Un collage di appunti, ritagli, biglietti di mostre (di Dalì e Fontana), e rendering di progetti in corso per residenze private e uffici, in Svizzera - Credits: Ph. James Mollison
L’architetto Carlo Colombo in studio con al suo fianco la scultura San Sebastiano di Luigi Ontani e, a destra, libri e foto incorniciate, di cui una di Matteo Basilé - Credits: Ph. James Mollison
A sinistra, un esemplare di Green Street Chair di Gaetano Pesce (1984); a destra, modello per una villa privata in Svizzera, attualmente in corso di realizzazione - Credits: Ph. James Mollison
Nei i 700 mq dello studio di Carlo Colombo A++, nel centro storico di Lugano con vista sul lago, lavorano 80 architetti suddivisi in tre settori: progettazione, interior e design - Credits: Ph. James Mollison
Cigliegiole (a sinistra) e Agliolo (a destra) sono opere di Luigi Ontani, pittore e scultore italiano tra i più amati da Carlo Colombo. L’architetto ama collezionare pezzi d’arte contemporanea, che espone anche in studio. Oltre che a Lugano, A++ ha sedi anche a Zurigo, Miami e Dubai - Credits: Ph. James Mollison
Storytelling

In conversazione con Carlo Colombo

Carlo Colombo, quarantanove anni a vene grosse del collo da uomo di palestra, è il Rocky Balboa del design italiano. Grande picchiatore e grandissimo incassatore, animato da infinita cazzimma. Raffinato progettista ma con la scritta Never give up tatuata sull’avambraccio, giusto per caricarsi a dovere. Uno coi trucioli e la pozzolana nelle tasche, considerato al contempo tra i più dinamici designer e architetti italiani nel mondo. Idolatrato da case come Flexform, Antonio Lupi e Giorgetti che ne apprezzano la capacità di tradurre in best seller lo spirito dei loro marchi. «In effetti sono un guerriero», dice, «Un orgoglioso brianzolo con l’anima rock, nella tradizione di conterranei come Pierino Busnelli di B&B Italia, Rosario Messina di Flou, Aldo Spinelli di Poliform». Figlio di un mobiliere di Carimate («Ma quello non era il mio mestiere: odiavo la polvere e avevo paura di farmi male coi macchinari»), collezionista delle opere di Luigi Ontani (considerato il più grande artista italiano vivente), Andy Warhol, Mimmo Rotella e delle fotogra e di Matteo Basilé. Ha due passioni: la velocità e il lavoro. «Vacanze? Se devo. Più disegno e più accumulo energia. Io mi nutro di design».

Perché è così amato dai clienti e così odiato dai colleghi?

Odiato forse è una parola grossa, ma di certo non appartengo ai salotti buoni, su questo non c’è dubbio.

Snob loro oppure snob lei?

Io no di certo. Non saprei, forse mi considerano ancora un po’ troppo giovane.

Frecciatina a Lissoni.

Lissoni, come del resto Citterio, sono professionisti che stimo molto. Li ritengo ottimi progettisti con i quali lavorerei volentieri, ma mi rendo conto allo stesso tempo di appartenere a una generazione diversa. Credo inizino a percepirmi come un concorrente valido, un collega in grado di far cose al loro stesso livello, tutto qui.

Si chiama invidia.

Ma no, dai. Il mondo è grande, c’è spazio per tutti.

Che rumore emette, mentre scalpita alle spalle dei più grandi?

Quello di un bulldozer: se voglio una cosa la ottengo. Ma sempre in modo elegante, coi piedi per terra, da persona che non se la tira. Non mi piace andare in giro con l’aureola, come fanno certi colleghi internazionali.

Tenere i piedi per terra a che serve?

Ad avere un punto di vista più chiaro su se stessi. È un modo per tenere a bada i propri lati oscuri.

Che per un designer, quali sono?

Il principale è il rischio dell’autocelebrazione. Per come la vedo io, l’equilibrio creativo sta nel famoso “cinquanta e cinquanta”: per una metà in un prodotto devi mettere tutto te stesso; per l’altra devi pensare alle strategie di marketing e all’identità del committente. Noi facciamo design industriale. Che significa realizzare prodotti riproducibili in serie, belli utili e comodi, che sappiano compiacere lo sguardo di chi apre la porta di casa dopo una giornata di lavoro.

Con chi intrattiene i rapporti migliori?

Con Patricia Urquiola, che a inizio carriera incontravo da Moroso, alle prime esperienze al Salone del Mobile. Vado molto d’accordo anche con Jean-Marie Massaud e con Rodolfo Dordoni.

Urquiola faceva l’assistente di Achille Castiglioni, che lei fotografava a lezione, da fan accanito.

Era il 1987. Gli scattavo delle polaroid che poi gli chiedevo di autografare. Veniva a lezione con la sua lampada Gibigiana tutta smontata, tenuta dentro un sacchetto dell’Esselunga, indossando occhiali rossi coi tergicristalli sulle lenti. Pensi che la Fondazione Achille Castiglioni me le ha chieste, per custodirle all’interno del proprio archivio. Un altro grande maestro è stato Giulio Cappellini, che ha messo in produzione alcune mie idee mentre ero ancora studente. È stato lui a lanciarmi nel mondo del design.

Un pregiudizio la vuole sempre disponibile e disposto a lavorare per chiunque. Le corrisponde?

No. Ho mollato molte aziende, e oggi lavoro per dieci marchi, non di più. E poi mi sono spostato sul mondo del lusso, collaborando col Luxury Living Group di Alberto Vignatelli in qualità di art director e head designer. Per loro disegno le linee casa di Trussardi, ad esempio. Oltre a quelle di Bentley e Bugatti: da grande appassionato d’automobili, ci casco a pennello. Un mondo che tra l’altro mi ha aperto contatti con clienti di caratura internazionale, per i quali faccio architettura e interior design col mio studio A++, fondato col mio socio Paolo Colombo.

Per inventare una scrivania Bugatti, bisogna guidare una Bugatti?

Bisogna andare in catena di montaggio a vedere come si lavorano la pelle e la fibra di carbonio, e capire quali forme possono assumere. E poi sì: in pista, col collaudatore al mio fianco, ho spinto la Veyron Super Sport fino a 380 chilometri all’ora.

Aveva fatto corsi di guida sportiva?

Sì, ho guidato Ferrari e Porsche in diversi circuiti. Anche perché sfrecciare a certe velocità forgia lo spirito. È un altro aspetto dell’anima indomita che sento di avere dentro.

I milionari che le commissionano le loro case, cosa pretendono?

Abitazioni bespoke, disegnate solo per loro, dalle maniglie fino alle cabine armadio in bronzo, coi cassetti rivestiti in cuoio. Personaggi gelosissimi e spesso terrorizzati dai furti, che non desiderano vedere le loro case pubblicate sulle riviste di architettura. Ecco perché si sa poco, di alcuni grandi lavori che firmo.

Quanti oggetti ha prodotto nella sua carriera?

Intorno al migliaio.

Fare l'amore con un letto che ha pensato, non è come fare l'amore con se stessi?

Non è niente male invece. Ho notato che funzionano benissimo anche per la ginnastica da camera.

Le sue creazioni, a guardarle in rassegna, viene da farsele piacere un po’ tutte.

È gentile a dirlo, grazie.

Non era un complimento. Forse c’è poco rischio, non c’è s da al gusto.

In merito, il mio punto di vista è semplicissimo: sono bravo. Faccio cose belle che piacciono a me, piacciono al mondo e piacciono alle aziende, a cui faccio guadagnare un sacco di soldi. E io, sono felice.

 

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