I colori di Dakar - Credits: Ph. Alessandro Paderni
Storytelling

Trame d’Africa firmate Moroso

In alcuni atelier di mattoni crudi, nel centro di Dakar, si realizzano a mano preziosi arredi tessendo li di polietilene su strutture di metallo curvato. Ci vogliono tre giorni e tre persone per confezionare ciascun oggetto unico; si parte piegando e saldando lo scheletro e si procede tendendo e lavorando con grande energia i lati.

Queste matasse dai colori brillanti intrecciano le storie di artigiani africani abilissimi con quelle di imprenditori illuminati e di designer curiosi e sensibili, e ordiscono la fitta e variegata trama di relazioni che sta alla base di M’Afrique, uno speciale progetto furniture di Moroso nato nel 2009 da un’iniziativa di Patrizia Moroso, art director dell’azienda friulana, e del marito Abdu Salam Gaye, artista d’origine senegalese.  

«Grazie al mio compagno ho potuto conoscere l’Africa con occhi liberi da pregiudizi, seguendone i mutamenti nel tempo», racconta Patrizia. «Il Senegal, in particolar modo, è cresciuto per merito di governi saggi e investimenti intelligenti, volti a salvaguardare il patrimonio di conoscenze delle sue genti. M’Afrique ha avuto origine proprio osservando i manufatti di pregio che alcuni tessitori di Dakar realizzavano annodando a semplici strutture di plastica o ferro dei grossi cavi, che Salam mi spiegò essere gli stessi che i pescatori usavano per realizzare le reti d’alto mare. Abbiamo pensato di mettere in contatto queste realtà produttive con alcuni designer con cui collaboravamo, o rendo a quest’ultimi la possibilità di lavorare insieme agli artigiani nei laboratori africani, attivando uno scambio culturale virtuoso che poteva contribuire a tenere in vita abilità manuali dalle origini antiche».

Il primo a partecipare a M’Afrique è stato Tord Boontje, che aveva già avuto esperienza di fair trade nelle favelas del Rio. Ricorda l’industrial e textile designer olandese: «A Udine Patrizia mi mostrò alcuni esempi di arredi realizzati con la tecnica dell’intreccio. Rimasi davvero a ascinato dalla prospettiva di lavorare a mano. Iniziai in studio a disegnare curve semplici che immaginavo prendere vita avvolte dal tessuto, ragionando sulle grandi dimensioni degli arredi per l’outdoor. Mandai i disegni prima in Italia, poi in Africa e quando arrivai a Dakar c’era già un prototipo pronto, che finalizzammo in atelier scegliendo per il rivestimento il pattern a zig zag dei cesti senegalesi. Così nacque Shadowy, la prima famiglia d’arredi M’Afrique. La Senegal-O Chair, presentata lo scorso aprile a Milano, è invece arrivata molti anni dopo. Come Shadowy ha uno schienale concepito come una quinta: un ampio cerchio realizzato sempre in lo intrecciato ma con un disegno originale, non africano e più trasparente, cui si lega l’ovale della seduta», spiega.

La Senegal-O Chair di Tord Boontje, in rosso e indaco - Credits: Ph. Alessandro Paderni
A sinistra, on atelier, le parti metalliche delle sedute Husk. A destra, un fabbro salda i tubolari in metallo - Credits: Ph. Alessandro Paderni
Per le vie di Dakar - Credits: Ph. Alessandro Paderni
Tord Boontje con la struttura di una O Chair - Credits: Ph. Alessandro Paderni
Marc Thorpe lavora a un pouf della serie Husk (2015) - Credits: Ph. Alessandro Paderni

«In atelier si stabilisce un legame naturale tra maker e designer ed è importante che i primi mantengano la consapevolezza delle proprie tradizioni e i secondi lavorino per rendere le forme desiderabili per un gusto occidentale. Ho imparato molto nei tre viaggi fatti e mi ricordo che una volta ho anche voluto provare a intrecciare. Si erano tutti riuniti intorno a me per la curiosità. Ero così lento! Dakar mi ha colpito per la sua cultura legata al mare, alla musica, alla danza. C’è tanta energia; la stessa che anima M’Afrique, un’operazione che punta a produrre la soddisfazione di tutti gli attori coinvolti. Questa, credo, può essere la garanzia del suo futuro».

Il progetto di Moroso è cresciuto negli anni grazie all’impegno diretto di Salam in città e oggi coinvolge 30 persone tra fabbri, tessitori, imballatori – perlopiù provenienti dai villaggi rurali – che vivono e lavorano in questa piccola comunità. Gli uomini confezionano gli arredi, le donne realizzano cesti e tessuti in fibre vegetali tinti a mano e resinati. Entreranno presto anche questi in collezione. «C’è grande orgoglio nei ragazzi che partecipano a M’Afrique», dice ancora Patrizia Moroso. «Si vede dall’entusiasmo che dimostrano quando mostriamo loro le pubblicazioni con gli oggetti che costruiscono. Non solo, si è creato una specie di e etto onda dopo il nostro arrivo, che ha porta- to a imitare e riprodurre le opere. Non mi dispiace, anzi. Fa parte di un processo di evoluzione: dalle produzioni domestiche e senza un pensiero di prima, al lavoro fatto insieme a un designer, che dà un senso e una profondità nuovi ai manufatti».

Il Salone del Mobile è l’occasione per presentare annualmente le novità della collezione. A oggi sono circa quindici i prodotti M’Afrique, firmati da sette designer, tra i quali anche Marc Thorpe, statunitense, che l’anno scorso ha presentato la famiglia Husk e oggi sta progettando nuove sedute e un tavolo. «Sono stato a Dakar per la prima volta nel gennaio 2015, e sono ritornato esattamente un anno dopo. Ho portato con me tutti i disegni e i modelli elaborati al computer, ma una volta in atelier tutto è cambiato. Mi sono accorto di quanto essere lì facesse la differenza perché il Senegal ha uno spirito che non avevo mai sperimentato prima», rivela Thorpe.

«È stato incredibile vedere l’idea svilupparsi nell’arco di una settimana e assumere la sua forma finale. Lavorare in modo collaborativo con gli artigiani è stato come tornare a scuola, riscoprire l’innocenza, aprirmi all’ignoto. Un’esperienza immersiva: non solo si ha a che fare con un metodo di lavorare scultoreo, dai risultati sempre inevitabilmente diversi, ma si subisce anche una sorta di shock culturale, ritrovandosi a operare in posti non familiari. Questo mi ha segnato in positivo e ha cambiato il mio modo di pensare, stimolando la voglia d’impegnarmi sempre più in progetti che implicano un tale coinvolgimento di persone e sensibilità».

Gli scatti del fotografo Alessandro Paderni mostrano i volti, i colori e le atmosfere di Dakar e dei laboratori in cui la storia di ogni creazione M’Afrique inizia; una storia che continua quando l’oggetto entra nella nostra vita e che a da alle nostre mani la scrittura dei suoi nuovi capitoli.

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