Luca Nichetto - Credits: Ph. James Mollison
Storytelling

Luca Nichetto, globale e multidisciplinare

Look total black e fisico da cestista, Luca Nichetto posa sicuro per il ritratto di rito. Poi risponde alle ultime mail, chiacchiera con i collaboratori sulle ultime novità di cantiere, e si siede per l’intervista. Anni 40, famiglia di artisti del vetro, diploma in industrial design allo Iuav. Due studi, quasi 400 prodotti disegnati. Mica male per neanche 15 anni di carriera. Aziende: circa 50. E una direzione creativa dall’altra parte del mondo che ha significato una sfida importante. Moglie svedese, un figlio di un anno e migliaia di amicizie sui social. Coraggioso, curioso, critico. Lucidissimo. Le domande si sciolgono in una conversazione piacevole, dove si parla di passato, presente e di un futuro che è già domani. Partendo da... Perché Porto Marghera? «Sono sempre stato a ascinato dalla storia industriale di questo posto e così ho scelto di aprire qui il mio studio. Nel 2016 ha compiuto ben 10 anni».

Nessun festeggiamento?

Ho molte idee a riguardo. Magari una mostra itinerante, che tracci, però, la mia carriera al contrario, partendo dall’Asia, che sta segnando il mio presente, attraverso l’America e l’Europa, tornando quindi a Milano e Venezia. Mi è anche stato proposto un libro, ma ci sto pensando su. Se dovessi parlare della storia del mio lavoro, vorrei che fosse un racconto narrato attraverso gli incontri con le persone che hanno partecipato a definire quello che sono.

Qualche nome?

Sono sempre stato visto come un outsider dalla comunità dei designer milanesi e ci fu un momento, circa dieci anni fa, in cui questa consapevolezza diventò vera frustrazione. Allora mi aiutò Fabio Novembre. Mi disse: «Pensa che tu sei l’unico designer veneziano. A Milano sei uno dei tanti; lì ci sei solo tu, con le tue origini e la tua storia. Devi riuscire a valorizzare questo aspetto». Quel consiglio fu prezioso. Poi l’amico Giulio Iacchetti. È stato il primo a ospitarmi a Milano. Ricordo con grande piacere le settimane del Salone in cui dormivo nel suo studio, e le avventure squattrinate con lui, Joe Velluto, Matteo Ragni, Odoardo Fioravanti, Miriam Mirri, Ilaria Marelli, Ilaria Gibertini. Un altro incontro importante è stato quello con Simon Moore, art director di Salviati alla fine degli anni 90 e professore al Royal College di Londra. Ha avuto un ruolo fondamentale per la mia carriera: è stato il primo a credere nel mio talento acerbo e grazie a lui la mia visione del design si è internazionalizzata. Comprò tutti i miei progetti universitari.

Com’era il Nichetto dei tempi dell’università?

I professori mi prendevano in giro perché cercavo di dare forma a ogni idea usando il vetro. Del resto era il materiale con cui avevo una naturale con denza e anche il più economico per me. Per la tesi, disegnai un lettore cd per la Smart, che poteva essere personalizzato a seconda dell’estetica dell’automobile. Aveva una mascherina. In vetro! Presi un bel voto. Non mi impegnavo in tutte le materie ma eccellevo in quelle che mi piacevano. Durante il triennio non ho mai smesso di fare lavori in Cad e di girare per aziende facendo vedere i miei progetti. Così sono arrivato da Foscarini, dove ho svolto il mio stage obbligatorio. Alla ne, era il 2000, chiesi di progettare per loro e con il mio compagno di studi disegnammo una lampada in alluminio con vernici speciali. Foscarini la mise in produzione e ci propose di diventare consulenti esterni, e tutto iniziò così, senza una vera pianificazione. Nel 2004 ho aperto il mio primo studio condiviso a Venezia. E nel 2006 sono arrivato qui.

Ma non ti sei fermato e nel 2011 hai aperto lo studio di Stoccolma, città dove adesso vivi. Come sono organizzati i due uffici? Come dialogano?

