand di pelletteria Valextra, forse a oggi il suo lavoro più importante. All’ultimo London Design Festival ha rmato le lampade in vetro per lo store del designer Peter Pilotto, insieme al suo maestro Martino Gamper. Lavori che s’aggiungono a un curriculum fatto di collaborazioni con Hermès e con la galleria milanese Nilufar, che da anni l’ha adottata come sua principale enfant prodige. Premiata come Designer of the Future a Design Miami/ Basel, è nata a Shrewsbury, città medievale al confine col Galles dove ha studiato il creatore dell’evoluzionismo: Charles Darwin.

Quando si sveglia la mattina pensa a cosa creare oppure a come creare se stessa?

È un momento di digestione mentale e di cristallizzazione. Utilizzo quello spazio tra sogno e veglia per dar forma a pensieri che una forma ancora non l’hanno. Lascio che tutto collida e diventi qualcosa di concreto. A creare me stessa, ci penso nel tempo libero.

Vestita diversamente, immagina e crea diversamente?

In un certo senso sì. Accade che le mie scelte di look rappresentino un primo passo per familiarizzare con forme, accostamenti e colori. Me ne sto accorgendo ora. È un lungo processo che porto letteralmente addosso, e poi finalizzo e raffino nel mio lavoro.

In un’ipotetica teoria evoluzionistica della creatività, a quale specie di designer sente di appartenere?

A quella dei critic designer, che puntano alla conquista della sostenibilità in un mondo sempre più caratterizzato dalla produzione di massa. Creature colorate, connesse, ma allo stesso tempo anarchiche e uniche.

Il verso con cui richiama i suoi simili e si esprime è delicato?

Al contrario: è molto rumoroso. “Rumoroso” è una delle mie parole preferite.

Quale tribù si è scelta?

Quella dei “manualdigitali”, che sanno muoversi con la stessa confidenza e poesia tra un taglio fatto al laser o un taglio con un seghetto arrugginito. Siamo designer militanti che sanno tenere insieme l’investigazione sui materiali, la collaborazione con gli artigiani, e una passione sincera per colori e dettagli.

Ha paura dei materiali sintetici, del surrogato, del kitsch?

No. L’ho imparato nei palazzi di Venezia, dove affianco degli ori ci sono i laminati, accanto al marmo vero c’è il marmo dipinto. La bellezza è figlia dell’equilibrio, non dell’autenticità.

Chi è il suo maestro di interdisciplinarità?

Non solo di interdisciplinarità, ma anche di giocosità: Martino Gamper. Colui che mi ha insegnato a sperimentare senza sosta e senza riserve. Gli sarò eternamente grata per questo.

Chi le ha insegnato che forma e funzionalità possono fare lunghe strade prima di incontrarsi?

I maestri del Gruppo Memphis fondato da Ettore Sottsass. Negli anni 80 sono stati i testimoni della prima grande rivoluzione tecnologica, della prima separazione tra il modo in cui un oggetto appare e il suo utilizzo. Se pensa a un telefonino, che grazie a una app può trasformarsi in un’agenzia di viaggio privata, si fa un’idea di quanto ci siamo dentro compiutamente, oggi, in quell’epoca intuita da loro.

Uno spiazzamento che lei sembra tradurre ostinatamente: le sue lampade Totem, per esempio: è impossibile stabilire con certezza che forma abbiano...

C’è chi ci vede un pagliaccio, chi una medusa, chi un robot. È un’ambiguità che amo mantenere, perché è nello spazio che resta tra la mia intenzione e l’immaginazione di chi acquista che si crea la vera connessione tra due esseri umani.

Sembra più interessata alle emozioni regalate dagli oggetti, piuttosto che agli oggetti stessi.

Vero. Quello che m’interessa è esplorare la relazione che intercorre tra le persone e le cose, nella vita quotidiana. E poi capire come queste stesse cose possano trasformarsi in conduttori culturali.

Emblematici i manici che ha creato per Valextra, che a impugnarli sembrano dare una scossa elettrica. Fanno quasi viaggiare...

Fanno viaggiare perché sono nati da molti viaggi, sici e mentali. Prima di tutto c’è l’insegnamento di Eduardo Paolozzi, artista britannico e precursore della pop art, che mi ha dato l’imprinting per il carattere surrealista delle linee e i colori ipersaturi. Ma c’è dell’altro: i caratteri tipogra ci curvi presi dal gruppo M/M (Paris), un tessuto che ho fotografato in Olanda, il logo delle Olimpiadi di Città del Messico del 1968. Da un punto di vista emozionale, de nisco la collezione qualcosa tra il gelato italiano, la cravatta anni 70 di tuo padre e il dentifricio alla menta.

l Messico torna spesso nel suo immaginario.

È vero. La vede questa mantella? In realtà è una coperta, che ho comprato durante il mio soggiorno a Città del Messico, nel 2014. Un mondo di suggestioni che mi è stato molto utile anche l’anno scorso, per creare il vaso Guadalupe per Bitossi: le decorazioni della vetrata della basilica di Nostra Signora di Guadalupe, nella capitale messicana, mi hanno donato le linee e le forme, quell’alternarsi di dolcezza e ritmo, che ho  tradotto nella decorazione del vaso.

Non sembra per nulla imbarazzata nell’ammettere che ciò che crea è il risultato di un furto continuo, di un taglia e cuci mentale tra quello che registra come creativa e come essere umano.

Anzi, al contrario. Credo che riempire il design di riferimenti culturali signi chi arricchirlo di archetipi, fornirgli una struttura in grado di sottrarlo al tempo. Prenda le vetrine che ho decorato per Hermès nel 2014: l’ispirazione di utilizzare frutta tropicale mi è venuta dalla pittura naïf, in particolare da alcuni quadri di Henri Rousseau. Per come la vedo io, è un lungo dialogo tra arte, artigianato, emozione e desiderio.

Come ha capito cosa voleva fare nella vita?

Grazie alla sfortuna, e al caso. Ero già al liceo quando mi è stata diagnosticata una forma seria di dislessia, cosa che in qualche modo non mi ha colto di sorpresa: era da tutta la vita che capivo meglio il mondo attraverso le forme e i colori, piuttosto che attraverso le parole. Poi, a sedici anni, ho visto alla Bbc un documentario sul Royal College of Art di Londra e ho capito che avrei voluto studiare lì. Ricordo che nei primi mesi piangevo a ogni lezione, tale era l’emozione che provavo nel solo esserci. Come del resto avevo pianto durante i colloqui d’ammissione col direttore Ron Arad. Mi aveva contestato ogni affermazione e uscii dall’ufficio in lacrime, convinta che non mi avrebbero mai ammessa. Alcuni studenti mi videro in quello stato e vollero consolarmi: “Ci siamo passati tutti”, dissero. E poi, mi portarono al bar a ubriacarmi.

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