Fernando e Humberto Campana - Credits: Ph. Fernando Laszlo
Storytelling

In conversazione con i fratelli Campana

Humberto, classe 1953, laureato in legge. Fernando, classe 1961, una laurea in architettura. Insieme sono i fratelli Campana. Un duo che nelle ultime decadi ha saputo distinguersi e dare un valore aggiunto al campo del design e non solo. Hanno origini italiane, Fernando e Humberto, e sono nati nella città di Brotas, circa 200 chilometri a nord di San Paolo, Brasile. Fanno il loro ingresso nel mondo del design nel 1983. Il loro campo di indagine si lega ai processi produttivi alternativi, a partire da materiali di uso comune.

Non è un caso che il loro marchio di fabbrica dei Campana sia il colore: viene applicato con estrema creatività alle opere e fa emergere l'anima brasiliana del duo. Nel corso della loro attività i Campana hanno collaborato con importanti player del settore tra cui Edra, Alessi, Artecnica e Magis, ma anche case di moda come Lacoste, Fendi e Melissa. Oggi le loro creazioni sono parte delle più importanti collezioni permanenti di istituzioni di prestigio tra cui il Museo d’arte moderna di San Paolo, il MoMa di New York, il Centre George Pompidou, il Museo di Arti Decorative di Parigi e il Vitra Design Museum di Weil am Rheim.

Di recente il duo è apparso sul grande schermo, protagonista del documentario The Campana Brothers: Fernando & Humberto di Gabriela Bernd, presentato in anteprima mondiale presso l’Anteo spazioCinema in occasione dell’ultima edizione del Milano Design Film Festival, la rassegna milanese che mette assieme cinema e design. Un film che a detta degli stessi designer: «Più che di design, parla di ciò che sta dietro al progetto».

Cominciamo dall’inizio. Cosa rappresenta per voi il design?

H Fare design significa ritrarre il mio ecosistema. Partendo dalle esperienze che vivo, le cose che vedo e le emozioni che ho vissuto. Cerco di condensare tutte queste circostanze e concretizzarle in un oggetto.

Quando e come avete capito di voler diventare designer?

H Dagli anni Sessanta agli anni Ottanta la dittatura ha rappresentato un buco nero per la cultura brasiliana. Persino la parola arte veniva considerata comunista. Io ho scelto di diventare avvocato per sfuggire al regime militare, ma volevo in realtà fare l’artista. Dopo la laurea in giurisprudenza ho vissuto in una piccola città nello stato di Bahia. Sono tornato a San Paolo sul finire degli anni Settanta e ho cominciato a seguire diversi laboratori di scultura specializzati in ferro e terracotta e a frequentare corsi di gioielleria. Poco dopo ho avviato un piccolo studio di prodotti artigianali, chiedendo a Fernando di aiutarmi durante una stagione particolarmente impegnativa.

F Humberto mi aveva semplicemente chiamato per sbrigare alcune consegne. Ben presto ho capito che ciò che avremmo dovuto fare insieme era molto di più. Il nostro esordio non è stato affatto pianificato. Pensa che io mi ero appena laureato in architettura e in quel periodo stavo lavorando alla Biennale di San Paolo, dove ho avuto l’occasione di collaborare con artisti come Keith Harring, Anish Kapoor e Daniel Buren.

Quale è stato il vostro primo successo? E cosa ne pensate oggi?

H La poltroncina Vermelha è stato il nostro primo pezzo prodotto da un’azienda di settore – Edra – e acquisito nel 1999 dal MoMa per la sua collezione permanente.

F Credo che la poltroncina Vermelha sia un oggetto trascendentale, nel senso che trascende il tempo e rappresenta il punto di partenza per altri progetti. Ad esempio le sedute Azul e Verde sono realizzate seguendo lo stesso principio. Il divano Boa concede una versione macro dell’intreccio impiegato per Vermelha. Così come la collana Rope per Galerie Kreo, realizzata in canapa e oro.

