Konstantin Grcic in studio. Sullo sfondo, sopra il mobile, sedia Dahlem per Arflex Japan (2014) - Credits: Ph. Ryan Lowry
La sala riunioni al centro dell’open space; intorno al tavolo sedute in legno e plastica Remo per Plank (2015) - Credits: Ph. Ryan Lowry
A sinistra, esemplare della poltrona Sam Son (2015) realizzata da Magis con stampi in materiale plastico a rigidità variabile per garantire stabilità e comfort. A destra, modelli di studio in cartone grigio per le nuove lampade che lo studio Grcic presenta per Flos all’edizione 2017 del Salone del Mobile di Milano - Credits: Ph. Ryan Lowry
A sinistra, nell’archivio prototipi, poltrona Clerici disegnata da Grcic per Mattiazzi (2015), la seduta in alluminio di una Chair_One, un progetto per Magis del 2004, e la scocca di una sedia PRO per Flötotto (2012). A destra, il primo modellino di studio in fil di ferro di una PRO - Credits: Ph. Ryan Lowry
A sinistra, la postazione di Konstantin Grcic è separata dagli altri ambienti comuni dell’open space da pannelli di plastica trasparente. Sullo sfondo, la poltroncina Mingx per Driade (2016), in tubo e lamiera di acciaio stampato verniciato rosso. A destra, Grcic su una delle sedie 360° (Magis, 2009) che il designer usa in studio per muoversi agilmente tra le scrivanie dei suoi assistenti - Credits: Ph. Ryan Lowry
Prototipo in legno della struttura di una Mars (2003): la sedia viene realizzata da ClassiCon in poliuretano e acciaio, con rivestimento in tessuto o in pelle - Credits: Ph. Ryan Lowry
A sinistra, un modello di Chair_One realizzato appositamente per la mostra On/O al museo Haus der Kunst di Monaco (03-07/2006). A destra, prototipo di una seduta Medici (Mattiazzi, 2012): generosa e confortevole, è disponibile in diverse essenze per indoor e outdoor - Credits: Ph. Ryan Lowry
Konstantin Grcic con i suoi assistenti. Sullo sfondo, un modulo Hack: innovativo progetto di postazione da ufficio per Vitra del 2016 - Credits: Ph. Ryan Lowry
Storytelling

Konstantin Grcic e il progetto contemporaneo

Lo studio di Konstantin Grcic ha sede in un comune palazzo nel centro di Monaco di Baviera. In una grande stanza si dividono materiali, modelli e scrivanie di quello che sembra lo spazio condiviso di un gruppo di giovani progettisti. Al centro due librerie stracolme dividono il tavolo delle riunioni dal resto. Konstantin ha una postazione nell’open space che si distingue dalle altre solo perché al posto della sedia ha una panca. Spiega che così lavora meglio, perché può visualizzare in linea i diversi argomenti sui quali sta lavorando. Di certo la chiarezza è uno dei suoi obiettivi e per raggiungerla la via migliore è la semplificazione della complessità. Il che richiede esercizio costante equilibrio e concentrazione degni di un cavaliere Jedi. Il suo pensiero è limpido in maniera naturale, anche se nulla è improvvisato: ogni parola è scelta, distillata, ragionata. È quello che ha imparato a fare con gli oggetti, che centrano il segno come solo quelli dei grandi della storia. Non a caso Grcic è uno di quei nomi che difficilmente crea dissensi. Chiedo perché secondo lui sia così amato dal pubblico e dalla critica. Sorride e arrossisce. Il che sarebbe già una risposta. Poi entra nel gioco delle parti dell’intervista.

Amo il mio lavoro, ma penso anche di essere una persona che lo prende molto seriamente. Cerco di essere leale e di non avere compromessi, anche se a volte non è una scelta facile.

Cosa intendi per non avere compromessi?

Quando lavori da un quarto di secolo vieni posto di fronte a molte scelte. A volte ti vengono proposti progetti allettanti, ma dettati da direzioni di mercato che non sono in linea col tuo pensiero. Ho sempre cercato di essere coerente e questo comporta essere selettivo, ma senza alcun snobismo o arroganza.

