Ritratto di Mathieu Lehanneur. Giacca Dondup. - Credits: Ph. Christophe Meimoon - Styling di David St John-James
L'ufficio del team di designer dello studio di Parigi. Sulla libreria, campioni di materiali, libri, modelli e prototipi. - Credits: Ph. Christophe Meimoon
A sinistra, il purificatore d’aria Andrea (Le Labora- toire, 2009), con teca in policarbonato. A terra, alcuni oggetti cari al designer. A destra, Power of Love (Slott Galerie, 2010), un lettore MP3 pensato per fidanzati, con due cuffie e due schede SD per playlist personalizzate. - Credits: Ph. Christophe Meimoon
Il designer Mathieu Lehanneur sulla seduta morbida Bucky’s Nightmare, un’autoproduzione del 2009 in pelle ispirata alle cupole geodesiche di Buckminster Fuller. Giacca Corneliani. - Credits: Ph. Christophe Meimoon - Styling di David St John-James
Al centro, appendiabiti in legno After Thonet (Yohan Serfaty, 2003); a sinistra, lampada S.M.O.K.E (Carpenters Workshop Gallery, 2009); a destra, Flood Chair (2008). - Credits: Ph. Christophe Meimoon
A sinistra, il tavolo Strates (Objekten, 2012). A parete, Demain Est Un Autre Jour (Carpenters Workshop Gallery, 2011): device ospedaliero che riproduce in camera il colore del cielo. A destra, in senso anti- orario, contenitore Famille Families (Fondation Cartier pour l’art contem- porain, 2005); mock up della Clover Lamp (2015); air puri er Andrea; bastone in bambù. - Credits: Ph. Christophe Meimoon
Storytelling

Mathieu Lehanneur, progettista ribelle e aristotelico

Scatoloni, fogli a terra su cui è facile scivolare, assi di legno, pareti bianche. Non si capisce se Mathieu Lehanneur, designer francese ma anche filosofo e un po’ scienziato, abbia appena concluso un trasloco oppure sia in procinto di scapparsene via. «C’est un bordel minimaliste», dice del luogo, con la sua faccia da sosia di Ralph Fiennes, «Uno studio che al contempo è una pagina bianca, dove non essere disturbati da progetti già fatti e dove non esiste inquinamento visivo». La signora delle pulizie ha l’ordine di non buttare via nulla, «Perché ciò che pare spazzatura, potrebbe essere una nuova idea». Il grande tavolo è da spolverare appena, senza il rischio d’incappare nei cavi di un computer, che infatti neppure c’è: «È un aggeggio lento» spiega Mathieu con paradosso e poesia, «Per fare un rendering tridimensionale ci vogliono mille passaggi. Il cervello impiega un istante».

Settimo di sette fratelli, figlio di una casalinga e di un inventore, a quarantatre anni Lehanneur firma progetti importantissimi, e lo fa quasi suo malgrado. Gli interni del Café Mollien al Louvre, ad esempio. L’incarico di rinnovare le sale del Gran Palais, sempre nella capitale francese. La nomina a direttore artistico per il gigante cinese degli smartphone Huawei e l’invenzione di Andrea e di O, rispettivamente un sistema di purificazione dell’aria attraverso l’azione di piante come la gerbera e il falangio e un mini ecosistema sottovetro per produrre ossigeno. Poi lampade in cristallo soffiato, temporary store per Audemars Piguet, spazi espositivi per Chanel. I suoi collaboratori lavorano al piano di sopra, in un grande open space. Lui si dice collaborativo, ma la porta del suo ufficio non può essere aperta: da fuori, manca persino la maniglia.

Quali sono le regole d’ingaggio, per poterla interpellare?

Nessuna, almeno esplicitamente. Ma le assicuro che nessun collaboratore s’è mai sentito dire da me “non venirmi a disturbare”.

Manca la maniglia ma c’è un campanello.

È rotto, e nessuno è mai stato incaricato di aggiustarlo. Se vogliono incontrarmi, devono inviarmi degli sms.

Che cosa fa di segreto, solo, qui dentro?

Cammino parecchio, ecco perché non c’è quasi niente in giro. La mente è più efficiente se il corpo è in movimento, l’avevano già capito i filoso peripatetici e dal mio canto cerco di replicare il principio: anni fa ho disegnato gli arredi per un’agenzia pubblicitaria di Parigi, e le sedie erano concepite in modo da risultare scomode dopo poche ore. Da un punto di vista personale, ci aggiunga il fatto che per funzionare, ho bisogno di sentirmi un leone in gabbia.

Col suo cervello ha un rapporto conflittuale?

Al contrario: credo in lui ciecamente, e non lo sforzo mai per fornirmi idee. Come fossimo due entità distinte gli porgo un enigma e lo lascio libero di lavorare. Al momento opportuno, lui mi fornirà la soluzione.

Dorme bene?

Sempre. Anche quando mancano due giorni a una presentazione e non ho ancora concepito un bel niente. Il mio cervello non mi ha mai tradito. E se l’ha fatto, è stato quando l’ho costretto a razionalizzare troppo.

L’anima a suo parere esiste?

