La vista frontale dell’Atelier, con la sua vetrata profilata d’acciaio e il cemento a vista - Credits: Cassina
Un'immagine della campagna di comunicazione di Cassina, che verrà lanciata quest'anno per il 90 anni dell’azienda - Credits: Cassina
Un'immagine della campagna di comunicazione di Cassina, che verrà lanciata quest'anno per il 90 anni dell’azienda - Credits: Cassina
A sinistra, una scultura di Hermann Rosa e un dettaglio dell’interno dell’Atelier Rosa che ha ospitato Cassina per la campagna 2017. A destra, Veit Rosa, figlio dello scultore tedesco Hermann Rosa che ha raccontato a Icon Design la storia dell’Atelier Rosa - Credits: Cassina
Storytelling

Codice Cassina

È un dialogo tra architettura e design, quello di Cassina. Un discorso in continuo divenire. Ma anche un viaggio culturale ed emozionale in cui l’arte del costruire si fonde con l’arte dell’arredare. Sono queste le radici di un progetto chiamato The Other Conversation, fil rouge delle iniziative di comunicazione dell’azienda italiana fondata, ormai novant’anni fa, dai fratelli Cesare e Umberto Cassina.

Il tutto ha inizio con The Shore House, location d’eccezione per gli scatti della campagna lanciata lo corso marzo. Una casa pensata per lenti weekend a Kanagawa, sull’estremità sud occidentale della regione di Kantu, sull’isola di Honshu in Giappone, disegnata nel 2013 dallo studio Mount Fuji Architects che, con il progetto, si è conquistato il premio JIA Young Architects Award 2014. Luce naturale e tronchi grezzi che attraversano la stanza dal pavimento verso il sofftto come a volersi espandere verso il cielo. E poi travi in legno, vetro, metallo e ferro grigio piombo. Il tutto in una perfetta armonia che ha accolto il 202 Otto di Piero Lissoni e il divano Maralunga di Vico Magistretti, protagonisti delle fotografie. Così è: dal Giappone alla Germania. Nuovi soggetti: Miloe e Scighera di Lissoni, e LC2 di Le Corbusier, Pierre Jeanneret, Charlotte Perriand. Per loro Cassina sceglie di proseguire su questa scia: scovare location internazionali che abbiano una forte e distintiva caratteristica architettonica e di prenderne parte, così come nella storia di chi ci ha vissuto.

E dunque si vola a Monaco di Baviera. La nuova location, Atelier Rosa. La storia, la racconta a Icon Design il figlio del suo fondatore, lo scultore tedesco Hermann Rosa. «Dopo la grande guerra a mio padre serviva uno spazio in cui poter lavorare alle sue sculture. Così, terminati gli studi alla Dresden Academy of Fine Arts, decise di spostarsi a Monaco di Baviera alla ricerca di un terreno su cu cui costruire il proprio workspace», racconta Veit Rosa. «Ma i soldi erano pochi. Bisognava trovare una soluzione a portata di tasche. La chiave di volta fu il cemento. Un materiale che gli permise di costruire ampi spazi senza la necessità di dover spendere per altri sostegni», continua. Il risultato: un volume vuoto, interamente di calcestruzzo e vetro, che si fonde con la natura che lo circonda e diventa uno sfondo neutro sul quale far risaltare opere d’arte. La luce lo attraversa da una parte all’altra. Entra senza ostacoli e ne esce di nuovo nel suo stato più puro. È come se Rosa avesse costruito lo spazio intorno alla  luce. Ecco perché l’Atelier è, di per sé, già una scultura. «D’altra parte l’architettura è una forma d’arte. Come la scultura. È un estratto dello spazio. E mio padre lo spazio l’ha conquistato ferocemente, con l’astrazione, con l’osservazione della natura, con il cubismo come fonte di ispirazione. I suoi punti di riferimento, Le Corbusier e Mies van der Rohe. Poi Cézanne con il suo forte impatto sul modernismo e le sue ricerche in materia di prospettiva. È tutto scritto nelle pareti di questa costruzione», prosegue nel racconto Veit Rosa.

Hermann Rosa, figlio di un muratore che gli ha insegnato sin da piccolo a creare una sintonia tangibile con qualsiasi materiale da costruzione, si concentrò sulla materia. Sulla sua essenzialità. Per tutta la vita è rimasto fedele a questo concetto: separare l’utile dall’inutile, lasciare fuori dalla sua forma d’arte l’inutilità, lavorando solo sulla purezza. «Operava rimanendo fedele alla verità, all’autenticità dell’arte. Diceva: “ho bisogno di comunicare la verità”», ricorda il figlio. Forse è proprio questo il punto di contatto tra l’Atelier Rosa, i lavori realizzati da Hermann e i pezzi di arredamento di Cassina. La percezione reale della materia come unica forma possibile di comunicazione. Dove la materia, pura e priva di inutili ornamenti, diventa visibile. E rimane visibile.

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