Come scegli i tuoi clienti?

Con la committenza la relazione inizia sempre dalle persone. All’inizio sono stato molto fortunato, perché ho cominciato con piccole società con le quali siamo cresciuti insieme. In generale, penso che i miei migliori lavori siano stati quelli per le piccole aziende.

Perché?

Con le piccole società puoi essere più radicale, perché il rischio  d’impresa è minore. Con loro tutto è diretto, il dialogo è immediato e questo è molto importante per chi come me cerca di essere coinvolto in tutto l’intero processo produttivo. Cerco sempre una forma di perfezione, anche se non sono un maniaco del controllo. Si tratta di capire: se io capisco profondamente qualcosa, allora sono anche in grado di spiegarla. Per questo per me è importante conoscere tutta la storia: chi sono i produttori, da dove vengono, quali sono state le condizioni di sviluppo di un’azienda, la tecnologia utilizzabile e così via.

Allora raccontaci la tua di storia: da dove vieni?

I miei genitori provengono dal mondo dell’arte, mia madre aveva una galleria. Mia sorella è un’artista. Nella mia infanzia ho frequentato musei, chiese, monumenti. Di fronte a questo puoi scegliere se opporre resistenza o accettarlo.

E perché all’arte hai preferito il design?

Non sono diventato un artista perché volevo avere un approccio funzionale alle cose. Per me i limiti della realtà sono sempre stati un’ispirazione e non un blocco. Ho sempre voluto capire le macchine e il loro funzionamento per poter immaginare qualcosa da fare con esse. Non ho mai voluto avere la totale libertà.

Quali sono le domande dalle quali parti per un nuovo progetto?

Le domande vanno ben oltre la richiesta di un prodotto che arriva accompagnata da un brief. Per questo è importante iniziare da domande elementari. Non si tratta di strategia, ma della ricerca di una consapevolezza su quali sono gli obiettivi. Ogni progetto è un mattone che costruisce il percorso di un’azienda e di un progettista e allora è importante avere uno sguardo d’insieme. E questa è una responsabilità. Quindi per me è importante il dialogo con l’azienda.

Ci racconti una collaborazione con un’industria?

Per esempio, la lampada OK è stata una mia proposta seguita all’invito di Flos di utilizzare la tecnologia dei Led, che sono in fondo la nuova lampadina. Così ho pensato che la Parentesi di Castiglioni nasceva dal celebrare la lampadina a bulbo e ho voluto fare una lampada che partisse dalle nuove fonti energetiche, da ciò che oggi ha preso il posto della lampadina. Non avevo la minima intenzione di essere arrogante nel confrontarmi con un maestro e la sua icona, ma solo mostrare che c’è stato un passaggio nelle sorgenti luminose.

E il lavoro con le gallerie in cosa differisce?

Quando faccio un progetto per una galleria è per apprendere qualcosa che nell’industria non ho ancora imparato. Seguo molto più da vicino il processo produttivo perché sono a diretto e costante contatto con gli artigiani. Ma alla fine è importante che questo diventi parte di un bagaglio di conoscenze e che ritorni al mio progetto per l’industria. Le gallerie permettono una sperimentazione che nelle industrie non è possibile fare per questioni di costi e rischi. I tavoli per Galerie kreo, per esempio, prima li avevo proposti a un’azienda importante. Volevo analizzare come un trattamento grafico della superficie modifica la forma e la nostra percezione delle cose. Ma laddove l’azienda mi ha risposto con diffidenza, la galleria si è dimostrata recettiva. E la cosa ha funzionato: è un risultato che sembra molto tecnologico, anche se in realtà è totalmente artigianale.

Credi nel prodotto democratico?

Dobbiamo prima intenderci su cosa voglia dire “democratico”. Io penso che il design industriale sia democratico in ogni modo, perché si rivolge sempre a un gruppo di persone.

Ma come la metti con il costo?

