A sinistra, la ciotola Battle of Waterloo (2002-ongoing) realizzata a mano con riproduzioni di soldati dell’artiglieria britannica e della fanteria francese. A destra, uno dei pezzi che compongono la collezione Variations on Normal (2014). Bugle Alarm Clock è una sveglia da comodino che desta anche i più pigri grazie al suono della tromba integrata - Credits: Ph. James Mollison
Dominic Wilcox indossa il Tummy Rumbling Amplication Device, sviluppato per Kellogg’s, un’invenzione per rendere la colazione più divertente: quando abbiamo fame un altoparlante amplifica i brontolii dello stomaco captati dal microfono verde - Credits: Ph. James Mollison
Credits: Ph. James Mollison
Dominic Wilcox mostra la scocca del prototipo della macchina a guida autonoma inventata per Mini e Dezeen nel 2014. L’auto ha un solo letto all’interno, dove il guidatore può sdraiarsi a guardare l’abitacolo in vetro colorato, che si ispira alle vetrate della cattedrale di Durham - Credits: Ph. James Mollison
A sinistra, una delle invenzioni della collezione Variations on Normal: un binocolo per vedere il futuro. Basta digitare un anno per visualizzare il mondo che verrà. A destra, lo studio londinese di Wilcox è uno spazio in co-working a metà tra un laboratorio e una galleria. Ovunque ci sono disegni, schizzi, modelli, e anche utensili - Credits: Ph. James Mollison
Storytelling

Dominic Wilcox, inventore contemporaneo

Dominic Wilcox non si ferma. Mentre gli parlo, il designer-inventore giochicchia con le mani, il suo sguardo vaga curioso, la sua mente corre. È una grigia mattina di metà novembre, e il suo studio/laboratorio brulica delle sue tante invenzioni: le pareti sono adornate da disegni e schizzi, mentre prototipi ed esemplari unici sono esposti alle pareti o infilati sotto le scrivanie. Accanto alla porta c’è la sua valigia: è appena tornato da Vienna, Amsterdam, Varsavia e dal Wisconsin, dove ha condiviso la sua competenza sui temi dell’innovazione, dell’invenzione e dell’abilità di sorprendere e meravigliare. Oltre a questo, però, le sue prime geniali creazioni hanno dato luogo, da qualche tempo, a un’ambiziosa e rivoluzionaria iniziativa che ha in sé le potenzialità per produrre importanti e duraturi cambiamenti a livello globale.

Il tuo lavoro conquista all’istante, perché è legato a un istinto, a un impulso umano: quello di risol- vere problemi.

I designer hanno bisogno dei problemi, no? E il mondo ne è pieno. E allora non appena ci si trova alle prese con un problema, è una sfida. Le mie idee e i miei disegni sono tutti rivolti alla soluzione di problemi. Se si è in cerca di un’idea, tutto, a parte starsene sdraiati a letto con gli occhi chiusi, può costituire un problema. Per prendere una tazza di tè, la mano deve protendersi, e questo comporta uno sforzo, ossia un problema: possiamo risolverlo creando una sorta di sistema termo-sensibile che guidi la mano direttamente alla tazza anche senza vedere. Se si considerano tutte le cose come potenziali problemi, si possono anche trovare le soluzioni. Direi, insomma, che i problemi sono importanti.

I tipi di problemi che lei cerca di risolvere, però, l’hanno condotta in ambiti dove i designer “convenzionali” non sono mai stati; per esempio, all’Assemblea generale delle Nazioni Unite o a lavorare per aziende come Goodyear e Kellogg’s. E sembra che siano loro a cercarla.

Ho un approccio da artista, ma il mio lavoro, avendo a che fare con le cose di tutti i giorni, ha un risvolto nel design. Dopo il diploma al Royal College of Art nel 2002, per un po’ mi sono lasciato trasportare dalla corrente. Solo nel 2009 mi sono deciso a pubblicare i miei disegni e le mie invenzioni su un blog. A quel punto, grazie a Internet, ho potuto improvvisamente mostrare quello che sapevo fare, senza bisogno del “sistema” per comunicare le mie idee agli altri. Questo mi ha molto motivato, la gente mi ha dato il riscontro di cui avevo bisogno. Internet è la salvezza degli introversi. Insomma, le persone che mi apprezzavano non sono mancate, e tutto è cominciato così.