Non lo so. Però esiste il magnetismo, esistono l’energia e le connessioni invisibili. Ecco perché quando disegno uno smartphone, per dirne una, non penso mai all’oggetto in sé, ma allo spazio che si crea tra esso e il suo fruitore. Un rapporto che nasce dal primo istante in cui lo vedi su uno scaffale, al momento in cui inizi a interagire con lui.

Che tipo di designer non voleva diventare, quando ha cominciato?

È curioso: pur volendo fare questo mestiere, non avevo ben idea di cosa fosse davvero. Per l’ammissione all’università un professore mi fece la più classica delle domande: qual è il suo designer preferito? Ed io, mi resi conto che non ne conoscevo neppure uno. Così risposi d’istinto: quello che ha inventato l’ascensore! Che a pensarci bene è un oggetto così funzionale e allo stesso tempo così surrealista, così alieno e così intuitivo, che c’è perderci il fiato. È planato così, in mezzo a un’umanità che aveva conosciuto soltanto le scale. Fui convincente, e mi presero.

Oggi è po’ più informato sul lavoro dei colleghi?

No, è tutto esattamente come allora. È impossibile che il progetto di un altro designer possa ispirarmi, perché si tratta sempre di oggetti già masticati e processati, mentre io ho bisogno di lavorare con materia cruda. Voglio ragionare come ragionerebbe un uomo primitivo con la necessità di creare nuovi utensili. Ecco perché nell’angolo del mio studio ho quel focolare di plexiglass. Ecco perché in giro ci sono legni e finte pietre. In realtà, me ne rendo conto solo ora, quest’ufficio è una caverna preistorica.

Sperimenta le sue creazioni su di sé?

Sempre. Credo all’empirismo e al metodo scientifico. Pensi che quando ero studente universitario mi sono prestato come cavia da laboratorio per testare alcune medicine. In particolare, una molecola per fluidificare il sangue: l’effetto sarebbe dovuto durare pochi minuti, ma dopo mezzora ero ancora completamente scoagulato. Hanno scoperto che era una cosa pericolosissima.

Quante volte l’ha fatto?

Tra le sette e le dieci volte.

Ed era ben pagato?

Per uno studente direi di sì. E poi non c’era da fare granché: te ne stavi a letto e potevi lavorare, leggere, guardare la tv. Un’esperienza formativa, perché ha stimolato il mio interesse per il design delle medicine. Mi sono accorto che tutto il procedimento è sbagliato, dal modo in cui il medico entra nella stanza a come ti somministra la pasticca, in un freddo bicchiere di metallo. Prima ancora di assorbire i componenti chimici, io stavo già male. Così ho disegnato dieci tipologie diverse di pillole, con relativo modo per assumerle.

Può descrivermi un antibiotico versione Mathieu Lehanneur.

Facile. La sfida in quel caso è combattere la tendenza a interrompere il percorso non appena si sta meglio. Così  ho disegnato una pillola fatta a buccia di cipolla: ogni giorno si toglie una foglia, in modo che sia sempre evidente quanto manca alla fine e quanto si abbia già assunto. Anche il “pills design” è design: si tratta di oggetti, fanno parte della vita quotidiana, e sono prodotti in milioni di esemplari.

Il suo sogno segreto è dominare il mondo?

Guardi, ho due figli. Il mio obiettivo, come designer ma soprattutto come essere umano, è poterli guardare un giorno dritti negli occhi e potergli dire che il loro padre, grazie a una delle sue idee, è riuscito contribuire a salvare una vita umana. Almeno una.

 

News
Scavolini Store Milano Missori: il nuovo allestimento
News
Venti bandiere in Triennale
You may also like
Stilnovo riedita la lampada da tavolo Piega


Stilnovo riedita la lampada da tavolo Piega


Progettata nel 1984 da Giorgio De Ferrari, oggi viene aggiornata dal marchio milanese e proposta in tre varianti monocromatiche: nero, bianco e giallo
Bagno: le novità di design per arredarlo

Bagno: le novità di design per arredarlo

Dagli scaldasalviette ispirati agli origami fino ai sanitari in ceramica senza cerniere: ecco le soluzioni più innovative (e originali) per l'arredo del bagno
Il futuro della convivenza

Il futuro della convivenza

Si chiama "One Shared House 2030" ed è il nuovo progetto di ricerca sui futuri modi del vivere condotto da IKEA in collaborazione con Space10, lo spin-off del colosso svedese
I nuovi tappeti cc-tapis disegnati da Elena Salmistraro e Federica Biasi

I nuovi tappeti cc-tapis disegnati da Elena Salmistraro e Federica Biasi

Saranno presentati a gennaio in occasione di IMM Cologne e Maison&Objet, tra forme geometriche e ispirazioni che arrivano da lontano
Regali di Natale: le idee last minute

Regali di Natale: le idee last minute

Le feste sono alle porte, ecco una guida anti panico nel segno del design per arrivare preparati al Natale
Gli scatti di Carlo Mollino in mostra a Torino

Gli scatti di Carlo Mollino in mostra a Torino

Oltre 500 immagini dell’architetto, designer e fotografo torinese inaugurano la stagione 2018 di CAMERA. Con la curatela di Francesco Zanot