Planet I --‐IX, 2011 - Credits: Angelos bvba
Skull with Squirrel, 2017 - Credits: Angelos bvba
Credits: Angelos bvba
Skull with Woodpecker, 2017 - Credits: Angelos bvba
Untitled (Bone Ear), 1988 - Credits: Angelos bvba
Listen, 1992 - Credits: Angelos bvba
Storytelling

In conversazione con Jan Fabre

Jan Fabre (Anversa, 1958), da sempre affascinato e influenzato dall’alchimia della tradizione pittorica dei maestri fiamminghi, espone trent’anni di produzione scultorea negli spazi dell’Abbazia di San Gregorio a Venezia.

La mostra Glass and bone sculptures 1977-2017, aperta al pubblico dal 13 maggio al 26 novembre, riunisce più di quaranta opere in vetro e ossa - materiali che l’artista belga utilizza per stimolare una riflessione sulla temporalità dell’essere umano, sui suoi flussi e metamorfosi, sulla durezza e la fragilità della vita. Nella selezione dei curatori Giacinto di Pietrantonio (GAMeC, Bergamo), Katerina Koskina (EMST, Athens) e Dimitri Ozerkov (The State Hermitage Museum, St Petersburg), le opere spaziano dallo scarabeo-alloro in vetro di murano verde alle colombe della pace cacanti in vetro colorato blu Bic applicato a mano, e ancora i sedici teschi di vetro blu con scheletri di pappagalli, rospi, talpe, tartarughe e altri animali, la canoa congolese di ossa con remi in vetro da calchi di mani, il carnevale dell’artista con coriandoli di vetro e carcasse di cani randagi e i pianeti-lune simbolo di fertilità.

Ne abbiamo parlato con l’artista, Jan Fabre.

Questa mostra riunisce una quarantina di lavori dal 1977 a oggi, tutti incentrati sull’idea della metamorfosi e del cambiamento. Il riferimento all’Ora blu, e di conseguenza all’inchiostro blu per colorare il vetro è peculiare dell’espressione di questo sentimento, del passaggio da uno stato di abbandono, o di sonno, a uno stato di coscienza – in che modo quest’idea si relaziona ai materiali scelti?

Dalla fine degli anni ’70 ho iniziato a fare disegni con la penna bic perché era un materiale non costoso, per me come giovane artista, lo potevo trovare facilmente. Il blu è un colore importantissimo nella storia dell’arte, però il mio colore è chimico, industriale ed economico. Ho fatto una serie di lavori tra gli anni ’80 e ’90 intitolati L’Heure Bleue basati sugli scritti di Jean-Henry Fabre, padre dell’entomologia, il quale in uno dei suoi manoscritti racconta di quando la notte finisce e il giorno comincia a risorgere, il momento sublime tra questi due istanti lo chiama l’ora blu – quando tutto inizia di nuovo. Nell’idea della trasformazione, sin dagli anni ’70, il blu è per me un ponte tra ciò che è materiale e ciò che è immateriale, lo spirituale e l’immaginario, quasi una transizione dal vetro alle ossa, due materiali antichissimi direttamente connessi all’uomo. Il vetro modellato nel fuoco come il nostro scheletro si forma nel grembo materno… per me il blu è un ponte tra i due mondi.

Questo stato di transizione, identificato con l’Ora Blu, riguarda altri sensi piuttosto che la vista?

I due pannelli con le orecchie che ho fatto nel 1988, dove si vede il colore blu applicato con le dita, si riferiscono all’aspetto musicale dell’arte, puoi ascoltare e leggere lo spartito del dipinto, parlare di un’idea dell’arte percepita a occhi chiusi.

Ossa e vetro sono materiali molto simili, cambiano ed evolvono nel tempo, il vetro è fragile ma le ossa si modificano…

Le ossa mi ricordano i fossili.

Nella pittura fiamminga ossa polverizzate venivano mischiate alla pittura, è vero?

I pittori fiamminghi erano degli alchimisti, mischiavano al colore non solo le ossa ma anche il sangue, per rendere il colore più brillante o più scuro, a seconda delle necessità, facevano un sacco di esperimenti.

Numerosi sono i riferimenti alla Storia dell’Arte come nella scultura The Catacombs of the Dead Street Dogs (2009-2017), i cappellini che hanno i cani ricordano quelli de il carnevale degli idioti di Bosch…

Assolutamente. Questi cani sono stati trovati abbandonati, morti lungo la strada. Per me questa è una celebrazione degli animali, è l’unico lavoro colorato in mostra, è la festa della carne anche se non c’è la carne.

Non solo riferimenti alla cultura fiamminga, tu parli a tutto il mondo come nell’opera Canoe (1991), una canoa congolese i cui remi sono fatti a partire da calchi in vetro di mani di migranti tuoi vicini di casa ad Anversa…

Sì amici dall’Afghanistan, dal Marocco o dalla Turchia, tutti miei amici di Anversa. Questo lavoro è del 1991 ma quando il curatore Giacinto Di Pietrantonio l’ha visto mi ha detto di esporlo assolutamente perché estremamente attuale considerato quello che sta accadendo oggi in Europa coi rifugiati… Le ossa sono bianche per tutti, che siano bianchi o neri all’esterno…

Alcuni lavori in vetro sono stati fatti qui a Venezia…

Quelli degli anni ’70 e ’80 sono stati fatti in Belgio mentre dal 1986 ho iniziato a farli in Italia. Quand’ero giovane non avevo soldi per produrre i lavori a Murano. Dodici anni fa, Adriano Berengo mi ha proposto di lavorare con i suoi artigiani. Ho fatto qui con lui sia lo scarabeo verde che i piccoli teschi blu.

Perché hai scelto proprio questo luogo, l’Abbazia di San Gregorio, per la tua mostra?

Avevamo sei possibilità diverse, ma quando ho visto il monastero dell’Abbazia l’ho scelto subito pensando ai lavori in ossa coi monaci, è un posto silenzioso, nel centro ma comunque calmo. A differenza dell’impero britannico di Damien Hirst, qui di fronte a Punta della Dogana dove emerge il potere e la gloria, è l’opposto. Io sono un artista belga, il Belgio è sempre stato un continente occupato, la nostra arte è diversa, tutti i dipinti sono stati fatti in uno stato di occupazione e per questa ragione sono così pieni d’immaginazione. La nostra tradizione è sempre legata al mangiare, al cantare, al danzare… mentre la pittura britannica è legata alla glorificazione delle battaglie, alle vittorie, agli imperi… Questo spazio è un rifugio del silenzio per la bellezza e l’arte.

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