Quale metodo segue nel lavoro?

Ho bisogno che qualcuno mi proponga una sfida per accendere il mio raggio laser, altrimenti vado alla deriva. Ho cominciato così: qualcuno mi chiedeva un’idea su un soggetto su cui stava lavorando e io offrivo il mio contributo. È quel che è capitato con la serie Brek Tech per Kellogg’s o con la Stained Glass Driverless Sleeper Car per Mini e Dezeen. Questi grandi marchi non sono interessati al mondo del design; vogliono arrivare a un pubblico mainstream. E per me è interessante presentare le mie idee a questo tipo di pubblico, perché la gente resta un po’ spiazzata, e ho la sensazione di influenzare la percezione delle cose e di riuscire a fare, almeno un po’, la differenza.

Le sue idee sono anticonvenzionali e sperimentali e riescono a far sorridere la gente.

Con tutte le tragedie che succedono, si finisce, come artisti o designer, per interrogarsi sul senso di quel che facciamo. Ciò che possiamo fare è cercare di dare un contributo positivo. Nient’altro. E la speranza è che sul piatto della bilancia le cose positive prevalgano su quelle negative. Se si riesce a far sorridere la gente, è un bene. Lo humour abbassa le difese e permette di toccare anche argomenti seri. Io sono sempre alla ricerca di cose che non ho ancora sperimentato, pensato, sentito o visto. E se riesco a creare una di queste, è una buona cosa.

Fa fatica a continuare a guardare al mondo ogni mattina con humour e meraviglia?

No. Se fossi sempre in luoghi e situazioni felici, sarebbe più difcile per me essere creativo. Si ha bisogno di qualcosa contro cui lottare. E gran parte del mio lavoro consiste nel prendere l’ordinario e trasformarlo in straordinario. Quanto più riesco ad allontanarmi dal punto di partenza, tanto meglio è.

Di recente ha lanciato il progetto Little Inventors (Piccoli inventori). Com’è nata questa idea?

In occasione della Giornata nazionale britannica degli inventori sponsorizzata da British Telecom, stavo parlando appunto di invenzione e ho domandato ad alcuni bambini: “Vi piacerebbe diventare inventori?”. Stavano disegnando le loro creazioni, tutte brillantissime. Conclusi che le idee dei piccoli meritavano più attenzione di quella che normalmente ricevevano: non bastava attaccare i loro disegni sullo sportello del frigorifero, come di solito ci si limita a fare. Abbiamo cominciato, allora, a tenere un laboratorio per piccoli inventori a Sunderland, la città dove sono nato, per poi cercare di stabilire dei contatti con le scuole, con gli artigiani e con le imprese locali per trasformare alcune di quelle idee in realtà. Il progetto mette in relazione lavoratori specializzati e bambini per mostrare a questi ultimi come le cose vengono prodotte. Il fatto di vedere la loro inventiva tradotta in pratica li convince del valore delle loro idee e della possibilità di trovare per esse uno sbocco concreto.

Quali saranno i prossimi passi?

Little Inventors vuole ispirare i bambini di tutto il mondo a essere gli innovatori del nostro futuro. Stiamo collaborando con l’NSERC (Consiglio per la ricerca nei campi delle scienze naturali e dell’ingegneria), l’ente pubblico canadese più impegnato nel nanziamento di progetti di ricerca, che ha replicato il nostro corso in cinque città. È stato avviato un progetto pilota anche in Polonia, e stiamo lavorando anche con il Victoria and Albert Museum di Londra. Una parte del progetto prevede la cooperazione con grandi istituzioni, che già hanno rapporti con le scuole, ma un’altra parte è svolta dal sito web littleinventors.org, con cui possiamo raggiungere singoli bambini, genitori e insegnanti. Ma Little Inventors non è soltanto un progetto. Ha un grande potenziale, e il suo principio fondante è forte. È il seme di un’idea che può crescere e che, poi, i bambini e gli adulti coinvolti potranno portare dove vorranno.

 

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