Le marionette della compagnia Carlo Colla & Figli - Credits: Ph. Laura Fantacuzzi, Maxime Galati-Fourcade
Le marionette sono realizzate a mano in abete, per il corpo e legno di cirmolo o tiglio per mani e testa - Credits: Ph. Laura Fantacuzzi, Maxime Galati-Fourcade
La testa delle marionette, una volta scolpita, viene tagliata a metà e forata per inserire gli occhi in vetro e, se necessario, il meccanismo con relativi fili per muovere la bocca - Credits: Ph. Laura Fantacuzzi, Maxime Galati-Fourcade
Ogni marionetta ha un proprio bilancino, strumento a cui sono collegati fili in cotone di colore diverso in base alla parte del corpo che devono muovere; a sostegno dell’intera struttura in legno, due fili in acciaio controbilanciati dai piedi piombati - Credits: Ph. Laura Fantacuzzi, Maxime Galati-Fourcade
A sinistra, il ponte dove i marionettisti si muovono per animare il palco dell’Atelier Carlo Colla & Figli; a destra, il magazzino dove sono conservati circa 9.000 costumi di scena - Credits: Ph. Laura Fantacuzzi, Maxime Galati-Fourcade
Storytelling

Carlo Colla & Figli: la compagnia di marionette più famosa e richiesta del mondo

«Se un giorno andassi da uno psicoanalista, glielo dovrei dire: quando ero piccolo, mi piaceva tantissimo starmene accovacciato in una poltrona con i braccioli a semicerchio, protetto, a guardare tutte le marionette spogliate, al buio. Le sentivo come qualcosa di vivo con cui instaurare un rapporto speciale». Speciale, certo. Eugenio Monti Colla aveva quattro anni quando ha cominciato a prestare servizio negli spettacoli di famiglia, la compagnia marionettistica Carlo Colla & Figli. All’epoca abitava negli appartamenti ospitati dietro il loggione del loro teatro, il Gerolamo, in piazza Beccaria, a Milano. Ci vivevano circa venti famiglie, le marionette, i costumi e le scenografie. Era quello il suo mondo, in cui la realtà si mescolava all’illusione e gli ambienti di carta si dilatavano a dismisura, fino a comprendere il fantastico. Il suo compito in scena era quello di tirare fili che muovevano le barche, le onde del mare o i gurini sullo sfondo. Ma di nascosto e a sipario chiuso, giocava di fantasia con le marionette e i loro ruoli drammaturgici, con i costumi, riposti con precisione nei cassetti che svelavano dettagli invisibili al pubblico: le calze indossate sotto gli stivali, il busto con le stecche per la sciantosa che portava anche i mutandoni di pizzo.

La prozia, la temutissima Rosina Colla, di un’intransigenza assoluta e autrice di tutti i costumi (realizzati con tessuti pregiati provenienti dalle migliori sartorie milanesi, inclusa quella del Teatro alla Scala), lo aveva preso sotto l’ala. Aveva capito che lui, Eugenio, avrebbe potuto essere il futuro della compagnia. E nutriva la sete di sapere di quel bambino con racconti incredibili, tra aneddoti di scena e trame di drammi ottocenteschi che ormai il pubblico non voleva più. E poi, le opere liriche e i fatti di cronaca, portavano avanti la missione del loro teatro: raggiungere tutti, il pubblico più vasto possibile, tra adulti e bambini. C’erano un’orchestrina e due cantanti dietro le quinte, ma i cori e le voci erano dei marionettisti stessi, Carlo, la madre di Eugenio, le zie Gegia e Cesarina che si alternavano sul ponte a dare la vita, lungo fili, a quegli attori in legno e stoffa, alti 85 centimetri. «Questo è il teatro più falso che esista: tutto è a misura di quei personaggi. Dunque, lo spettatore perde il senso delle proporzioni ed entra nella magia», spiega Monti Colla. Che crede fermamente nella marionetta come attore virtuale, perché supera tutte le sicità: «A una marionetta si può dire “leggiadra fanciulla” senza cadere nel ridicolo, come spesso, invece, accade nell’opera, dove la fanciulla in questione è un soprano di 100 kg... che, come disse un’amica costumista, in abiti azzurrini pare una cucina della Salvarani».

