Il designer Maurizio Navone nel suo studio milanese. - Credits: Ph. Daniele De Carolis
A sinistra, un angolo della biblioteca, con in primo piano la cassettiera Mn8 Synthesis, disegnata da Maurizio Navone per Restart. A destra, lo studio privato. Sul tavolo Reale di Zanotta la lampada Alla, disegnata da Navone per la Collezione Restart. A soffitto U-Lamp, design Maurizio Navone per RestartMilano - Credits: Ph. Daniele De Carolis
Maurizio Navone nella biblioteca seduto su un prototipo di poltrona per ufficio di Vitra (design Mario Bellini). A parete, la libreria Polvara di Kartell (design Giulio Polvara) - Credits: Ph. Daniele De Carolis
L'ingresso dello studio milanese, con libreria Verticale e sedia 40+10 Chair, entrambe disegnate da Maurizio Navone per RestartMilano. Sulla cassettiera Olivetti Synthesis un esemplare di Praxis48 (design Ettore Sottsass) - Credits: Ph. Daniele De Carolis
A sinistra, una delle postazioni di lavoro, con lampada da tavolo vintage e wunderkammer, con libri di Fenoglio, Pavese e Savinio. A destra, collezione personale di prodotti Olivetti. A parete le opere Gioia, di Marcello Jori, e Untitled, di Christian Philipp Müller - Credits: Ph. Daniele De Carolis
Nella sala riunioni, White Bookshelf, design Maurizio Navone per la Collezione Restart. Il tavolo Oscar e la 40+10 Chair sono disegnati da Navone per RestartMilano - Credits: Ph. Daniele De Carolis
Storytelling

Maurizio Navone: uno, nessuno, centomila

Maurizio Navone è una luminosa figura nata in un altro secolo, come me d’altronde. Ha lavorato in Olivetti, ha attraversato gli anni della Milano da bere, ha emancipato l’esperienza d’Ivrea trasferendo conoscenze e modelli di pensiero dapprima alle Ferrovie dello Stato, poi in Marazzi, BTicino, Fiamm, Fiat, Lancia, Alfa Romeo.

Ha disegnato, da consulente della Fondazione, il racconto del processo di trasformazione del vecchio e del nuovo polo feristico milanese, ha immaginato e reso materiali progetti di immagine coordinata per musei (come il MAMbo di Bologna) per poi approdare al mondo del lusso con Riva, Ferretti, Gucci.

La sua cifra costante è semplice e nello stesso tempo rarissima: quella di un’assoluta chiarezza, dove la precisione assoluta (novecentesca, se si vuole) del pensiero trova forme di estrema defnizione e soluzioni di alta tecnologia per comunicare emozioni fortissime perché perduranti, bombe sentimentali a lento rilascio. In mezzo a tutto questo è saltato fuori Restart.

Prima ci sono state le scatole...

Restart inizia ormai più di 10 anni fa, in una serata prenatalizia molto alcolica dove si discorreva di strenne alimentari, di oggetti regalo, di pacchi-dono ed è proprio attorno a quelle discussioni che è nata l’idea di raggruppare all’interno di una cornice progettata – la scatola – una serie di oggetti che avevano a che fare con la qualità, la memoria e il rito. Piccole epifanie relazionali in grado di attivare nel fruitore un abisso nel quale s’incrocino ricordi ed esperienze personali. Piccole micidiali madeleine proustiane.

In quale tua area di progetto facciamo rientrare questo primo “Jack in the box”?

Con il senno di poi quelle scatole sono state il primo gradino che mi ha fatto ragionare sul valore della merce, nel momento in cui, superato il valore della materia che la compone, superato il valore d’uso, superato il valore di scambio, entrano in gioco una serie di componenti che riguardano ragioni più emotive, ragioni che al di là della dimensione estetica e funzionale del prodotto, inducono alla fruizione di merci che hanno a che fare con usi e memorie legate al proprio vissuto. 

Da qui i progetti sui mobili Olivetti, sugli oggetti anonimi, sulla natura; esperimenti poi rimasterizzati, con procedimento quasi musicale.

Beh, direi che la rilettura dei mobili Olivetti Synthesis ha un portato assolutamente personale, un tributo che non potevo non attraversare, dopo di che gli altri esercizi di fatto non sono altro che una continua riprogrammazione dei processi di composizione delle scatole. I bastoni da passeggio hanno a che vedere con la scoperta manuale del saper fare artigianale. L’incontro con le camicie Finollo, e con famiglia Linke, diventa un pretesto per approfondire il concetto di lusso e il reale valore che quel prodotto, la camicia, è in grado di inglobare. E poi le riletture dei grandi classici, da Max Bill ad Albini, si inseriscono sempre in percorsi che incrociano il valore estetico, la memoria e la dimensione del plusvalore nel prodotto.

Questo è quello di cui ti occupi: coniugare estetica, memoria ed economia. Ecco qui il perimetro del tuo progettare. E poi ti sei messo pure a disegnare prodotti completamente nuovi.

