Marcel Wanders con il paravento della collezione Objets Nomades di Louis Vuitton, novità 2017: un intreccio di moduli in pelle montato su una struttura di acciaio. Total look Louis Vuitton - Credits: Ph. Barrie Hullegie
Moodboard del paravento, con in primo piano un modulo che richiama il classico motivo Monogram della maison Louis Vuitton. A destra, il fagiano impagliato Hubert, in studio dal 2012 - Credits: Ph. Barrie Hullegie
La chaise longue, del 2016, è uno dei tre Objets Nomades disegnati da Wanders per Vuitton. Composta da tre moduli in cuoio che avvolgono una struttura in fibra di carbonio high-tech, può diventare poltrona allungata, seduta o pouf, interpretando il tema del viaggio (che ispira tutta la collezione di oggetti Vuitton) come trasformazione. In alto a sinistra, la Knotted Chair (Cappellini, 1996), seduta tra le più famose di Marcel Wanders, oggi nelle collezioni permanenti del V&A di Londra e del MoMA NY - Credits: Ph. Barrie Hullegie
Marcel Wanders nel laboratorio materiali e prototipi dello studio, con Gabriele Chiave, creative director (a destra) e Gilberto Ceriani, product designer (a sinistra). Nelle mani di Wanders un prototipo di rocking chair Objets Nomades, novità al Salone 2017: una sedia a dondolo dalla struttura in legno e sedu- ta in pelle con cuscino e dettagli che richiamano i preziosi bauli Vuitton - Credits: Ph. Barrie Hullegie
Storytelling

Marcel Wanders, tra moda e design

«Questo è il cucchiaino disegnato dallo studio per il servizio di business class della Klm. Sa che è l’oggetto più rubato in aereo?». Anche in pausa caffè, in Westerstraat 187, si continua a parlare di design. I ragazzi condividono dettagli e consegne e Marcel Wanders, scalzo sulla moquette damascata, partecipa alle discussioni sorridendo e gesticolando, prima di posare davanti all’obiettivo,  per il quale inventa scene e mima situazioni. Designer e imprenditore olandese, Wanders, classe 1963, è uomo dall’indiscutibile abilità comunicativa; la sua generosità espressiva è fuori dal comune nel mondo del design – e anche della moda: la collaborazione con Louis Vuitton per la collezione Objets Nomades ne è esempio.

«Fin da studente ho sempre parlato tanto per spiegare le mie idee. L’essere stato cacciato dalla Design Academy Eindhoven a 18 anni mi aveva dato la voglia di dimostrare a tutti che valevo. All’ArtEZ Institute of the Arts entravo in aula alle 8,30 e me ne andavo dopo le 23, e costruivo i miei modelli di notte, a casa. Ero davvero determinato... E ammetto che non sono cambiato molto da allora». Dal 1995 Wanders ha firmato oltre 1.900 prodotti – dalle sedute alle lampade, ai giocattoli – per decine di clienti nel mondo; i suoi progetti di interior design per residenze private e alberghi di lusso sono sempre più numerosi. Un esempio, l’hotel Mondrian Doha, appena inaugurato. Inoltre, le incursioni nel mondo delle arti spaziano dalla limited edition alla regia di video, all’editoria; mentre i suoi lavori sono esposti in mostre personali e collettive in alcuni dei musei più importanti a livello internazionale: l’ultima al Centre Georges Pompidou di Parigi nel 2016. E poi c’è il triplice impegno, come proprietario, direttore creativo e product designer, con il design brand Moooi, che lui stesso ha fondato nel 2001 e che lo porta sovente lontano da casa. «Ma la casa è casa se viene condivisa con qualcuno; altrimenti non ha significato. In questo momento quel qualcuno non c’è, perciò quando sono ad Amsterdam passo le giornate insieme alla mia “famiglia” di designer. Ci sono due gruppi di lavoro, opposti ma complementari, che io chiamo i miei “bimbi ordinati” e i miei “bimbi casinisti” e che si occupano rispettivamente di portare a termine il lavoro, e di infondere la magia nel lavoro finito. E il contatto con la “famiglia” è sempre costante, in qualunque parte del mondo mi trovi. Insieme a Gabriele Chiave, mio braccio destro e direttore creativo dello studio, tutto viene controllato. Non c’è lavoro che non nasca, e termini, da me e Gabriele. In mezzo, c’è sempre almeno uno di noi a seguirlo. Decidiamo insieme il concept, esprimiamo le nostre idee e solo quando raggiungiamo un accordo, partiamo».