Qual è il vostro metodo di lavoro? Partite dai materiali, da un’idea oppure disegnate con carta e penna? 

H Entrambe le cose. Con la maturità abbiamo acquisito una certa flessibilità nel lavoro, che ci consente di adottare un modus operandi legato alla progettazione e alla realizzazione, ma anche un metodo più artigianale e diretto.

Siete noti per il vostro approccio unico alla realizzazione di arredi, partendo da materiali ordinari. Potete spiegarmi come è nata quest’idea?

H Io dico sempre che siamo degli alchimisti. Mi piace il processo di metamorfosi da materiali semplici a preziosi. È un po’ come trasformare uno zircone in un diamante.

F Siamo costantemente alla ricerca di materiali umili da nobilitare. Ci piace conferirgli un tocco di modernità, un po’ di ossigeno e trasformarli secondo la nostra visione. In questo modo riusciamo a renderli preziosi e dare vita a trattamenti e finiture inaspettate.

Che cos’è l’ispirazione per voi? È qualcosa di incontrollabile e irresistibile oppure va inseguita?

H+F È un processo peculiare in cui i fattori esterni giocano un ruolo fondamentale: riescono a trasformare le emozioni più recondite in stimoli creativi.

C’è parecchio colore nei vostri lavori. Quanto è importante per voi?

H A volte ci capita di partire proprio dai colori: sono loro a creare l’oggetto. E diventano importanti tanto quanto i materiali. 

A sinistra la poltrona Azul (1993), a destra la sedia Verde - Credits: Edra
La poltroncina Vermelha, 1998 - Credits: Edra
Il divano Boa, 2002 - Credits: Edra

Avete origini italiane: qual è il vostro rapporto con il Bel Paese?

F Le nostre radici italiane si sono amalgamate con le tradizioni brasiliane. Il risultato è un mix di culture unico. Nella nostra città natale, Brotas, c’era questo splendido cinema anni Sessanta chiamato Cine São José, ci andavamo spesso con nostro papà quando eravamo piccoli. I film di Pier Paolo Pasolini, Federico Fellini, Luchino Visconti e Michelangelo Antonioni hanno avuto una grande influenza sul nostro modo di pensare e vedere le cose. Parte del nostro design si ispira all'Italia. È un luogo di passaggio che connette i diversi mondi e a differenza del Brasile, che è un paese giovane, porta sulle spalle parecchi secoli di storia.

H Ci siamo nutriti della cultura italiana un po’ come hanno fatto Romolo e Remo con Roma. L'Italia ci ha aiutato ad ampliare la nostra concezione di design. Una persona a cui dobbiamo molto è sicuramente Massimo Morozzi, direttore creativo di Edra, con lui abbiamo costruito un rapporto solido che dura negli anni.

Come è cambiato il mondo del design da quando avete iniziato?

H La grande differenza sta nel fatto che sempre più designer si preoccupano del concetto di collettività e impiegano il design come strumento politico, sia che si tratti di fare volontariato nelle favelas o di salvaguardare tradizioni che stanno scomparendo. È un’arte al servizio della collettività.

Ritenete che la crisi sia un’opportunità di cambiamento e uno stimolo per la creatività?

H+F La crisi è la madre della creatività.

A Milano, durante l’ultima edizione del Milano design Film Festival, avete presentato The Campana Brothers: Fernando & Humberto. Potete raccontarmi di cosa tratta? È un film sul design?

H Più che di design, parla di ciò che sta dietro al progetto. Parla soprattutto del nostro paese, della quotidianità e del nostro approccio al lavoro. Parla delle nostre emozioni, dei nostri luoghi, del nostro territorio e della nostra visione delle cose. Parla anche della nostra infanzia passata in campagna e della nostra vita in città. È un ritratto del nostro universo.

Un’ultima domanda. Cosa vi piacerebbe disegnare nel futuro più prossimo?

H+F Vorremmo progettare un parco pubblico che possa risollevare le sorti di una zona degradata di una città, dando valore agli abitanti che la vivono. Un bellissimo spazio per i cittadini.

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