Da sinistra, Andrea Trimarchi e Simone Farresin al lavoro nel loro studio di Amsterdam (Credits: Van Mossevelde + N)
“Small Pillar” (2014), parte del progetto De Natura Fossilium editato da Libby Sellers Gallery, con relativi modellini (Credits: Van Mossevelde + N)
Uno scorcio degli interni bagnati dalla luce naturale; al muro, una foto trovata in un mercatino (Credits: Van Mossevelde + N)
“Moulding Tradition“ (2009), frutto di una ricerca sui temi della migrazione e delle reciproche influenze 
tra Italia e Nord Africa (Credits: Van Mossevelde + N)
I designer al lavoro per la prossima collezione che sarà presentata dalla Galleria O (Credits: Van Mossevelde + N)
La fase di studio e ricerca è fondamentale per i due designer. Lo scambio tra loro è ininterrotto, forte di un fitto dialogo analitico e di un approccio intuitivo. A partire dal materiale, sempre centrale nei progetti, si arriva così a elaborare numerosi bozzetti, modellini e un database di immagini (Credits: Van Mossevelde + N)
La nuova sede di Amsterdam di Studio Formafantasma. I tavoli in legno sono Autoprogettazione di Enzo Mari. Nel cuore del grande ambiente luminoso, i designer hanno installato una spartana altalena attaccata a una corda, per qualche momento di svago (Credits: Van Mossevelde + N)
Il modellino per un oggetto mai realizzato è parte integrante della ricerca più vasta di Studio Formafantasma, che trascende dalle singole produzioni (Credits: Van Mossevelde + N)
Appoggiati su un tavolo, bozzetti preparatori per la prossima collezione realizzata con la Galleria O. di Roma (Credits: Van Mossevelde + N)
Sotto una teca di vetro, una macchinina di legno: oggetto d’affezione trovato da Andrea Trimarchi e Simone Farresin (Credits: Van Mossevelde + N)
Lo studio preparatorio per "Craftica" (2012), linea realizzata per Fendi e parte integrante del lavoro finale. Disegni, immagini, materiali e elementi ispirazionali sono indispensabili per leggere il progetto nel suo complesso (Credits: Van Mossevelde + N)
Storytelling

I designer Simone Farresin e Andrea Trimarchi: i Formafantasma

Come per una rock band degli anni 80, il nome Studio Formafantasma ha un significato programmatico. Sintetizza efficacemente l’idea che la forma esiste, ma non è l’obiettivo principale del fare design. La forma è la risultante di un processo di raffinazione, non il fine ultimo che lo muove. Ricorda un po’ quel bellissimo racconto di Henry James, La Figura nel tappeto, nel quale si evidenzia lentamente che il premio di una caccia al tesoro è lo stesso indagare. 
Formafantasma sono Simone Farresin e Andrea Trimarchi. Si conoscono nel 2003 e scelgono insieme una via che li rende un po’ alchimisti del terzo millennio, laddove per alchimia – materia che da sempre fa incontrare scienza e magia – oggi si intende il collegamento tra tecnologia e artigianato, tra passato e presente. Più di altri loro coetanei trentenni, i Formafantasma hanno saputo incarnare una dimensione del design contemporaneo sempre più diffusa: quella per la quale il processo, lo studio, la ricerca vincono sul prodotto formalmente finito. Se fino a dieci anni fa, il design lasciava sempre sottintendere la sua natura industrial, oggi esiste una costellazione di altri modi di fare design che vanno nella direzione dell’autoproduzione e della ricerca speculativa più pura, tanto da essere a volte assimilati al mondo dell’arte.

Lasciando la ricerca libera di svolgersi senza obiettivi precostituiti, il processo prevale
 sulla finalizzazione. E si apre un ventaglio 
più ampio di possibilità sia sul fronte della formazione sia su quello del lavoro.

