La creativa Faye Toogood ritratta nel suo studio. Nata in una piccola contea nel cuore dell’Inghilterra, dopo aver studiato arte, si è trasferita a Londra - Credits: Ph. Matthew Donaldson
The Garage: uno degli ambienti dello studio che può aprirsi al pubblico per trasformarsi in galleria o in negozio. A parete, la collezione moda The Sculptor Apron. - Credits: Ph. Matthew Donaldson
A sinistra, Faye Toogood tra i contenitori dell’archivio materiali. Questa stanza al primo piano è il luogo dove nascono progetti e sperimentazioni. A destra, la zona pranzo. Tutto è opera dalla designer. Gli arredi Roly-Poly autoprodotti e le ceramiche Charcoal Storm per l’azienda 1882 Ltd. - Credits: Ph. Matthew Donaldson
A sinistra, la cucina che viene utilizzata per i pranzi in studio. Sui ripiani, altre ceramiche della collezione Charcoal Storm, opera della designer. A destra, un angolo di verde a ridosso di una finestra. Faye ha creato un microcosmo personale e accogliente dove lavora con i suoi collaboratori. - Credits: Ph. Matthew Donaldson
The House of Toogood, lo studio della designer, è un edificio vittoriano di tre piani nell’Est London, con la facciata dipinta di nero opaco. - Credits: Ph. Matthew Donaldson
La designer nell’ufficio stile dove crea, con la sorella Erica, la linea di abbigliamento Toogood. - Credits: Ph. Matthew Donaldson
Una cassettiera antica dove vengono archiviati alcuni materiali e oggetti raccolti in ambiente naturale da cui poter trarre ispirazione. - Credits: Ph. Matthew Donaldson
La stanza al primo piano dedicata all’archivio progetti e materiali, con alcuni pezzi progettati dalla designer: sedia Spade Chair, sgabello e daybed Roly-Poly - Credits: Ph. Matthew Donaldson
Storytelling

Faye Toogood, tra moda, interiors, design e arte

Sia che si tratti di abbigliamento, design, interior o allestimenti, è il modo che fa le mode. Inaspettatamente, si comincia a usare o a disporre qualcosa in una maniera che non è consueta, ma che si rivela in sintonia con lo spirito del tempo tanto da essere adottata da un gran numero di persone, tanto da trovare una nicchia nel gusto della maggioranza. Poi, man mano che l’idea originale viene copiata da tutti, la stessa nisce col perdere l’iniziale carica seduttiva per assumere un aspetto familiare e rassicurante, e si identifica con la scelta giusta, priva di errori. Ma a questo punto Faye Toogood si è già spostata verso nuove visioni, perché con uno stile audace ed essenziale, lei genera tendenze.

Designer britannica, visionaria, sperimentale, progettuale e poetica, legata fortemente alla sincerità e alla irregolarità della materia. Inventa progetti che sono racconti, ricorrendo a qualunque linguaggio il suo spirito creativo le suggerisca. La incontriamo a Londra nel suo studio, un edificio vittoriano di tre piani con la facciata in mattoni dipinta di nero matt: un microcosmo molto personale e in continua trasformazione che ha chiamato The House of Toogood. Qui lavora con una quindicina di collaboratori su varie tipologie di progetti, che spaziano dall’interior decoration, al design, alle installazioni multisensoriali... Mentre con la sorella Erica disegna e produce una linea di abbigliamento sartoriale dai volumi scultorei.

Quando un tassista ti chiede che lavoro fai, come rispondi?

È una delle domande alle quali è più difficile rispondere. Addirittura mi spaventa... La risposta più semplice che do è “designer”, ma dipende da quanto tempo ho a disposizione. Normalmente, la domanda successiva è: “E cosa progetti?” A volte dico “mobili”, altre volte dico “vestiti”, “interiors”... Ma è molto raro che io parli a qualcuno di tutti gli aspetti di quello che faccio... la corsa non è mai sufficientemente lunga.

Qual è stato il tuo punto di partenza?

Non ho studiato design, ma arte e questo mi ha dato modo di non avere regole. Tutto il mio lavoro è legato alla mia personalità, al mio mondo, a quello che mi accade nel presente. Per questo molti mi chiedono se sono un’artista o una designer. In realtà uso me stessa per creare qualcosa di utile, che abbia una funzione. Mi piace fare qualcosa per gli altri.

Théophile Gautier scriveva che nel momento in cui una cosa diventa utile, smette di essere bella perché l’espressione di un bisogno non è mai nobile e non è arte.

