Francesca Lanzavecchia e Hunn Wai - Credits: Ph. Mattia Balsamini
Storytelling

In conversazione con il duo italo-asiatico Lanzavecchia + Wai

Per festeggiare le oltre 30mila persone passate dall’evento A Matter of Prescription – dove hanno esposto i mobili della loro collezione PLAYplay per Journey East, all’ultimo Salone del Mobile – la modalità è originale: salire su uno dei barconi ancorati sul Ticino, a qualche chilometro da Pavia, e lì fare un bel barbecue con i ragazzi del team.

Certe soddisfazioni si condividono. Francesca Lanzavecchia e Hunn Wai vivono così il successo che stanno costruendo col loro duo di design L+W, per metà nella super metropoli di Singapore e per metà appunto a Pavia, con un dinamico equilibrio “glocal”.

Tutto è cominciato all’Accademia di Eindhoven, dove entrambi studiavano (e si sono piaciuti). Nel 2009 l’inizio della collaborazione, mettendo in piedi questo studio “allargato”, dove le teste distano
 – letteralmente – 10mila chilometri («Per fortuna c’è Internet e una differenza di fuso accettabile di sei ore», dicono a Icon Design).

L’alchimia di fatto funziona e ci sono state le committenze con marchi quali Bosa, Cappellini, Agusta, Mercedes, Tod’s. Le loro creazioni sono spesso giocose, gioiose – non a caso la recente collezione di mobili coloratissimi e modulari si è chiamata PLAYplay. Eppure passando in rassegna i loro oggetti, la leggerezza si fa più complessa, s’intreccia d’attualità.

Ecco i tappeti con i grandi insetti, esiti di mutazioni post-nucleari (2013), o la pro- vocazione dei “mobili edibili” di Austerity, per giovani Millennial in tempo di crisi. Incontriamo i due “progettisti” – così preferiscono definirsi – nello studio laboratorio nel cuore di Pavia, che porta la targa “Casa nota come reggia di Alboino”. È disseminato dei pezzi esposti al Salone.

Francesca, vestita di nero, chioma rosso Tiziano, riflette e dettaglia con precisione. Hunn parla veloce, con i discorsi che sembrano prendere il ritmo di una corsa – quella che lui pratica per rilassarsi in una città “very fast” com’è Singapore.

Chi, nel vostro duo, è il teorico e chi il pratico?

FL Siamo entrambi “gemelli” e quindi in studio ci sono almeno quattro persone pratici, teorici, tecnici e sognatori!

HW Un designer deve essere teorico e pratico al tempo stesso. Molti hanno buone intuizioni. Il problema poi è renderle reali e fattibili.

Un oggetto di design riuscito è...

HW Autentico, non inutilmente alla moda, attento ai materiali.

FL Qualcosa vicino all’essere umano, che crea una relazione di intimità con la persona. Emozionale è l’aggettivo. E poi dev’essere coraggioso: noi non ci possiamo certo definire minimalisti!

Come a rontate un progetto?

FL C’è molto ricerca dietro a un nostro prototipo. Quello che si vede è solo la punta dell’iceberg. Per esempio sono due anni che stiamo costruendo e dirigendo un brand di baby products per il mercato asiatico. Per rendere un passeggino davvero a misura dei suoi piccoli utenti abbiamo “spiato” per giorni giovani coppie di Hong Kong con i loro piccoli dal ristorante al mall, da casa a Disneyland...

Il vostro colore preferito?

FL Indaco. Perfetto equilibrio tra il blu e il viola.

A sinistra, il tavolo The Hamburger, della collezione PLAYplay disegnata da l+w per Journey East, che arreda lo spazio in modo divertente; può essere usato come como- dino, tavolino o base per giocare a pingpong. A destra, dietro, la console Accordion, con un effetto lenticolare sorprendente, sempre della serie PLAYplay - Credits: Ph. Mattia Balsamini
Francesca Lanzavecchia e Hunn Wai al lavoro nel loro studio di Pavia - Credits: Ph. Mattia Balsamini
A sinistra, Assunta, una sedia che aiuta ad alzarsi sfruttando il peso corporeo come leva. fa parte della collezione No Country for Old Men (2012): una serie di arredi pensati per chi ha pro- blemi di mobilità o altre limitazioni fisiche. A destra, schizzi per lo sviluppo di una famiglia di brocche e bottiglie in vetro borosilicato (2016) - Credits: Ph. Mattia Balsamini

Con quali designer vi sentite più in sintonia?

HW Soprattutto i nuovi designer scandinavi, per come riescono ad adeguarsi al mercato, senza perdere autenticità, né essere costosi. In generale, l’importante è non prevaricare con la propria estetica: permettere che dall’oggetto venga fuori la sua storia.

Hunn, cosa le piace dell’Italia?

HW La quiete. Perché a Singapore trovarla non è possibile... Lì d’altra parte non c’è alternativa a quella di costruire il futuro ogni giorno. Anche lo spazio dove espandersi, dev’essere conquistato nel mare davanti alla città. Abbiamo un approccio pragmatico.

Francesca, cosa la colpisce di Singapore?

FL La freschezza, l’energia, la prospettiva. È bellissimo vedere giovani studenti universitari così ottimisti rispetto al futuro, alla vita e al lavoro.

Per le vostre creazioni avete collaborato con realtà locali.

HW Abbiamo realizzato la collezione PLAYplay con artigiani dell’isola di Giava, in Indonesia. Ci piace la dimensione dove le persone sono pure, essenziali. Gli anziani, per esempio, vengono sempre interpellati durante la lavorazione perché hanno l’esperienza. Trattano con rispetto i materiali, cosa che in Asia non è frequente.

Vi affascina più il fisico o l’immateriale?

FL Il digitale in futuro sarà sempre più immateriale, connesso sia alle idee 
sia al mondo fisico. Un mondo in cui si possano condividere gli oggetti senza
 aver bisogno di toccarli è eccitante 
ma il valore della fisicità materica resterà perché tangibile attraverso i 
nostri cinque sensi, e quindi in grado
 di trasmettere l’esatta sensazione 
se qualcosa è davvero valida, a supporto e integrazione del digitale.

Qual è il prossimo sogno?

HW Una nostra azienda di produzione. Dove la gente possa venire a lavorare con piacere, perché ci sta bene.

La sede? Pavia o Singapore?

FL (ridendo) Magari Bali, perché si mangia bene e ci sono ville bellissime!

Francesca, lei vive dove leggenda vuole avesse la reggia un re longobardo. Qual è il giusto rapporto con la tradizione?

FL Le dimensioni di Pavia permettono concentrazione. E poi storia e arte
mi hanno portato al design. Mio padre rimproverando mia madre per la mia mancata scelta di una facoltà scientifica, diceva: «È colpa tua se è diventata designer. La portavi sempre ai musei!». Siamo circondati dalla bellezza, ma ciò deve costituire solo un punto di partenza, una base. Bisogna far spazio al futuro. Per questo io, ogni tanto, devo scappare!

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