Rispetto ai Maestri del Design degli anni Sessanta questa generazione di nipoti ha un ventaglio più ampio di scelte, sia nella formazione sia nel modo di sviluppare il lavoro professionale. Hanno frequentato scuole specializzate. Si muovono con disinvoltura tra libri, reti, tecnologie avanzate. Tra la riscoperta di antiche tecniche o di materiali desueti. 
Sono testimoni di un cambio di rotta, anche sulla mappa. In un passato neanche così remoto, l’incontro di un veneto (Farresin) e un siciliano (Trimarchi) a Firenze (sede dei loro studi universitari) per poi decidere di trasferirsi in Olanda, sarebbe sembrato improbabile. Qui hanno frequentato la Design Academy di Eindhoven – dove sono diventati docenti – nella piccola provincia olandese sede storica della Philips, oggi più celebre come nuova capitale del design di avanguardia. 
Con l’Italia mantengono un legame viscerale. Autarchy, il primo lavoro che li ha portati alla ribalta internazionale, partiva dal folklore siciliano e dall’uso del pane come materia prima.

Per la fondazione Plart di Napoli Formafantasma ha lavorato alla collezione Botanica, una raccolta di oggetti realizzati con bioplastiche, materiale fino ad ora ancora poco studiato. Anche il loro ultimo lavoro, De Natura Fossilium, è profondamente radicato in Italia. Si tratta di un’elaborata  ricerca sulla lava vulcanica e sulle sue molteplici lavorazioni. Il magma diviene materiale da costruzione e l’Etna si trasforma così in una fucina produttiva naturale, senza la necessità di utilizzare il lavoro dei minatori. E ora è arrivato il momento di guardare verso una Roma archeologica, protagonista di una collezione destinata alla Galleria O., il nuovo progetto a cui i ragazzi di Formafantasma stanno lavorando. Tra questi molti altri lavori portano il segno dello studio della natura, non tanto per copiarne gli stilemi formali, ma per comprenderne complessità, mutazioni e potenzialità inespresse. Ecco perché, per capire meglio in cosa consiste il modo in cui i due ragazzi fanno design,  li abbiamo incontrati nel nuovo studio di Amsterdam.

Come definireste il vostro lavoro?
SF    Il nostro è un lavoro intuitivo e analitico. Sembrano due elementi che non possano andar d’accordo, ma per noi esistono entrambi e vivono insieme. All’inizio di un nuovo progetto c’è un forte momento di dialogo tra noi due, una parte verbale e analitica, né disegnata né scritta. È una fase in cui ci muoviamo per associazioni d’immagini su cui ci confrontiamo. È come addentrarsi in un percorso di scoperta dove si ha la sensazione di voler comprendere qualcosa la cui immagine non è ancora ben definita.

Avete un repertorio di schede di immagini sul quale lavorate?
AT    Sì, ma dipende dal tipo di lavoro che stiamo svolgendo. Un esempio? Per il progetto su Roma la prima cosa che abbiamo fatto è stato un viaggio di studio all’interno dei principali musei archeologici, poi abbiamo camminato per la città e cercato materiale attraverso libri e il web. Abbiamo creato una nostra “libreria”, un database di immagini che raccolgono le nostre suggestioni. Questo è il primo passo, che avviene ancor prima di aver chiaro quale sarà la tipologia del progetto.
SF    È come costruire una trappola. Parti con l’idea di voler creare un racconto. Il processo progettuale consiste poi nel riunire gli elementi che ti permettono di intrappolare quell’idea.

Dopo questa analisi, quindi, si entra nella parte progettuale più concreta. Come avviene il passaggio dall’immaginario alle cose fisiche?
AT     Prima di dare forma ai pezzi, ancora in una fase analitica, scriviamo della collezione. Ma spesso la narratività all’interno degli oggetti si rivela soltanto alla fine, quando siamo pronti per fotografarli e veicolarli all’esterno.

È una scrittura e ri-scrittura, come brani musicali campionati?
AT     È come nel cinema. Puoi avere una sceneggiatura, ma in fase di montaggio molti elementi vengono modificati, a volte cambiando completamente il significato iniziale. La stessa scena può diventare più o meno astratta, più o meno descrittiva.

