Michele De Lucchi. Il tavolo e la libreria del sistema San Girolamo (Olivetti Syntesis, 1991) sono stati disegnati da Achille Casitiglioni e Michele De Lucchi, con Ferruccio Laviani e Angelo Micheli. A sinistra, lampada Tolomeo Mega di Artemide - Credits: Ph. Nicoló Lanfranchi
Sculture e modelli in legno - Credits: Ph. Nicoló Lanfranchi
Il piano operativo dello studio: in alto, una scultura a sospensione in fascette di noce massello avvitate Costruzione 2 (2011). Appoggiato sulla mensola: modello concettuale per il concorso Experience Lab per la factory di San Pellegrino (2016). Sul mobile, al centro, plastico per la pista di Milano - Race-track Arese; a parete, il progetto per l’UniCredit Pavilion di Milano - Credits: Ph. Nicoló Lanfranchi
Sala riunioni al piano terra. Lampade a sospensione Acquatinta e Acquamiki. Attorno al tavolo, con finiture in cuoio, Sedia 2001. Tutto di Produzione Privata - Credits: Ph. Nicoló Lanfranchi
Un angolo dello studio; a sinistra, lampada Tolomeo Mega (2003) per Artemide. Le sedute in primo piano sono i modelli Sedia 2001 e Sedia 2007 di Produzione Privata, in faggio. La sedia per ufficio nera è Norma di Alias (2009). Tavolo del sistema San Girolamo per Olivetti Syntesis (1991) come gli scaffali. Dietro, lampada da tavolo Touché di Produzione Privata (2014) - Credits: Ph. Nicoló Lanfranchi
Michele De Lucchi sul terrazzino del palazzo in centro a Milano che ospita il suo studio su 5 livelli. Si accede al terrazzo tramite una botola collocata davanti alla scrivania del suo ufficio - Credits: Ph. Nicoló Lanfranchi
Storytelling

Michele De Lucchi si racconta

La carriera di Michele De Lucchi ha un che di enciclopedico se, tanto per cominciare, gli inizi della sua attività s’intrecciano con le vicende di Alchimia e Memphis. E più o meno risaliamo a un’epoca in cui l’architetto sfoggiava dell’attuale barba (che crebbe per distinguersi dal fratello gemello) una versione contenuta come nella foto che ne documenta la performance del 1973 alla Triennale di Milano, in cui bardato da Napoleone indossa un cartello con la scritta: “Designer in generale”. Dalle provocazioni di allora, passando per i suoi “orribili e meravigliosi clienti” (Artemide, Olivetti, Enel, Poste Italiane) e ricavando uno spazio per la sperimentazione personale (dal 1990, con Produzione Privata) ha fatto di “architettura e design” lo strumento per la ricerca del sé: «Ma non basta, è una combinazione tra la propria necessità di esprimersi e il contesto nel quale ci troviamo», dice seduto al tavolo del suo studio milanese ricavato in un palazzo Art Nouveau su 5 livelli – in un mondo uido dove i covoni che scolpisce nel legno si trasformano poi in lampade, i palazzi si fanno vassoi e le cose vanno a braccetto con i pensieri.

Se dovesse tirare le la del suo percorso fin qui, cosa direbbe?

Il mio mondo procede per decadi – scuole, università, archi- tettura Radicale, Memphis, la Georgia, Olivetti – periodi che si sono susseguiti, talvolta sovrapposti. Tutto mi ha portato sempre più lontano dall’idea di fare architettura e design costruendo muri, tetti, uffici, residenze, musei, scuole, sedie, tavoli o lampade, ma sempre più vicino all’indagine antropologica.

Anche il disordine ha che fare con le nuove generazioni?

Non solo. Sono tutti argomenti che fanno parte del mondo e che teniamo in disparte. Ma come si fa a immaginare un luogo di vita senza concepire il disordine che c’è dentro?

E la morte? Questa è dura...

No perché? Noi ci preoccupiamo tanto della natura: diciamo che dobbiamo salvarla, integrarla nel nostro mondo, ma poi, lottiamo spasmodicamente contro la naturalizzazione. Le cose diventano vecchie, si sporcano, si ossidano con il sole, marciscono con la pioggia e facciamo di tutto perché non succeda. Come possiamo abbracciare la natura se rifiutiamo tutto questo? Se non accettiamo che dentro la vita è contenuta la morte?

Come diceva Blaise Pascal ne Le Provinciali...

“Mi scuso per la lunghezza della mia lettera, ma non ho avuto il tempo di scriverne una più breve”.

Lei ha molto difeso l’artigianato.

Il bello dell’artigianato – ciò che bisogna preservare attentamente – è la possibilità di sbagliare. Se stai facendo un oggetto con le mani anche se sbagli non succede niente. Quando, per esempio, Samsung realizza una batteria sbagliata perde diversi miliardi...

Diremo che le casette che scolpisce nel legno dal 2004 sono il suo “lavoro con le mani”.

Schizzi volumetrici con i quali cerco di aprirmi nuove strade.

Questo studio le somiglia?

C’è una teoria secondo cui gli ambienti sono il palcoscenico sul quale recitare la propria esistenza.

Quali cose le interessano di più in questa stanza?

Quelle in fase evolutiva, che contengono un argomento che voglio sviluppare per farlo diventare parte di un progetto.

(Si gira verso un oggetto puntuto in legno alto circa 30 cm).

Cosa diventerà?

Per il momento è una torre gotica. Potrebbe essere anche un’oliera, una caraffa, una bottiglia di acqua minerale, oppure un grattacielo... C’è qualcosa che viaggia sotto quella forma lì.

Ci sono anche oggetti a ettivi?

I prototipi. Le lampade per Artemide o per Hermès, lo scrittoio della Unifor, la caffettiera di Alessi, i rubinetti, il tavolo. Certi funzionano, altri no; alcuni sono stati modificati.

Le fanno tenerezza i prototipi?

Sì. Sa, c’è un momento nel quale il prototipo mi appartiene ancora. Dopo il pezzo va in produzione; e appartiene agli altri.

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