Infatti se devo scegliere un’etichetta mi de nisco designer, però mi va molto stretta. Molti pensano che se sei un’artista non puoi disegnare mobili o vestiti, ma io sono un’outsider. Non abito nel mondo dell’arte, nè in quello dell’interior design o della moda, ma sono connessa con tutti questi ambiti: per me la creatività non deve avere con ni così riesco a essere molto fluida. Sono comunque gli artisti, in particolare gli scultori da cui traggo le migliori ispirazioni. Adoro Barbara Hepworth e lo spagnolo Eduardo Chillida: le loro geometrie mi hanno toccato in maniera rilevante; ammiro molto anche il lavoro di Louise Bourgeoise e Ioko Ono, queste donne dalle personalità forti che nei loro lavori mettono in risalto la femminilità. Dal punto di vista degli stimoli, molto mi viene trasmesso dalla natura, dallo stare all’aperto in connessione con il paesaggio, i suoi colori, i materiali. Sono cresciuta nella più piccola contea dell’Inghilterra, in una zona molto remota dove ho iniziato in maniera quasi ossessiva a raccogliere ciò che trovavo in campagna: pietre, legni, foglie... Collezionando e catalogando questi elementi cercavo di comprendere il mondo, di dare un ordine e un senso alla realtà. Di allora mi è rimasta una forte interdipendenza con la natura e ovviamente la mia collezione di pietre dalla quale non potrei mai separarmi. Questa connessione emozionale è ciò che cerco di replicare con i miei lavori, attraverso la matericità e la forma, a nché le persone possano riconoscere l’emozione e si crei un senso di familiarità con gli oggetti.

Pensi che abbiamo bisogno di nuovi prodotti?

Questa è la domanda che mi pongo tutte le volte che vado a Milano durante il Salone del Mobile. Credo che la risposta sia “no”. Ma è la natura umana che vuole inventare: le persone vogliono migliorare. Non abbiamo bisogno di una nuova sedia, ma non possiamo fare a meno di esprimerci. Ogni generazione deve continuare a creare, ma pochissimi oggetti superano la prova del tempo, più di tutto è importante che sappiano suscitare emozioni.

È una questione di empatia.

Questo rimanda ai miei studi, a quando nell’opera d’arte cercavo il racconto narrativo; e alle limitazioni della mia infanzia: vivevamo nel mezzo del nulla e non avevamo la televisione. Ho dovuto necessariamente sviluppare l’immaginazione per creare un mondo: la fantasia e lo storytelling sono da sempre parte della mia vita. Ho chiamato lo studio The House of Toogood perché anche qui ho creato un teatro personale, un microcosmo privato dove vivo molto più a mio agio rispetto al mondo circostante. Quando ero più giovane lavoravo per i giornali come set designer, ma dopo anni di collaborazioni con Wallpaper, The World of Interiors e altre testate internazionali, ho iniziato a stancarmi perché non c’era proporzione tra lo sforzo che facevo e il risultato: dopo una lettura finiva nella raccolta differenziata della carta. Quindi ho cercato di fare qualcosa di più fisico e coinvolgente creando installazioni dove il pubblico poteva entrare e vivere un’esperienza. Guardare la gente e assistere alla reazione di ciascuno mentre interagisce con lo spazio da me creato, è diventato la forza trainante del mio lavoro. Quindi ho iniziato a giocare con il profumo, con le performance e con il cibo, giocando con tutti i sensi per vedere n dove potevo spingere le persone in un’esperienza. Questo succedeva una decina di anni fa, adesso molti progettisti stanno lavorando su prodotti multisensoriali e quindi voglio fare qualcosa di nuovo. Sto cercando di trasferire quelle emozioni negli oggetti.

Hai deciso di dedicarti all’autoproduzione, pensi che sia il futuro del design?

Lavorare con le royalties non è sostenibile e nonostante l’investimento, l’impegno e il rischio siano più alti, ho preferito questo modo di procedere. Solo di recente ho iniziato qualche collaborazione con grandi aziende e con la galleria newyorkese Friedman Benda. Mi hanno appena dedicato una mostra dove abbiamo esposto ventitré nuovi prodotti, è stato incredibile poter lavorare liberamente su quello che volevo con un fantastico budget. Alcuni musei americani hanno comprato dei pezzi: il Philadelphia Museum of Art, il Denver Art Museum... Non so quale sia il futuro del design. Credo che il mercato sia saturo. Ci sono così tanti progettisti. Sono fortunata, sono entrata dalla porta posteriore e ho affrontato questo mondo adottando un’altra angolatura e questo è stato vincente. Penso che se avessi frequentato una scuola di design adesso farei un altro lavoro...

E il tuo futuro?

Sto sviluppando dei concept store per alcuni brand internazionali del lusso. Lavoro anche su una nuova collezione di vestiti basata sul concetto di “domesticità”. Inoltre, sperimentiamo nuovi materiali per inventare un tessuto. Ma vorrei anche progettare un hotel, disegnare enormi gioielli scultorei, dirigere un film... Te l’ho già detto che aspetto due gemelli?

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