Rosina ci aveva visto giusto e il nipote Eugenio porta avanti la compagnia dal 1965, prima in alternanza con l’insegnamento alla scuola media e poi a tempo pieno. Fu Roberto Leydi, musicologo e grande collezionista di marionette e burattini, a ridare spinta alla loro attività, quando propose a Monti Colla di fare l’Ai- da sotto la supervisione di Giorgio Strehler. «Chiesi a mia madre se potevo usare il mio stipendio interamente per realizzare lo spettacolo, senza contribuire alla vita della famiglia. Ne fu felice: “Fai quel che vuoi, purché tu faccia rivivere le mie marionette”, mi disse». Così è stato. La compagnia attuale è formata da 10 persone, tre dei quali sono stati alunni di Monti Colla alla scuola media: il primo, Tiziano, compie ora 61 anni! Una famiglia a tutti gli effetti, ma senza legami di sangue, per dimostrare agli altri Colla, ossessionati dall’idea patrilineare della successione, che i cromosomi non trasportano la creatività. Che qui è richiesta in dosi massicce, insieme alla dedizione totale verso quelle piccole creature di legno. Scolpiscono mani e teste, inseriscono occhi di vetro, imbottiscono corpi, preparano parrucche e trucchi, cuciono costumi e biancheria intima nello stile esatto al periodo narrato, danno forma a spade, lance, fucili e tutta l’armeria necessaria a chi, dietro scudi e armature, debba a rontare una battaglia. E sono sempre loro a dipingere le scenogra e su carta che scorrono come quinte. Ci vuole un anno a mettere in piedi una nuova produzione. Ed è la progettazione l’altro ingrediente che tiene uniti gli artisti dei fili. Il capoprogetto è il direttore della compagnia, Eugenio Monti Colla. È lui che lancia le idee, accolte generalmente dal silenzio. «Poi comincio a dire come vedo quella scena e come la farei. Allora, arrivano degli schizzi. Poi vado in sartoria e parlo di tessuti, di epoche e di colori. Così mi mostrano le campionature. Poi Franco, che si occupa di scenografie e di scultura, comincia ad abbozzare un viso, di profilo e di fronte. Può darsi che non mi piaccia, ma dalla discussione si arriva alla perfezione», spiega Monti Colla. Che nel frattempo lavora sul testo: la sceneggiatura va rielaborata. Ma soprattutto, va tradotta in immagini. In numeri, scene, abiti e marionette. Che sono alte 85 centimetri se maschi e 75 se donne. Ma se si muovono a metà scena, saranno più basse e se scorrono sullo sfondo, saranno solo dei gurini piccoli. La prospettiva, disegnata nelle scenografie, va accentuata con l’uso dello spazio scenico. Ma non basta. Non c’è il tempo per cambiare gli abiti. Dunque per ogni apparizione dello stesso personaggio in costumi diversi, occorre realizzare un’altra marionetta. Il risultato? Uno spettacolo come Il giro del mondo in 80 giorni si compone di 400 marionette.

Lo spettacolo è un ingranaggio talmente perfetto da fare concorrenza ai più ra nati movimenti dell’alta orologeria. Ecco cosa significa fare il marionettista. Manca un dettaglio, chissà se ci si immedesima nel personaggio. «No», risponde Eugenio, «Ma penso a come si muoverebbe se fosse un essere vivente. Mi annullo completamente per andar giù lungo fili». Cosa significa? «Vuol dire che devo trasmettere tutta quella congerie di sensazioni che la musica e il testo mi suggeriscono a quello lì sul palco, a tre metri di distanza da me. È un gioco, come suonare uno strumento. Ma è bello, è molto bello!». Speciale, certo.

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