Ca' Granda, sala del Capitolo d’Estate - Credits: Ph. Mattia Balsamini
La sala del Capitolo d’Estate progettata da Richini nel XVII secolo: ospita 985 metri di scaffalature lignee a due ordini di ballatoi, alte fino al soffitto. La volta è decorata da Paolo Antonio de’ Maestri detto “il Volpino”. Paolo Galimberti, responsabile dell’archivio, mentre ci mostra un manoscritto del 1466 - Credits: Ph. Mattia Balsamini
Ca' Granda
Marco Giachetti, Presidente della Fondazione Policlinico Ca’ Granda, mentre mostra il documento firmato da Napoleone, nella sala del Capitolo d’Inverno - Credits: Ph. Mattia Balsamini
A sinistra, con l’eredità di Antonio Cossoni, giunge all’Ospedale Maggiore l’atto firmato da Napoleone, con il quale Cossoni venne proclamato Conte del Regno d’Italia. A destra, la boiserie in legno di noce che riveste le pareti del Capitolo d’Inverno, realizzata dal tornitore Antonio Piana e dall’intagliatore Gaetano Rovido - Credits: Ph. Mattia Balsamini
La Quadreria contiene circa 1.000 ritratti dei benefattori, commissionati come ringraziamento dall’Ospedale ai più grandi artisti del momento. Tutti hanno dimensione di 200x100 centimetri - Credits: Ph. Mattia Balsamini
Storytelling

Nello scrigno della Ca’ Granda

Dietro un muro anonimo che costeggia la circonvallazione di Milano, si trova un luogo speciale, dove trovarsi tra le mani una nota spese intestata al Filarete o un documento siglato da Napoleone è esperienza ordinaria. È la Ca’ Granda, nucleo storico dell’odierna Fondazione Irccs Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico, che, con le sue volte, le sue cripte e i suoi archivi, è testimone di oltre sei secoli di storia.

Il nostro viaggio inizia varcando l’ingresso dell’amministrazione del Policlinico. Superata la soglia si entra nella hall degli uffici dove, esposto in una grande teca, ci accoglie il gonfalone che serviva per la processione in occasione della Festa del Perdono disegnato da Gio Ponti nel 1935 e, lì vicino, un’enorme tela che rappresenta il luogo dove si teneva: il Cortile d’Onore, oggi sede dell’Università Statale. «La Festa del Perdono fu istituita da Papa Pio II per finanziare l’Ospedale e il Duomo», racconta Marco Giachetti, Presidente della Fondazione, «In quell’occasione, il Pontefice concedeva ai benefattori l’indulgenza plenaria da tutti i peccati. I milanesi venivano e donavano in base alle proprie possibilità: chi due uova, chi invece, case o terreni. All’inizio le donazioni venivano messe in una cassa con una doppia chiave: una la teneva il presidente dell’Ospedale, l’altra l’arciprete del Duomo. Finita la festa del Perdono aprivano insieme e dividevano a metà le donazioni. Poi, dopo i primi sei anni, è nato qualche contenzioso», continua sorridendo Giachetti, «E hanno deciso di dedicarla negli anni dispari alla raccolta dell’Ospedale, in quelli pari ai fondi destinati al Duomo». E continua: «All’interno del Cortile d’Onore, inoltre, venivano esposti i ritratti dei benefattori che l’Ospedale commissionava ai più grandi artisti del momento, come ringraziamento».

Percorrendo i corridoi entriamo in un luogo surreale dove il tempo sembra essersi fermato. Ai lati, grandi teche raccontano le scoperte dei medici che si sono susseguiti nell’Ospedale e che hanno inventato tecniche e strumentazioni usate ancora oggi in tutto il mondo, come il pneumotorace artificiale inventato a ne ’800 da Carlo Forlanini, un medico del Policlinico di Milano. Varcata l’ultima soglia si entra nel mondo del 1600 separato dal cortile  dell’Università Statale, un tempo parte integrante dell’Ospedale, attraverso un grande cancello di ferro. Di là il vociare degli studenti, di qui il silenzio che introduce nell’archivio della Ca’ Granda, dove sono racchiusi beni culturali materiali, architettonici, archivistici, bibliografici: 3.000 metri di scaffali di biblioteca, 29.000 foto, 2.800 opere d’arte, e le collezioni sanitarie anatomiche. La parte storica ha tutt’oggi funzioni amministrative vitali per la vita del Policlinico. Spiega Giachetti: «Per dimostrare, per esempio, il diritto a una proprietà a volte andiamo negli uffici tecnici con una bolla papale o un lascito feudale».

