A sinistra, Edward Barber; a destra, Jay Osgerby - Credits: Ph. Marius W Hansen - Styling: David St John-James
Storytelling

In conversazione con Edward Barber e Jay Osgerby

In tutto ciò che progettano estetica e funzione dialogano tra loro. Si lanciano segnali: le ispirazioni. Gli stili. I colori. Nascono nell’uno. Rimbalzano nell’altro. Si frammentano in un caleidoscopio per poi ricomporsi in un continuo gioco di rimandi.

Edward Barber e Jay Osgerby sono tra i progettisti più richiesti da aziende internazionali come Cappellini, Mutina, B&B Italia, Knoll, Vitra, Venini, Flos e famosi per le innumerevoli commissioni pubbliche, tra cui il disegno della torcia olimpica del 2012 e di una nuova moneta per la British Royal Mint (la Zecca di Stato). Inglesi, giovani, belli, raffinati e colti, incarnano la sintesi perfetta del loro atteggiamento progettuale. Sarà anche per questo che sono stati chiamati a rappresentare il Regno Unito alla prima Design Biennale tenutasi lo scorso settembre a Londra. O forse perché i loro lavori sono tra le collezioni permanenti del MoMA di New York, dell’Art Institute di Chicago e del Victoria & Albert di Londra.

Il loro successo si basa sulla capacità di usare la tecnica con le sue possibilità estetiche, assecondando la domanda d’innovazione delle aziende e conservando una propria autonomia multidisciplinare.

Come avete deciso di lavorare insieme?

EB Non lo abbiamo mai veramente deciso.

JO Suona come se ci fossimo organizzati. Noi siamo più casuali. Ci siamo incontrati nel 1992 al Royal College of Art e siamo diventati amici; studiavamo insieme, poi continuavamo alla sera e nei ne settimana a lavorare sui nostri progetti. Avevamo una grande passione per il design e volevamo accumulare più esperienza possibile. Dopo la laurea eravamo esausti, avevamo dato troppo e non volevamo più fare design, abbiamo dovuto staccare per un anno.

EB Ho sempre amato la fotografia, durante l’università ho trascorso un terzo del mio tempo in camera oscura sviluppando centinaia di rullini scattati durante i viaggi. In quell’anno sabbatico ho fatto l’assistente di un fotografo di moda. Non decidi di essere un designer, lo sei o non lo sei, è semplicemente dentro di te. Lo siamo sempre stati, ma in quel momento non ci era per niente chiaro.

JO Dopo un anno abbiamo ricevuto la proposta di progettare un nuovo ristorante a South Kensington, abbiamo colto la palla al balzo riprendendo il nostro percorso insieme. Era una grande commissione e noi avevamo solo 25 anni.

Perché in quegli anni che avete trascorso al Royal College of Art sono nati così tanti talenti creativi?

EB Negli anni 90 in Inghilterra ci fu una grande recessione, per noi fu un’opportunità. Se ci fosse stata la possibilità, saremmo andati a lavorare in grossi studi di architettura o design, ma questo era impossibile. Cercavamo un lavoro ma non c’era, così abbiamo iniziato il nostro progetto indipendente. David Adjaye, Sam Hecht, Konstantin Grcic, Christopher Bailey... tutti abbiamo studiato nello stesso periodo al college e nessuno di noi ha avuto la possibilità di essere assunto. Così abbiamo iniziato molto presto il nostro business, in Inghilterra l’età non è una barriera alla creatività.

A sinistra, un dettaglio della seduta Tip Ton disegnata per Vitra nel 2011 e il modellino del paravento Stencil Screen per Cappellini; a destra, uno scorcio della libreria con una delle loro monografie pubblicate da Rizzoli New York, che racconta i progetti degli ultimi anni - Credits: Ph. Marius W Hansen
Una parete creativa sempre in progress con alcuni schizzi, disegni e fotografie che hanno ispirato alcuni dei loro progetti di design - Credits: Ph. Marius W Hansen
Un ritratto dei designer Jay Osgerby (a sinistra) ed Edward Barber (a destra), in uno spazio dell’edificio londinese dove nascerà il nuovo studio di progettazione - Credits: Ph. Marius W Hansen - Styling: David St John-James
A sinistra, il prototipo della nuova seduta progettata dai designer inglesi: ipertecnologica ed ergonomica, dall’aspetto elegante e minimal. A destra, i dettagli di alcune parti che compongono Pacific, la nuova sedia da ufficio per Vitra. La sfida è stata quella di nascondere l’ingegnerizzazione - Credits: Ph. Marius W Hansen
L’attuale studio di Edward e Jay nel quartiere di Shoreditch, a Londra. Una zona di lavoro collettiva che condividono con collaboratori e prototipi - Credits: Ph. Marius W Hansen

Ripercorrendo i vostri esordi, quanto è stato importante l’incontro con Giulio Cappellini?

EB Fondamentale. Senza Giulio non so se avremmo potuto fare quello che stiamo facendo ora. Lui ci ha dato la vera opportunità, lui ha scoperto quasi tutti i grandi nomi del design internazionale più o meno della nostra età.

JO In quegli anni non c’era Internet. Il successo si basava sulla vera ricerca, che avveniva volando in giro per il mondo, incontrando e parlando con le persone che a loro volta ne incontravano altre e così si creavano le connessioni.

EB Tutti volevano lavorare con Cappellini. Ricordo quando fummo convocati in azienda la prima volta, la reazione dei suoi collaboratori fu: “Come? Com’è possibile che siate così giovani?”; non potevano crederci, dicevano: “In Italia devi avere minimo 40 anni per riuscire a firmare un progetto”.

Sono passati più di 20 anni, siete una coppia creativa inossidabile.

EB È l’unico modo che conosciamo per lavorare, l’abbiamo sempre fatto insieme fin dal primo giorno che ci siamo incontrati.

JO Se guardi la storia, molte delle migliori menti creative lavoravano in coppia: da Eames a Castiglioni, e nostri contemporanei come i fratelli Bouroullec e i Campana. Abbiamo la fortuna di aver condiviso la maggior parte delle nostre esperienze dal college, ma anche di avere il medesimo background sociale. Questo aiuta la nostra elaborazione delle idee, perché condividiamo i riferimenti più importanti, riusciamo a dare linguaggio a un oggetto perché abbiamo un codice comune. Nel design impari molto presto a condividere, lo devi fare perché i processi sono talmente lunghi e articolati che implicano negli anni l’intervento di varie personalità. Non siamo artisti e in questo modo impariamo anche bene a relazionarci con i committenti: se sei un artista puoi permetterti di essere anti sociale. Anzi, in alcuni casi è un vantaggio.

E quando arte e design si incontrano, voi dove decidete di andare?

EB Non pensiamo alle categorie. Ci piace lavorare sia con le industrie, sia con le gallerie. L’unico aspetto cui non possiamo rinunciare, in entrambi i casi, è la funzionalità: altrimenti non parleremmo di design. Non mi riferisco agli oggetti decorativi, sto parlando di mobili.

JO Inoltre abbiamo bisogno di entusiasmarci, dobbiamo sempre trovare un aspetto innovativo che ci pone di fronte a sfide inconsuete. Può essere un concetto inesplorato, un nuovo materiale o una tecnica inedita. Consideriamo ogni nuova proposta come una chance per ampliare i nostri confini, per inserire nel progetto altri codici e nuove sensibilità, per sviluppare la vocazione alla libertà della ricerca e la ricchezza che le nuove tecnologie offrono.

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