La facciata Sud Ovest della casa - Credits: Ph. Laura Fantacuzzi, Maxime Galati-Fourcade
La rotonda-studio - Credits: Ph. Laura Fantacuzzi, Maxime Galati-Fourcade
Le vetrate del soggiorno, aperte sulla vigna intorno all’edificio. La scala a pioli ancorata al muro dà accesso all’ordine superiore delle finestre - Credits: Ph. Laura Fantacuzzi, Maxime Galati-Fourcade
La ripida scala (ma si può accedere anche da una più comoda) porta alle camere del piano alto. Vecchi dischi in vinile, un piatto e un amplificatore degli anni 70 sono appoggiati su semplici contenitori in legno - Credits: Ph. Laura Fantacuzzi, Maxime Galati-Fourcade
A sinistra, elemento di grande impatto scenico della casa è il camino, un cilindro in ferro verniciato rosso. I gradini in cemento intorno segnano il collegamento tra i piani. A destra, una delle quattro camere degli ospiti della casa: il copriletto è un tessuto Pic Nic Grill di C&C Milano, il letto con i cassetti è disegnato da Giancarlo De Carlo - Credits: Ph. Laura Fantacuzzi, Maxime Galati-Fourcade
Tavolo su disegno per Tavolo su disegno per la zona pranzo. Nello studio (a destra), che può essere chiuso grazie a una porta in ferro, il tavolo circolare, anche questo su disegno, si adatta alla panca in cemento - Credits: Ph. Laura Fantacuzzi, Maxime Galati-Fourcade
Seduti sulle panche in cemento della zona giorno è possibile godere della vista sulla vigna. La lampada “stradale” da esterno ha un contrappeso saliscendi con cui regolare la posizione desiderata. Le 65 Chair in legno di Artek sono disegnate da Alvar Aalto - Credits: Ph. Laura Fantacuzzi, Maxime Galati-Fourcade
Il comignolo in ferro rosso, elemento distintivo della casa visibile da lontano. La casa è circondata e immersa nel verde; dai camminamenti in cemento lo sguardo si estende sulle colline del Montefeltro - Credits: Ph. Laura Fantacuzzi, Maxime Galati-Fourcade
Storytelling

Ca’ Romanino, sulle colline di Urbino

“L’architetto è la penna del suo committente”. Questo il pensiero di Giancarlo De Carlo, impegnato in progetti per luoghi della collettività: quartieri residenziali, abitazioni, scuole, residenze universitarie. E i suoi committenti potevano essere sia gli operai delle acciaierie di Terni, sia gli abitanti dell’isoletta vicino a Burano, come gli studenti di quello che è considerato il campus universitario più straordinariamente consono all’innesto del nuovo nel tessuto antico. Si tratta dell’università di Urbino, ora dedicata a Carlo Bo che ne fu rettore per cinquant’anni, il quale invitò, nel 1954, un giovane amico architetto, Giancarlo De Carlo, per tentare di ridare dignità all’antica città ducale ormai ricca solo del suo passato. “Caro Giancarlo, quando nei momenti di malinconia faccio il bilancio della mia vita... L’unico punto positivo che mi sembra indubitabile è di averti chiamato dietro consiglio del nostro indimenticabile Elio Vittorini...”

Così ebbe inizio, da un’inedita geografia di amicizie dell’epoca della Resistenza e poi dall’entusiasmo frenetico della ricostruzione, la grande avventura dell’intrecciarsi di scambi e relazioni tra personaggi eccezionali: Vittorio Sereni, Albe Steiner, Antonio Cederna, Elio Vittorini, Carlo Bo e la coppia di amici Livio Sichirollo, docente di filosofia, e Sonia Morra anche lei insegnante sempre a Urbino. Furono loro a invitare Giancarlo De Carlo, già impegnato nel piano urbanistico cittadino, a progettare una casa su di un colle nei pressi della città ducale. Un’architettura sospesa nell’aria ma ben ancorata alla terra, un luogo dove condividere i pensieri, le idee, i progetti, le utopie che hanno acceso gli animi all’epoca dei grandi sogni di rinnovamento.

Nel 1968 la casa è pronta. Scavata all’interno della collina, le piante secolari diventano parte integrante della costruzione. De Carlo crea un dialogo, quasi una sfida con la natura. Il paesaggio è catturato da numerose, ampie finestre e irrompe con forza in tutte le stanze; ma anche la natura sembra avere un rispetto reverenziale per la casa che s’immerge in essa senza disturbarla. E poi, i camminamenti in calcestruzzo che regalano il piacere della scoperta del paesaggio in quota. Una scala nascosta accanto alla cantina, apparentemente inutile, non si percepisce dove possa portare, invita al piano superiore e consente un giro della casa, quasi un passaggio sulle mura di un castello. Percorrendo le “mura” si torna in casa dall’alto e il gioco delle scale e scalette a pioli con i corrimano rosso lacca, invitano a un tour in nito. Si rischia di perdere l’orientamento, tra piani sfalsati e raddoppiati, e rampe nascoste. Sembra quasi il percorso nella stiva di una nave, si sale e si scende e si guarda attraverso le fenditure dei muri. Di notte, sdraiati sui letti delle piccole stanze degli ospiti, dai lucernari si vedono solo le stelle. Il fulcro della casa, quello che rimane indimenticabile, l’elemento che De Carlo ha pensato per creare una sorta di calore architettonico, anche qui una sfida all’idea del sacro focolare, è la presenza di un corpo sovradimensionato, non solo elemento ornamentale ma indispensabile fonte di calore: il cilindro rosso attraversa il soggiorno a doppia altezza e congiunge la “piazza” degli incontri e delle conversazioni alla parte alta dedicata alle cene e alla rotonda dello studio, racchiuso da un segno curvo, come a isolarlo con un gesto impercettibile al resto del mondo.

“Per un architetto il problema di progettare gli involucri dei suoi spazi è a breve termine, ma è a lungo termine il problema di realizzare la trasformazione degli spazi in luoghi”. Così pensava Giancarlo De Carlo. E ora, in questo “luogo” è sorta la Fondazione Ca’ Romanino per realizzare un laboratorio di idee che ospiti in questo suo “involucro” privilegiato persone e progetti. E per studiare De Carlo, grande anticipatore dell’architettura condivisa.

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