Superato il portale in legno sovrastato dalla scritta “Ave Gratia Plena”, attraverso cui passava il Consiglio di amministrazione dell’Ospedale, entriamo nella prima sala dell’archivio, il Capitolo d’Estate, con l’apparato decorativo in pietra realizzato da Giovanni Battista Buzzi. La sala è concepita come un luogo di rappresentanza che attraverso gli spazi immensi trasmetteva da subito l’importanza dell’Ospedale, e di chi lo amministrava, per la città di Milano. Con le pareti, oggi rivestite di sca alature, che un tempo venivano utilizzate per esporre i ritratti dei benefattori. Racconta Paolo Galimberti, responsabile dell’archivio e nostra guida all’interno dei secoli di storia qui racchiusi: «Questo è l’ambiente in cui si tenevano le riunioni nei mesi estivi. Poi, dall’inizio dell’800, è stato trasformato in archivio. Oggi contiene i documenti che riguardano l’Ospedale a partire dall’XI secolo fino ai giorni nostri. La struttura fu progettata da Francesco Maria Richini nel XVII secolo, grazie all’eredità di Giovanni Pietro Carcano. Sulla volta della sala interviene tra il 1638 e il 1639 il Volpino; i bombardamenti della Seconda guerra mondiale hanno però compromesso gli a reschi e oggi sono visibili solo in parte». Nello stesso, immenso spazio, si trovano i documenti relativi all’Ospedale, incluse le note spese e le fatture dei pagamenti di artisti come Francesco Maria Richini a Francesco Hayez. Ma anche tutto quello che lasciavano i benefattori come eredità all’Ospedale, spiega l’archivista: «Tra questi, i documenti di Pietro Secco Comnemo, fondatore della società patriottica, grazie ai quali abbiamo l’autografo di Parini o i carteggi autografi di Carlo V e Filippo II».

Superiamo la porta che introduce alla seconda sala, quella del Capitolo d’Inverno. L’ambiente, disposto ortogonalmente rispetto all’altro, è più contenuto: le pareti sono rivestite da “ripari lignei” per proteggere dai rigori dell’inverno. Dal 1767 viene dotata di armadi e scaffalature destinate anch’esse all’archivio dell’Ospedale. Li realizzano il tornitore Antonio Piana e l’intagliatore Gaetano Rovido, autore anche del grande tavolo al centro, dove troneggia la bolla che istituisce l’ospedale datata 1 aprile 1456, firmata da Francesco Sforza e sottoscritta dall’approvazione ponticia di Papa Pio II: «La parte superiore dell’archivio riunisce i testamenti e gli atti di donazione all’Ospedale. Sotto ci sono tutte le delibere del consiglio dal 1448 al 2015. E i documenti dei benefattori arrivati con le loro eredità. Contiamo circa 16mila pergamene. Tra cui quella rmata da Napoleone», racconta Giachetti, mostrandocela. Non è la sola sorpresa. L’archivista ci illustra infatti il registro degli autografi, nel quale risaltano le rme di Leopardi, Manzoni, Parini, Segantini, che nel documento richiede un compenso più alto per il ritratto commissionatogli.

La visita, tuttavia, non è ancora finita: usciti dalla sala del Capitolo d’Inverno ci addentriamo nella Quadreria. Ci accolgono circa 1.000 ritratti di benefattori, firmati da artisti come Sironi, Carrà, Segantini, Hayez. Quasi tutti i soggetti raffigurati sono ripresi nell’atto di scrivere il proprio testamento o con lo stesso in mano. La cosa interessante è che i documenti originali che appaiono nelle tele si ritrovano tutti nell’archivio. Ci sono poi benefattori ai quali si è ispirato Francesco Gonin, l’incisore ingaggiato per l’edizione grafica dei Promessi Sposi del 1840. «Si dice che Manzoni stesso abbia mandato qui Gonin a ispirarsi: non esistevano documentazioni fotografiche e questo era l’unico modo di documentarsi per sapere come si vestiva la gente nel 1600. I quadri, infatti, venivano esposti alla Festa del Perdono, quindi era facile vederli», racconta Galimberti. Avete mai sottoposto ad analisi i quadri? «Siamo un Ospedale... Abbiamo fatto la Tac ad alcuni dipinti su tavole del ’500, in pediatria alla clinica De Marchi: l’entusiasmo dei medici, degli infermieri e dei tecnici per questi strani pazienti è stato incredibile!», racconta Galimberti.

Ultima tappa del nostro viaggio nel tempo è la biblioteca della storia della medicina, una delle più importanti d’Europa: contiene più di 100.000 volumi a partire da metà del XV secolo. Alcuni preziosi, come la prima edizione di un trattato di medicina con illustrazioni a colori del 1627: ne esistono solo quattro al mondo e il fondo della Ca’ Granda ne possiede ben due. Vi si trova però anche il Registro delle esecuzioni a partire dal XV secolo, scritto dal boia di Milano. Riporta nei dettagli le sentenze e i supplizi dei condannati, tra cui quelle relative alla morte di Gian Giacomo Mora, la cui drammatica vicenda fu ripresa dal Manzoni nella sua Storia della colonna infame. «Questo luogo è il sogno di ogni archivista, bibliotecario, storico dell’arte...», dice Galimberti. E anche noi avremmo voluto che il viaggio non finisse mai.

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