A sinistra, il designer Michel Charlot tra i modelli in carta di nuovi tavoli e sedute outdoor per Eternit. A destra, schizzi di una cucina per la rivista MacGuffin (04/2017) - Credits: Ph. Andrea Pugiotto
Il designer Michel Charlot tra i modelli in carta di nuovi tavoli e sedute outdoor per Eternit. Nella pagina accanto, schizzi di una cucina per la rivista MacGuffin (04/2017) - Credits: Ph. Andrea Pugiotto
Nello studio di Charlot, modelli, prototipi e alcuni esemplari di progetti realizzati, come il Davy Table per Vitra (2014) in alluminio, accoppiato con la Landi Chair di Hans Coray (Vitra, 1938) - Credits: Ph. Andrea Pugiotto
A sinistra, sui modelli per una nuova collezione Eternit, maquette della lampada Mia, trasportabile e waterproof, novità al Salone di Milano 2017. A destra, alcuni formati e schizzi per la nuova linea di borse per il lavoro e il tempo libero che Charlot lancerà nel 2018 con l’azienda milanese Nava - Credits: Ph. Andrea Pugiotto
«Faccio molti disegni, che uso per comunicare le idee. Dai viaggi, raccolgo anche parecchie foto, utili per i dettagli». Oltre a Kettal e Nava, nello studio di Michel Charlot si sta lavorando anche a nuovi progetti per Faust Linoleum e Belux - Credits: Ph. Andrea Pugiotto
Storytelling

In conversazione con Michel Charlot

Michel Charlot, industrial designer, trentatré anni, metà svizzero e metà francese, insegnante, tre lingue (e mezzo) parlate – e il Giappone nel cassetto – rappresenta la generazione fresca e globale di designer diplomata nelle scuole più aperte e sperimentali, premiata negli scoutistici concorsi e festival del settore, formata negli studi dei maestri contemporanei, punta di diamante nelle scuderie delle aziende più in uenti. Gentile e garbato, i suoi occhi azzurri si illuminano quando parla di design, che nella sua vita è stato rotta e metodo, con quel fascino per gli oggetti e quello spirito di osservazione che fin da piccolissimo gli hanno dato la riflessiva consapevolezza che gli è propria, e oggi sono esercizio incessante e proficuo. Michel fa solo le cose in cui crede, quelle «Più semplici possibile, ma purtroppo mai semplici abbastanza». Avverso alle mode, batte il suo tempo creativo con calma e ragionevolezza, sostenendo l’integrità del design e i rapporti duraturi con i suoi clienti Vitra, Nava, L&Z, Eternit, Faust Linoleum, Belux (per cui ha disegnato la celebre U-Turn, una lampada a magnete) e Kettal (con cui al Salone del Mobile 2017 ha presentato la lampada da esterno Mia). Dopo Losanna, Parigi, Basilea, Barcellona, Bruxelles, Lisbona, Michel ha scelto di trasferirsi due anni fa a Porto, una città che gli dà la tranquillità di pensare, sperimentare, viaggiare, godere dei momenti liberi dall’attività di studio. La parola che Michel ripete più spesso è clever, intelligente, un aggettivo che racchiude i valori per lui più importanti: intuito, attenzione, grazia, essenzialità, originalità.

Subito una domanda originale: perché il design?

Forse per la stessa ragione che spinge una persona a produrre vino o a disegnare vestiti: perché senti di avere un legame speciale con quello specifico campo. Ho sentito che nel design c’era qualcosa che mi disturbava, tanto da spingermi a farmi delle domande e a impegnarmi in prima persona.

Quindi hai scelto di iscriverti all’Ecal.

Semplicemente per comodità, visto che sono nato a Losanna. Non ero convinto, e non lo sono ancora, che il design si imparasse a scuola; pensavo che si apprendesse lavorando per qualcuno, assorbendo le sue conoscenze prima, e poi sviluppando un metodo progettuale proprio. Alla fine è quello che ho fatto, ma passando comunque per l’Ecal; ho una famiglia di accademici, per loro era importante che frequentassi l’università. Proprio quel piglio critico di studente verso il “sistema scuola” mi ha spinto a insegnare nel 2013, ma a modo mio, con un approccio pragmatico alle cose. Gli studenti tendono a nascondersi un po’ nei disegni, fantasticando; io invece li incoraggio a costruire modelli e a essere concreti. Che poi è il metodo che applico anche nel mio lavoro: faccio molte maquette di carta per avere sotto controllo dettagli e scala. Il design è un processo di decisioni, che porta alla realizzazione di qualcosa di più o meno soddisfacente.