Il mondo di Marcel Wanders è complesso, volutamente surreale, evidentemente irriverente, fondamentalmente drammatico; vitaminico ed estroverso. I suoi progetti si ispirano alle favole, ai cartoon, al circo, suscitando entusiasmi, ma anche critiche. Con lui termini come fantasia, industria umanizzata, successo commerciale, autorialità sono stati sdoganati. Insieme a decorazione: «La superficie è uno dei fattori con cui un designer deve rapportarsi, insieme a funzione, materia e tecnologia. Perché, allora, tralasciare una risorsa così preziosa, che rappresenta anche il primo livello di conoscenza di un oggetto attraverso la vista e il tatto? Immaginiamo che io debba fare un regalo a mia figlia: come designer contemporaneo potrei prendere un foglio di carta e realizzare per lei un bellissimo cubo grigio... Di certo scoppierebbe a piangere e penserebbe che non le voglio bene! Un padre perfetto le avrebbe regalato una scatola colorata, piena di ori e disegni. Perché se fai qualcosa per la persona che ami dai il massimo, fai tutto il possibile perché rimanga sorpresa e si senta amata. La parola decorazione ha una brutta accezione ma senza motivo. Lo trovo proprio ridicolo». Per Wanders il design non deve essere mai banale, né privo di significato. Il design ha una funzione sociale, come strumento per entrare in contatto con le persone attraverso il coinvolgimento di sentimenti istintivi. Per questo è importante che un progettista sappia comunicare: per arrivare a tutti in modi diversi, poiché le persone reagiscono al design in modo differente, esattamente come reagiscono alla vita. E per favorire questo dialogo il ruolo del tempo è fondamentale: se il passato è patrimonio e il futuro è responsabilità, il presente è il momento delle forti emozioni.

«Il design non può prescindere dal rapporto con il tempo. In questo è simile alla moda. Design e fashion sono due espressioni di cultura ma con lunghezze d’onda diverse. Il primo ha la capacità intrinseca di durare nel tempo, il secondo è legato agli aspetti più contingenti della nostra esistenza. Se il primo diventa veloce come il secondo tradiamo i suoi metodi; se il secondo rallenta ai tempi del primo tutto appare molto noioso. Essere parte di entrambi i mondi è fantastico. La collaborazione con la maison Louis Vuitton per la collezione Objets Nomades mi ha dato l’opportunità di interpretare questo senso del tempo come movimento, viaggio personale. Il mio design si muove: nel cambiamento trovo forza, energia, partecipazione». In una parola esuberanza, senza limiti e senza mezze misure; quella che lo porta sempre a pensare in grande: «Un desiderio per il futuro? Mi piacerebbe fare un’opera, dalla a alla z. Facciamo video, ci occupiamo di allestimenti... il passo non è lungo. Vogliamo lavorare sul valore delle cose a vantaggio del loro destinatario, cercando di essere olistici nella rappresentazione della bellezza, della qualità e dell’innovazione. Per questo si può comprendere il perché un’opera potrebbe essere un’evoluzione naturale del nostro modo di fare design. Ci sono le musiche, i testi, i costumi, le luci, il pubblico. C’è l’emozione e il cuore. Del resto il nostro lavoro vuole essere il più completo possibile; più completi siamo più la conversazione potrà essere interessante».

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