A Venezia ci sono Francesco Dompieri, partner dello studio, e altri tre ragazzi; a Stoccolma siamo in tre. Non m’interessa avere uno staff enorme, l’importante è che le idee siano condivise regolarmente. Abbiamo il giusto grado di approssimazione per capire dove vogliamo arrivare e come arrivarci, in modo concreto e razionale. Vorrei, però, diversi care le attività tenendo l’Italia più legata al prodotto e la Svezia più con- centrata sull’interior design, che è dove mi piacerebbe focalizzare maggiormente il lavoro in futuro. Retail, hospitality... ambito pubblico comunque. Dopo aver lavorato con aziende di tutto il mondo, su diverse tipologie di furniture e fasce di prezzo, vorrei indagare come i nostri oggetti interagiscono l’uno con l’altro nello spazio, e valutarne eventuali mancanze.

Ti piace metterti alla prova, odi la noia delle comfort zone. L’ultima sfida, la direzione creativa di Zaozuo, startup del design cinese.

Mi piace uscire dagli standard perché questo significa rifuggire dalla presunzione di sapere sempre cosa è giusto fare. Ho avuto la fortuna di lavorare da subito con aziende celebri: dopo Salviati e Foscarini, ci sono state Kristalia, Moroso e molte altre, anche all’estero. A un certo punto, però, mi sono reso conto che disegnare non mi dava più l’energia dell’inizio e ho iniziato a collaborare con realtà piccole e lontane, come Mabeo in Africa o Made in Mimbre in Cile: questo mi ha dato l’entusiasmo giusto per ripartire con nuovi progetti. La Cina mi dà esattamente questa carica e allo stesso tempo anche dei parametri per capire come sta girando il mondo. Per esempio, riguardo alla questione dell’autorialità del design: oggi la Cina ha capito che non può essere più il fornitore del mondo e conta una nuova middle class che s’ispira all’Occidente nei gusti e nei bisogni. Credo sia quindi necessario supportare la produzione cinese di originali che possano competere in un mercato mondiale, e questo è stato uno dei motivi che mi ha convinto ad accettare l’incarico. È un lavoro diffcile, che implica apertura a sensibilità, gradi di competenza e livelli di qualità radicalmente diversi da quelli italiani: l’approccio deve essere generoso se ci si vuole muovere – parlo in generale – in una realtà globalizzata. Zaozuo conta 100 lavoratori, con età media di 25 anni, che non hanno esperienze pregresse in questo campo. A volte mi chiedo come facciano a performare quanto invece fanno. Io stesso sto imparando moltissimo, sia dal punto di vista personale sia professionale. Prevedo per l’azienda tre anni di setup; seguirà una fase di cesello. Finora abbiamo disegnato sette famiglie di prodotti e il primo showroom a Pechino, inaugurato di recente. A fine ottobre ci sarà l’apertura di un nuovo spazio a Shanghai, quindi a Gwangju.

A sinistra, la seduta outdoor Silk per Zaozuo (2015). Il design mescola stile americano anni 50 e richiami alla tradizione Ming. A destra, Maria per Casamania (2007): parete divisoria con decorazione a merletto-uncinetto in foglie di polipropilene. - Credits: Ph. James Mollison
Sedute in ceramica The fool on the hill per Moroso (2008, prodotte da Bosa). Sul fondo, accanto al vaso giallo Moai disegnato per Plust (2007), lampada da terra Thor per Foscarini (2000, con Gianpietro Gai) e vaso Millebolle per Salviati (2000, a destra) - Credits: Ph. James Mollison
Una vista del secondo livello dello studio. Lampade a sospensione O-Space per Foscarini (2003, con Gianpietro Gai), sedie Vad disegnate per Casamania (2009) con scocca in polipropilene riciclabile e, sul tavolo, portacandele in ceramica Essence Cinque per Bosa (2010). Sul fondo, grafi- che per la mostra Walk The Line alla Galleria Rossana Orlandi (2014, con Lera Moiseeva) - Credits: Ph. James Mollison
A sinistra, alcuni modellini di sedute, tra le tipologie più disegnate. Con fil di ferro e cartoncino, si fanno gli studi preliminari su proporzioni e materiali. A destra, set in ceramica Sucabaruca per Mjölk (2014, con Lera Moiseeva). Si ispira al moderno rituale legato alla consumazione del caffè con filtro - Credits: Ph. James Mollison
La sede di Nichetto Studio si trova a Porto Marghera, in un edificio di epoca fascista recuperato dopo anni di abbandono e ora destinato a uffici - Credits: Ph. James Mollison

Dall’Oriente all’Europa, al Canada. Viaggi mol- to. Come cambiano i tempi di lavoro quando si opera a un tale grado d’internazionalizzazione?