Cosa intendi con “soddisfacente”?

Il design serve per migliorare la qualità della vita, è la cosa più lontana dal glamour. Design è realizzare il prodotto più essenziale e al contempo appagante per gli occhi al prezzo più contenuto possibile. Purtroppo temo che questa mia visione sia un po’ troppo idealistica dati i tempi perché il design sta diventando duro, ci sono sempre più aziende sul mercato che lottano per sopravvivere ed è la qualità a farne le conseguenze. Si disegna troppo e male per il solo scopo di attirare l’attenzione e non rispettando un credo vero e proprio. Il design si sceglie: puoi non esserne interessato, certo, ma se lo ami è una cosa che ti accompagna per tutta la vita, da quando nasci fino alla tomba. Tutto può essere disegnato, non c’è discussione. Se è disegnato bene, tanto meglio. È come il vino: puoi berne di disgustosi e di buoni. Quello buono sarà più costoso e allora ne berrai meno... Per il design vale lo stesso.

Puoi fare un esempio di buon design?

Non esiste un oggetto perfetto, e forse non ne abbiamo neanche necessità visto che non siamo perfetti. Abbiamo bisogno di tante cose a seconda dei nostri gusti e di sicuro di oggetti intelligenti; soprattutto quelli che usiamo tutti i giorni dovrebbero richiedere una progettazione più attenta, ma molte aziende preferiscono dedicarsi a ciò che fa “rumore”. Non tutta l’industria usa il design abbastanza. Quella del furniture invece pare averne capito la reale importanza.

Ma tu hai scelto l’industrial design.

Mi piace l’idea che vi sta alla base, cioè quella di moltiplicare cose utili, concepite da persone capaci e realizzate grazie all’esperienza e conoscenza delle aziende, in un processo che, se virtuoso, produce un vantaggio economico per molti. Questo non vuol dire che non ci siano problemi: spesso la prima di coltà è capire cosa le aziende vogliono da te. Se poi non hanno una visione chiara il disagio è ancora più tristemente grande. Inoltre non è da sottovalutare il fatto che quando sei giovane c’è molta diffidenza da parte loro, non è facile essere scelti. Molte preferiscono lavorare con progettisti affermati e si deve attendere anche 4-5 anni perché vengano loro a cercarti. A volte scherzo e dico che sotto i 40 un designer non è credibile! Bisogna saper aspettare.

Però con Vitra...

Con Vitra le cose sono andate in modo diverso e sorprendente. Rolf Fehlbaum mi ha mandato una email, e quando l’ho ricevuta pensavo fosse uno scherzo! Chiedeva di vedermi e così è stato. Sono andato a Basilea e abbiamo fatto una chiacchierata di un’ora. Ma è stato molto tempo fa. Poi le cose sono andate avanti, il dialogo con l’azienda si è concretizzato e sono nati i primi progetti: il Davy Table nel 2014 e gli organiser O-Tidy e S-Tidy del 2016. L’industrial design è il risultato di un lavoro d’équipe. Nulla ha senso senza un partner. 

È un insegnamento che hai imparato da Jasper Morrison, tuo mentore. Come lo hai conosciuto? 2008: primo premio alla Design Parade... E poi?

A Villa Noailles ebbi fortuna, perché progettai uno sgabello di alluminio e il presidente della giuria era Konstantin Grcic! Durante quell’estate feci uno stage dai Bouroullec, un’esperienza molto positiva. Sono rimasto in contatto con Ronan ed è stato lui a presentarmi a Morrison, che nel 2009 sarebbe stato presidente di giuria alla Design Parade. Io ero giurato, in quanto vincitore dell’edizione precedente, così è stato facile entrare in confidenza. Quindi sono andato a Parigi, dove ho iniziato a lavorare all’allestimento della sua retrospettiva itinerante  Thingness, di cui continuo a occuparmi. Ho lavorato per lui un anno e mezzo, di cui un mese a Tokyo. Siamo rimasti amici.

Un esempio di progettista intelligente... Cosa nel design reputi invece non intelligente?

L’autoreferenzialità e la corsa allo scintillante, che si traduce in oggetti malfatti e costosi. Non significa sostenere il basso costo: neanche quello garantisce funzionalità. La sfida è conciliare gli aspetti. Poi non amo il trendy e la velocità forzata nel rinnovare stili e modelli. E l’opportunismo. Questo si riflette nel mio design. Il lavoro del designer, volente o nolente, rispecchia la personalità di chi lo fa.

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