Deyan Sudjic nel suo studio, al primo piano del museo. Il tavolo è disegnato da Ron Arad; sulla parete, poster della mostra Ettore Sottsass-Work in Progress (Design Museum, Londra, 2007) - Credits: Ph. Michael Sinclair
L’atrio e le gallerie del DM, nell’edificio dell’ex Commonwealth Institute, una delle più importanti architetture moderniste di Londra. Il progetto di interni è di John Pawson - Credits: Ph. Michael Sinclair
A sinistra, gli studi OMA, Allies and Morrison e Arup hanno firmato il progetto strutturale e di restauro dell’involucro esterno e della copertura in rame. A destra, dettaglio del tetto in cemento armato a forma di paraboloide iperbolico, progettato dall’architetto Roger Cunliffe nel 1962. - Credits: Ph. Michael Sinclair
Sono 10.000 i metri quadri complessivi del nuovo Design Museum londinese, tre volte la superficie della vecchia sede di Shad Thames. Ci sono voluti 83 milioni di sterline per portare a termine il lavoro di restauro della nuova sede, raccolti con una campagna pubblica che ha visto il direttore Sudjic impegnato in prima linea. Il museo riceve meno dell’1% di sussidi governativi. - Credits: Ph. Michael Sinclair
A sinistra, Deyan Sudjic, direttore del Design Museum dal 2006, è nato a Londra. Ha intrapreso la carriera giornalistica dopo gli studi in architettura, a Edimburgo. A destra, Designer Maker User, curata da Alex Newson, con il progetto di allestimento di Studio Myerscough, insieme a Studio Kin per il digital, è la collezione permanente del Design Museum. Ha richiesto un lavoro di ricerca durato 3 anni, per raccogliere circa 1.000 oggetti, suddivisi in tre categorie, con pezzi raccolti anche con il crowdsourcing. - Credits: Ph. Michael Sinclair
Storytelling

In conversazione con Deyan Sudjic

Scrittore, critico, curatore e direttore di riviste, alla guida del Design Museum di Londra dal 2006, per Deyan Sudjic «Il design è come una filosoifa, un modo di vedere e capire la realtà». Per questo è per tutti. Così il suo museo, da luogo per specialisti, diventa spazio aperto a un pubblico ampio, dove design e architettura vengono comunicati attraverso narrazione e linguaggio. E mentre la sua comunità cresce, con 650mila ingressi previsti l’anno e 3,5 milioni di follower su Twitter, l’istituzione dei record, nella nuova sede aperta a novembre, rielabora sul passato nuovi valori. Partendo da...

Quando il Design Museum aprì nel 1982, a South Kensington, la prima mostra fu Art + Industry; per l’inaugurazione della sede di Shad Thames, nel 1989, è stata invece Commerce and Culture: qui abbiamo parlato di Fear and Love, emozioni ispirate dalle problematiche che a iggono il mondo contemporaneo. Un bel salto. Questa esposizione è stata il manifesto di una nuova direzione: il design non è più quello che la gente pensava fosse e questo non è un museo solo di sedie e macchine per scrivere. Il titolo provocatorio doveva significare che le persone potevano aspettarsi qualcosa d’imprevisto.

Come vengono decise le mostre?

È la cosa più difficile. C’è un menu, con diversi ingredienti e portate: non dimenticando mai che dobbiamo arrivare anche ai più piccoli, cerchiamo di creare un’offerta che dica “vieni a visitarci” e contemporaneamente “ne vale la pena”. Vogliamo mostrare a chi conosce bene il design che sappiamo di cosa stiamo parlando e allo stesso tempo vogliamo che tutti capiscano che non siamo qui solo per per gli addetti ai lavori. Avremo sei mostre ogni anno, di cui una gratuita permanente dedicata a come il design viene fatto e usato. Ora è in corso Imagine Moscow, sull’architettura come strumento di propaganda nella Russia di Stalin e Lenin, mentre il 24 maggio aprirà al pubblico California, che ripercorrerà la storia culturale dello Stato americano dall’evoluzione capitalistica degli hippy, post Eames, all’affermarsi di alcune delle aziende più prestigiose al mondo, che hanno reso celebre il marchio “Designed in California”. Ci sarà anche una mostra dedicata alla Ferrari e una monografica di Hella Jongerius sul colore.

Può un’istituzione tradizionale, legata alla storia, come un museo, essere incubatore del futuro?

Vedo il museo piuttosto come una piattaforma dove molti temi possono essere approfonditi o svilupparsi ex novo. Un museo non è una rivista: le sue ricerche non danno risposte immediate ma richiedono anche anni per esaurirsi. Il museo ha smesso di essere un deposito di oggetti preziosi del passato per essere un luogo dove le cose possono essere riportate alla vita e analizzate nei loro mutevoli significati.