Quando ho iniziato, il mio ideale non era fare pezzi esclusivi per un’élite, ma prodotti per un ampio mercato. Ho studiato al Royal College of Art di Londra con Jasper Morrison e sentivamo molto il senso del design industriale. Tuttavia, quando ho provato a fare progetti per aziende che privilegiavano il basso costo, ho fallito. Allora ho capito che il mio ruolo non era quello, ma che tornava comunque all’interno della stessa realtà. Ti faccio un esempio: Mayday per Flos non è un prodotto molto costoso, è realizzato tutto in plastica, ma non è un design democratico nel senso di “accessibile ai più”. Oggi Ikea produce una lampada che è ispirata a lei – e lo dico nel senso buono del termine, senza polemizzare – e che ha un costo molto più contenuto. Ma questa ha avuto comunque bisogno della Mayday per esistere. Penso che il mio ruolo sia quello di aprire nuove strade. Sono parte dell’intero processo, anche se i miei pezzi non hanno prezzi popolari. Anche la prima volta che è stato usato il tubolare metallico non era popolare, ma adesso lo troviamo ovunque con facilità. Quindi a ognuno il suo ruolo.

Allora chi fa da apripista non può fare un design per il grande pubblico e viceversa?

Non esattamente. Per esempio la Apple è un’azienda che guarda avanti e per questo è un brand più costoso di altri. Ha realizzato prodotti di grande innovazione, ma al tempo decisamente mass-market: il nuovo iPhone ha superato i 70 milioni di pezzi venduti nel mondo. È una cifra incredibile che lo fa entrare di diritto tra i beni “popolari”, pur essendo innovativo e costoso. Questo cancella completamente l’idea che un prodotto debba essere economico per vendere e che solo un mainstream possa avere successo. Per questo la mia sfida è fare un progetto che possa generare un effetto. E sono un privilegiato perché lavoro per aziende che mi permettono di spingermi oltre dei limiti.

Come progetti?

Uso molti media e supporti: schizzi, modelli, render. Ogni progetto ha un processo diverso, anche se poi ovviamente ci sono punti in comune. Uno di questi è senz’altro il linguaggio. Al Royal College Vico Magistretti è stato mio docente e la sua metafora del progetto spiegabile in una telefonata è davvero perfetta per descrivere questo approccio. Il punto non è risolvere problemi, ma trasformarli in opportunità e ogni volta il linguaggio mi permette di affinare il progetto. È come in un libro: è il testo scritto che crea le immagini e quelle a loro volta sono il mezzo per esprimere un’idea.

È per questo che nelle mostre da te curate utilizzi così spesso le schede e i testi?

Sì, un testo funziona se è in grado di parlare a tutti, magari utilizzando diversi registri linguistici. Per esempio nella mostra Comfort a St. Etienne il testo era molto importante e un mio amico scrittore scrisse un breve saggio di cui tutti coglievano subito il senso. Un testo ostico può al contrario rovinare tutto, farti sentire stupido e inadeguato e allontanarti dall’attenzione che l’oggetto sta cercando di suscitare. Poi certamente esistono testi “scomodi”, così come esistono oggetti scomodi; ma tutto dipende dall’obiettivo che vuoi raggiungere e dal contesto.

Come nutri il tuo mondo progettuale?

La migliore ispirazione è la vita reale. Ogni tanto mi siedo in un luogo pubblico e osservo le persone fino al punto che sarei anche in grado di imitarle. In fondo l’imitazione serve per comprendere meglio le caratteristiche di una persona.

Pensi a persone specidiche quando progetti?

Sempre. Penso che l’interazione tra persone e oggetti dipenda molto dal carattere e anche un oggetto può essere goffo o elegante come chi lo usa. Ho sempre in mente un utente con ben precise caratteristiche. Non è detto che sia una persona in particolare, ma un tipo di persona, un mix di tanti diversi caratteri.

E queste imitazioni non le esterni mai?

No, no, mai. Anzi, in realtà qualche volta con gli amici... Ma li seleziono accuratamente!

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