Lee Broom - Credits: Crediti fotografici: Ivan Jones
Storytelling

Lee Broom: il design come performance

Durante l'adolescenza e oltre, non si può dire che avesse le idee chiare. Perché Lee Broom, enfant prodige del design britannico – paragonato dal The Guardian a Tom Ford e Marc Jacobs - a 17 anni di certezze ne aveva ben poche. Prima la scuola di teatro, poi la passione per la moda, poi ancora l'incontro con Vivienne Westwood. Da lei imparò a sperimentare con tessuti e pattern del passato, traducendoli in capi dalla dissacrante contemporaneità. Un approccio che replicò successivamente nel design, rifacendosi ad estetiche lontane per dare vita a oggetti dalla sottile opulenza. Ma soprattutto, da Vivienne Westwood imparò a essere libero e ribelle: «Mi suggeriva di non iscrivermi all'università e ripeteva: se vuoi essere qualcuno, lo diventerai anche senza una laurea!». E fu proprio con spirito libero e ribelle che decise di non ascoltarla, finendo il corso di studi alla Central Saint Martins per approdare, infine, all'interior design. Guardando alla sua carriera, oggi giunta al 10° anniversario, si può dire che non fu una pessima idea.

Abbiamo fatto una chiacchierata con Lee Broom in occasione della Design Week milanese, per parlare dell'installazione The Time Machine presentata al Fuorisalone di Ventura Lambrate ma non solo.

Che tipo di macchina del tempo è The Time Machine?

Per festeggiare l'anniversario volevo inscenare un viaggio attraverso le mie opere, ma volevo farlo in un modo inusuale, inaspettato. Sono presenti i miei lavori più celebri, 35 in tutto, ma per l'occasione li ho reinventati immaginandoli nella palette del bianco. A ispirarmi è stato anche il luogo che ospita l'installazione, all'interno della Stazione Centrale di Milano: uno spazio di 350 mq rimasto chiuso al pubblico per 30 anni. Buio, tetro, con un che di spaventoso e lugubre. Ho voluto creare un netto contrasto progettando una sorta di giostra luminosa, un contenitore di opere che irradiasse l'ambiente circostante.

Tra le opere presenti, c'è una novità: il Grandfather Clock, un orologio a pendolo. Perché hai scelto questo oggetto?

L'idea mi accompagna fin dall'infanzia. Da bambino, quando andavo a trovare i miei nonni, lo guardavo affascinato: mi sembrava così grande e imponente, da allora ho sempre desiderato disegnarne uno. Oggi mi sembrava il momento giusto per farlo, è un simbolo del tempo che passa, una sorta di pietra miliare. Ho realizzato una sua versione contemporanea e moderna, mantenendone però la meccanica tradizionale. Mentre pensavo alla sua silhouette ho fatto molta ricerca, fino a giungere al brutalismo. Volevo che fosse angolare, spigoloso, simile a una scultura. Per questo la scelta di usare il marmo di Carrara.

The Time Machine è un'installazione particolarmente scenica. Quanto influisce la tua formazione teatrale in quello che fai oggi?

Ancora molto, ma del tutto inconsciamente. Ho notato che con il passare degli anni le mie opere sono sempre più teatrali, drammatiche, e questo proviene certamente dal mio background. La presentazione per me è fondamentale e mi accorgo che i miei studi nel teatro mi accompagnano qualsiasi cosa io faccia. Per me il design è performance: quando disegno un prodotto penso sempre a come verrà mostrato al pubblico, immagino la sua colonna sonora, a volte la suono io. Non progetto soltanto il prodotto ma anche il lifestyle attorno ad esso, il mood, l'atmosfera.

Sarà per questo che sei anche richiestissimo per la progettazione di flagship store, bar e ristoranti. Qual è stato il progetto più difficile in questi 10 anni?

Sicuramente quello relativo al negozio di Christian Louboutin all'interno di Harrods: dovevo attenermi all'estetica del brand esprimendone lo spirito, ma anche rispettare l'architettura del luogo che accoglie il negozio. Sono molto soddisfatto del risultato ma ammetto che non è stato facile.

Come il teatro, anche la moda sembra influenzare molto la tua attività.

Sì. Devo molto agli studi alla Central Saint Martins: mi hanno insegnato il corretto approccio al design e al business. È come se Lee Broom fosse un brand di moda e la mia collezione una linea di abiti. Amo sperimentare i materiali e le silhouettes proprio come farebbe uno stilista. L'università insegna la tecnica, l'approccio al lavoro. Puoi disegnare una lampada o un vestito, ed è lo stesso, identico processo: c'è la ricerca, il prototipo e la produzione. Non fa alcuna differenza.

Quindi diciamolo: Vivienne aveva torto? L'università a qualcosa serve.

(ride) Sì e no. Non sono diventato uno stilista, ma nel momento in cui ho voluto dedicarmi all'interior design l'ho fatto e basta!

Gli oggetti di The Time Machine - Credits: Crediti fotografici: Arthur Woodcroft
The Grandfather Clock - Credits: Crediti fotografici: Arthur Woodcroft
Lee Broom 10 Year Drunken Table - Credits: Crediti fotografici: Beth Davis
Lee Broom 10 Year Fulcrum Candlesticks - Credits: Crediti fotografici: Beth Davis
Lee Broom 10 Year Half Cut Wine Glasses - Credits: Crediti fotografici: Beth Davis
Lee Broom 10 Year Mini Crescent Chandelier - Credits: Crediti fotografici: Beth Davis
Lee Broom 10 Year One Light Only - Credits: Crediti fotografici: Beth Davis
Lee Broom 10 Year Ring Lights - Credits: Crediti fotografici: Beth Davis
Lee Broom 10 Year XL Carousel - Credits: Crediti fotografici: Beth Davis
La location di The Time Machine - Credits: Crediti fotografici: Claudio Grassi
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