Il materiale quindi entra in gioco in una fase molto precoce.
AT    Il materiale ha una narratività importante. È una delle prime cose che andiamo a scegliere, prima della parte formale.
SF    In molti lavori capita che sia la materia prima stessa a generare la collezione.

Che cosa vi ha colpito della Roma archeologica? La scelta è tra arte e monumentalità imperiale. Tra sacro e quotidiano...
AT    Una cosa interessante è stata tornare in quei musei romani che abbiamo visitato quando eravamo piccoli e riscoprire gli oggetti ai quali non avevamo dato molta importanza. Siamo stati colpiti da quelli di cui non capivamo quale fosse la funzione esatta, che ci sembravano astratti dalla loro praticità. Forme non-iconiche, ma al tempo stesso archetipiche, non codificabili secondo i canoni degli oggetti contemporanei. L’idea di una funzionalità che non è immediatamente e intuitivamente comprensibile.
SF    È stato come provare a comprendere nel contemporaneo questi frammenti arrivati dal passato.

Che differenza c’è tra il vostro modo di riferirvi al passato e quello dei designer che vi hanno preceduto?
SF     Alessandro Mendini è tornato più di una volta a vedere il nostro lavoro sulla lava. È stato interessante osservarlo mentre guardava il nostro progetto. Ha cercato di capirne le referenze intrinseche, ha fatto riferimenti a Scarpa e costruito collegamenti storici. Ma quello che forse è difficile da capire per un autore della sua generazione, abituato a lavorare col pastiche postmoderno, è il nostro rapporto disinvolto col passato. Cerchiamo di acquisirne le estetiche più utili per raccontare il nostro modo di vedere le cose. È una rielaborazione istintiva di quello che è già esistente, priva di una strategia programmata.

Cosa pensate della produzione industriale contemporanea?
SF    La nostra riflessione avviene attorno a due problemi etici fondamentali. Il primo è: come viene creato un prodotto, con quali energie, quanto è responsabile la lavorazione? L’altro ruota attorno al fatto che oggi le aziende danno un’importanza mediatica eccessiva al designer. Ci auguriamo, quindi, che a cambiare sia il senso dell’etica della produzione, che possa anche porre fine alla mitizzazione dell’autore.

Molti pensano che i vostri risultati siano frutto di una strategia pianificata a tavolino per la quale avete scelto di non lavorare per l’industria ma solo per il mercato dei collezionisti, le gallerie e le istituzioni...
SF    Abbiamo deciso all’unisono di fare quello in cui crediamo. Quando siamo andati via dall’Italia non eravamo neanche così convinti di voler fare i designer. Non certo nella maniera tradizionale. Poi siamo approdati alla Design Academy. Qui abbiamo capito che c’era un modo diverso di fare design. Sono nati così i nostri oggetti, anche di una certa complessità.

Per questo non avete un interlocutore nel mondo dell’industria?
AT    Non ancora, direi. Siamo giovani, abbiamo aperto il nostro studio meno di cinque anni fa.
SF    Il punto è capire cosa possiamo dare noi all’industria che, per ora, ci ha cercato spinta dall’immagine che i media hanno dato di noi, senza conoscere il nostro lavoro. L’industria chiede ai giovani un progetto che possa assecondare le loro necessità. A noi non interessa: vogliamo fare ricerca, avere un ruolo attivo.
 
Quanto è importante per voi il tempo?
AT    A volte una collezione è la continuazione della precedente, c’è un filo sottile di ricerca che le lega. Per il progetto sulla lava avevamo proposto diversi tipi di lavorazione: dalla lava soffiata al basalto usato insieme al marmo.
SF    Ragioniamo sulle molteplici possibilità di un materiale e sul suo contesto. A noi interessa la complessità della ricerca.

Fashion Editor Andrea Tenerani
Fashion Contributor Marco Dellassette
Grooming Massimo Gamba @Atomo
Si ringrazia l’hotel De Hallen del gruppo Vondel Hotels.

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