Restart è una palestra di progetto all’interno della quale si sono incrociate in periodi diversi differenti passioni. Per esempio la scoperta di materie nobili e la minuteria in ottone hanno portato un’intera famiglia di lampade, il tavolo Oscar, esercizio di riduzione minima della parte strutturale dell’oggetto, e ancora un ritorno al passato con la rivisitazione del sistema di librerie di Albini che lavora su profli metallici e minuterie già presenti sul mercato e semplicemente riassemblate. Infine l’ultima è la famiglia di lampade Alla, Victoire e Bettina. In questo caso la dimensione dialogica ha incrociato la moda e in particolare una fgura minore del palcoscenico dell’haute couture francese, Jacques Fath. Stilista ma anche fotografo creatore di essenze, una figura poliedrica capace di produrre immagini strepitose di donne dagli immensi cappelli e dai corpi filiformi, autentiche icone di una Parigi tutta in bianco e nero. Ed è da qui che nascono le piattaforme iconografche su cui poggiano i progetti delle tre lampade, caratterizzati da soluzioni semplici, da costi compatibili, da singole unità prodotte con azioni e materie capaci di scrivere linearmente l’estetica degli oggetti. Non dimenticherei in realtà un secondo progetto su cui ci siamo cimentati: un sideboard che, pur ripescando alcuni fonemi base dal mondo nordico (nostro mercato di riferimento), introduce una modalità costruttiva che vede tre semplici fogli di lamiera piegati e impiallacciati, top e basamento realizzati in Fenix con lavorazioni di pantografatura su due assi e due ante scorrevoli in vetro armato. Lo abbiamo chiamato Steel Box.

Parliamo di comunicazione, visto che anche di questo ti occupi: come si è raccontato Restart negli anni, soprattutto ai Saloni?

La prima uscita la organizzammo in via Varese: un “peep shop”, una vetrina completamente oscurata con fori attraverso i quali si inquadravano i mobili esposti internamente. In seguito utilizzammo i container: il primo raccontò Restart in dialogo con un altro container che ospitava un lavoro dell’artista Alessandra Andrini, poi una serie di altre esposizioni e mostre, la meravigliosa ospitalità di Rossana Orlandi, per giungere quest’anno in fera a Rho a Euroluce con uno stand.

Come tieni insieme remix e invenzione pura?

Tutto rimane una palestra attorno alla quale e dentro la quale può fltrare una serie infnita di esercizi progettuali. L’esercizio sul valore intangibile della merce rimane pur sempre l’argomento trainante, capire qual è il confne sostenibile, lì sta la scommessa: ragionare su cosa succede quando la materia riuscirà a sfumare lasciando spazio alla dimensione intangibile pur non sottraendosi al confronto con la dimensione materiale. Mi piace ricordare il tagliacarte di Ghianda (ebanista, maestro, produttore, scomparso recentemente). In fondo è solo un pezzo di legno assottigliato, ma perché non si imbarca? Da dove arriva il suo profumo? E mi piace pensare che dietro quegli 8 grammi di legno ci siano i saperi di intere generazioni di ebanisti e lui, l’oggetto, non sia che l’estratto ultimo, il mezzo attraverso cui quei saperi vengono esplicitati. Ma questa non è che una delle infnite focali che utilizzo. L’altra su cui continuo a esercitarmi mi fa comunque dire che la compatibilità della dimensione economica rimane pur sempre un parametro senza il quale il prodotto non è un prodotto ma è un puro esercizio. E l’intersezione con la memoria è un’ossessione che non passa: per questo sto immaginando una scatola come le prime, il cui perimetro ospiterà elementi prodotti da Restart o da altri marchi. Inizieremo ora con delle scatole il cui nome sarà Souvenir d’Italie, poi introdurremo altri prodotti selezionati: dallo sfilato siciliano, modalità di ricamo assolutamente unica, a una serie di confezioni alimentari che sto verifcando con alcuni chef. Forse reintrodurremo anche la produzione di biciclette, tema già toccato fra il 2004 e il 2006 con Restartbike, e poi si vedrà.

Selezionare, distinguere, scegliere, condividere. Questa è la traiettoria che Maurizio Navone e Restart hanno seguito negli anni, una traiettoria che agisce su linee di pensiero capaci di estrarre dal cappello gesti senza tempo, per poi condividerli attraverso progetti capaci di rileggerne l’uso. Che crea accesso alla meraviglia che sta dentro le storie delle merci, ma allo stesso tempo ne riutilizza i segreti per riformularne gli usi. Ama il secolo scorso come il 2020, attraversa con la stessa curiosità sensoriale botteghe artigiane e centri di ricerca informatica, dialoga con l’arte e la ricerca visuale contemporanea e il private degli istituti bancari con attraversamenti in cui progetti pensieri azioni e merci trovano le proprie (psic)analitiche radici e la propria Synthesis.

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