Perché sentiamo il desiderio di collezionare?

Collezionare è una sorta di patologia mentale con più sfumature. Da un lato è uno strumento per porre rimedio al caos del mondo, dall’altro è anche la follia di chi muore da solo in una casa piena di giornali e di cibo in contenitori di latta.

Come è organizzata la sua giornata al museo?

Sono molto fortunato, perché ogni giorno è differente. Oggi devo interfacciarmi con gli sponsor, domani devo parlare con i curatori, dopodomani incontrare i giornalisti... (sorride) È diversa da quando ero io stesso giornalista, e mi ritrovavo a lavorare perlopiù da solo: qui è importante interagire con le altre persone e cercare di fare in modo che ognuna sia portata a dare il meglio. Il team è raddoppiato da quando sono arrivato 10 anni fa e sta “crescendo”, ma non “invecchiando”. Io sono decisamente la persona più anziana qua dentro. C’è invece un aspetto che avvicina il giornalismo all’attività museale: la curiosità. Il mestiere quotidiano del giornalista è fantastico e privilegiato, perché ti permette di fare domande, e forse adesso il museo è l’occasione per me di fare altre domande. In quest’ottica il passaggio dall’editoria a questo lavoro può essere naturale: prima le mostre esponevano oggetti raccolti e conservati, ora raccontano storie. L’aspetto umano ha prevalso, e il lavoro di ricerca, come gli interrogativi, sono mutati.

Il suo studio è pieno di libri. Legge molto?

In generale credo sia importante trovare il tempo di investire tempo leggendo, pensando, anche solo guardando. È una cosa che cerco di non dimenticare. Mi piace leggere riviste. È curioso, e umano, che, nonostante il Web, siamo ancora così presi dalla carta. L’inchiostro, le fotografie, l’odore... Le riviste riempiranno sempre le nostre librerie. Ai tempi di Blueprint, la mia prima direzione editoriale, l’idea era di fare un magazine usa e getta. Ma sembra molto diffcile disfarsi delle cose...

Il Design Museum di Londra è il più grande spazio dedicato al design al mondo. Come questo può coesistere con il fatto che si trovi in un paese che ha scelto di isolarsi dall’Unione Europea?

È un referendum che ha punito Londra, una città aperta, che per natura accoglie il mondo. Il risultato è stato una catastrofe autoindotta, un episodio triste con cui tutti dobbiamo fare i conti. Ma in un momento come questo un museo deve essere aperto e comprensivo, non chiudere la porta. È stato scioccante ma penso che ancor peggio della Brexit ci sia l’intenzione della Scozia e dell’Irlanda di regredire a quello stato di caos che era la Gran Bretagna un tempo. Del resto, il mondo è pieno di problemi: basti guardare all’America di Trump...

In un mondo così, cosa rappresenta il design?

È un complesso insieme di idee schizofreniche, tese tra il commerciale e culturale. Le persone più interessanti riescono a gestire bene entrambi gli aspetti: Ettore Sottsass ne è un meraviglioso esempio, con i lavori per Olivetti da una parte e Memphis dell’altra. Il design è un metodo per comprendere il mondo e, in quanto metodo, i suoi strumenti possono essere usati per curare malattie o per fare del male. Di per sé è neutrale, ma chi lo usa – e come – segnano la di erenza. Basti pensare al Kalashnikov: è economico, facile da usare e funzionale. Ma uccide. Lì interviene la connotazione morale del termine “buon design”, che è soggettiva. Ricordo il dialogo tra Max Bill ed Ettore Sottsass sul significato di good design: Bill rispose usando 16 parole, Sottsass usò una pagina intera.

Nella mostra permanente il design s’identifica con molte discipline, dalla grafica al fashion. Se può essere tutto, non si rischia che non sia nulla?

È un dubbio lecito ma non un rischio concreto. Il design è una delle poche cose che connette ambiti per nulla collegati. Il mondo è pieno di specialisti ma il designer non è uno specialista: il suo compito è di creare ponti tra le discipline. Per questo il progettista deve possedere un talento particolare.

E allora quale rischio può correre il design?

Temo che il design nutra questo umano ma esagerato bisogno di possedere. E ho anche paura che molte delle cose che sono possibili grazie al lavoro dei progettisti alla fine ci danneggino. Come la tecnologia che, abolendo la privacy, ha trasformato la città in un villaggio medievale. È quanto scrivo nel mio ultimo libro (*). Forse dovremmo lavorare per riportare le città a luoghi della libertà e del rispetto dell’individuo.

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