Non ci sono più le pause di riflessione. Quelle dei resoconti postere, per esempio. Chiamavamo il Salone il “capodanno del design”! Ora, lavorando con aziende con bisogni diversi, il calendario è cambiato radicalmente e l’agenda è fitta.

E quando un designer sempre in movimento trova il tempo di disegnare?

Disegno molto nella mia mente. Di solito quando ho un’idea la lascio sedimentare per vedere se sparisce da sola. Se si ripresenta, vuol dire che ha un peso e allora cerco di visualizzarla con uno schizzo veloce che poi lascio sviluppare ai ragazzi in studio. Per alcuni progetti si prosegue con modellini; per altri, su cui siamo più sicuri, passiamo subito al dettaglio.

Quest’anno hai compiuto i 40. Tempo di bilanci. Se ti chiedessi di tracciare la tua carriera in alcuni progetti-chiave, quali menzioneresti?

Sono uno che impara facendo; ho un approccio anglosassone al lavoro, e perciò mi sento legato a tutti i miei oggetti. Dovendo però fare una selezione, direi i vasi Millebolle per Salviati, la lampada O-Space per Foscarini, la mia prima sedia – Face per Kristalia – che ha segnato il passaggio dal mondo dell’accessorio decorativo al furniture; le insalatiere Mirage per F.lli Guzzini, primo prodotto mass production; la Robo Chair per O ecct, esordio con un’azienda di design svedese. La col- laborazione con Nendo, ovvio: un segnale forte di sodalizio tra designer. Poi il Tales Pavilion, la mia prima architettura e primo lavoro in Cina. Includerei anche la collaborazione con Cassina, un traguardo personale di grande soddisfazione. Infine citerei un intero anno, il 2013. Non solo per la Das Haus – sono stato il primo italiano scelto dalla era di Colonia – ma anche perché siamo arrivati al Salone del Mobile con 30 progetti: un risultato importante per uno studio piccolo come questo. Abbiamo toccato l’apice a livello mediatico.

E al momento a quanti progetti state lavorando?

Tra i 20 e i 30 prodotti per De La Espada, Moooi, Artifort, Ethimo e altri. Magari non tutti andranno a buon fine, anche se la percentuale di redditività dello studio è alta. Quando c’è feeling con l’azienda capirsi è facile, e l’intesa con chi si lavora è fondamentale per me. Non cerco di forzare le cose se non ci sono i presupposti. Proprio come in un rapporto d’amore.

Products
Fattobene: l'e-commerce per comprare le icone del Made in Italy
News
Il dietro le quinte è in scena
You may also like
Think Next: la creatività che innova il futuro

Think Next: la creatività che innova il futuro

Un incontro sui trend del cooking nella Svizzera di Franke: ospiti di fama internazionale, idee e creatività per inventare il mondo del food di domani
Milano Photo Week, la seconda edizione

Milano Photo Week, la seconda edizione

Ecco il programma della settimana meneghina dedicata alla fotografia, in programma dal 4 al 10 giugno
Il fascino discreto di Collezione Maramotti

Il fascino discreto di Collezione Maramotti

A Reggio Emilia, all'interno dell'edificio in cui si costruì la storia di Max Mara, sorge la Collezione Maramotti. Un gioiello architettonico che racchiude oltre 200 opere d'arte contemporanea
Nike Flyprint, la scarpa da running stampata in 3D

Nike Flyprint, la scarpa da running stampata in 3D

Non solo ponti ed edifici, la tecnologia 3D si applica anche al mondo delle calzature, dove si raggiungono grandi margini di personalizzazione
La nuova stazione di Matera, firmata Stefano Boeri Architetti

La nuova stazione di Matera, firmata Stefano Boeri Architetti

Verrà ultimata entro maggio del prossimo anno e sarà uno dei motivi di prestigio per la città capitale europea della cultura 2019
Un nuovo inizio per Rubelli

Un nuovo inizio per Rubelli

La storica azienda di tessuti apre le porte del suo nuovo showroom veneziano su progetto degli architetti Leo Schubert e Verdiana Durand de la Penne