Oki Sato ritratto insieme al suo cane Kinako. Camicia Margaret Howell. Lo studio Nendo di Tokyo, dove si è svolto questo servizio fotografi- co, è stato inaugurato a luglio del 2015. Si trova nel quartiere di Aoyama, all’interno del Sogetsu Kaikani, edificio disegnato da Kenzo Tange e costruito nel 1977 - Credits: Ph. Andreas Larsson - Styling David St John-James
Storytelling

Oki Sato: ironico e geniale

C’è un giapponese alto un metro e novanta, fotogenico, perfetta pronuncia inglese, un cane brutto come un Pokémon e una serie d’ossessioni che l’hanno reso un uomo prolifico e felice.

Si chiama Oki Sato ed è il fondatore di Nendo, studio d’architettura e design di Tokyo che in quattordici anni ha conquistato il mondo, sostanzialmente, stordendolo. Perché Sato non realizza prodotti, ma punti esclamativi. «Momenti Ha-Ha!», li definisce lui. Particelle d’intelligenza azionate a ciclo continuo: «Vedo sette clienti a settimana, lavoro su quattrocento idee alla volta, produco millecinquecento presentazioni l’anno», dice, in una stanza bianca che sembra una cripta (e spiegherà poi perché), quando lo abbiamo intervistato prima dell’estate nel suo uffcio in zona Moscova, a Milano, durante uno dei suoi soggiorni in Italia.

Trentanove anni, tra i cento giapponesi più influenti per Newsweek e innumerevoli volte Designer of the Year per le riviste di settore, invade senza sosta il mondo con le sue bollicine di “!”: un tavolo “abbracciatavolo” per Cappellini. Una sedia “cavalluccio” per Kartell. Un condominio per uccellini, su un albero. O la ristrutturazione completa del Siam Discovery, centro commerciale di Bangkok dove ha disegnato tutto, dai decori ai mobili, dagli stand alle vetrine: «Mica per spingere agli acquisti, ma per suscitare nei corpi reazioni chimiche».

Fino al 19 novembre, il Design Museum Holon di Tel Aviv gli dedica una retrospettiva curata da Maria Cristina Didero, mentre Friedman Benda Gallery di New York espone (fino al 29/10) le sue 50 Manga Chairs, cinquanta sedie d’acciaio da 18mila dollari l’una, ispirate all’iconogra a fumettistica giapponese, e viste in anteprima a Milano durante lo scorso Fuorisalone. Il tutto, prodotto da uno studio di venti designer e cinque manager annichiliti dalla sua potenza creativa: «Vuol sapere chi ha disegnato tutte le sedie manga? Io, e chi altri?».

A scuola giocavi a basket? Come una sorta di Gigi la Trottola al contrario?

Ero un vogatore, lato sinistro, su barche da due e quattro posti. Il co-fondatore dello studio gareggiava con me: lui davanti, io dietro. Grazie alle competizioni abbiamo girato tutto il paese.

E ora, siete ancora sulla stessa barca.

In italiano dite così? Noi diciamo “trovarsi nello stesso buco”.

Come mai sei nato in Canada?

Mio padre era dirigente Pioneer, inviato a Toronto per costituire il ramo canadese dell’azienda. Si sarebbe dovuto fermare due anni, ma alla ne c’è rimasto dodici. Quando avevo dieci anni, siamo tornati a casa.

Cosa sopravvive di “canadese” in te?

Tento d’essere rilassato ed easy. Attitudine che nel design aiuta: se c’è troppa pressione le idee non arrivano.

E questa attitudine sciolta in Giappone come è vista? Ti considerano una specie di levantino?

Mi sono laureato in architettura a Tokyo e professionalmente la mia cultura è totalmente nipponica: pulizia, minimalismo, rigore. Nel corso eravamo in duecento e ci veniva richiesto d’essere molto logici, di giustificare ogni scelta e ogni dettaglio. Ma lo stupore di vedere per la prima volta il Giappone, le piccole cose che agli altri parevano normali, me la sono portata dietro. Anche oggi disegno così, cercando la meraviglia in quello che gli altri ritengono ovvio.

Da bambino cosa volevi diventare?

Volevo trasformarmi in Doraemon, il personaggio dei fumetti che fa uscire i ciusky dalla sua tasca quadridimensionale. È stato il mio vero mentore, il mio primo maestro di design. Uno che inventa solo oggetti semplici, felici, che tutti capiscono senza bisogno delle istruzioni. Sapevo con certezza che sarei voluto diventare uguale a lui, ma non in quale campo.

Cosa significa “zen” per te?

È un concetto che ha a che fare con la purezza sostanziale delle cose. L’attenzione a togliere, piuttosto che aggiungere.

Lo zen può essere arrabbiato?

No, ma può diventare poco amichevole, specialmente quando si toglie troppo. Magari crea magia, ma non collegamento con le persone. E in questo senso lavorare in Italia mi ha aiutato: l’emozione, da voi, è importante. Un insegnamento che è diventato una spezia, un condimento che aggiungo a tutto quello che faccio. Ecco perché ho aperto un u cio a Milano: il Giappone mi ha insegnato a pensare il design, Milano a incarnarlo. Considero i miei clienti italiani al pari dei miei maestri.

A sinistra, Oki Sato ritratto all’ingresso del suo studio di Tokyo in giacca Marni e camicia Dior Homme. A destra, i modelli per la mostra Un-Printed Material_By Nendo, che si terrà alla Creation Gallery G8 di Ginza, Tokyo (12/10- 17/11/2016). Manualmente e con una stampante 3D sono stati realizzati oggetti dai profili in materiale plastico - Credits: Ph. Andreas Larsson - Styling David St John-James
Credits: Ph. Andreas Larsson - Styling David St John-James
Sulla scrivania, alcuni campioni del kit d’emergenza Minim+Aid per Sugita Ace (2015). Sullo sfondo, sistema da ufficio componibile Ofon per Kokuyo (2013) - Credits: Ph. Andreas Larsson - Styling David St John-James

Perché il tuo ufficio milanese sembra una cripta? O meglio, una specie di sala d’aspetto post trapasso, quando si sosta in attesa di conoscere la propria destinazione ultraterrena.

Anche a casa non ho niente: ci sono il cane, il letto, i libri sul pavimento, basta. Non ho mobili, tv, cucina: è come una prigione.

Possiedi bicchieri?

Ne ho uno. E un piccolo frigorifero con due birre e dell’acqua.

Dove mangi?

Sempre nello stesso noodle bar, dove ordino sempre gli stessi soba con la soia. Poi vado sempre nello stesso ca è, mi siedo alla sedia abituale e prendo il cappuccino. Quindi, porto il cane a fare il solito giretto.

E tutto questo, con quale frequenza?

I noodle due volte al giorno, il caffè cinque, il cane due.

Non pensi di avere carenze vitaminiche?

Viaggiare mi salva. A Milano vado da Panino Giusto. Quando sono stato in Israele, invece, ho mangiato molta verdura.

Sembri molto condiscendente verso i tratti maniacali del tuo carattere.

Le abitudini e la mancanza di cose rappresentano un refresh: se fossi circondato da oggetti, il mio processo creativo risulterebbe disturbato.

C’è una de nizione, in Giappone, per le persone creative e ossessive?

Sì, Otaku. Che significa nerd, ripetitivo. In patria mi ritengono pazzo, tanto che spesso m’invitano in tv a parlare di questi aspetti della mia vita. Ma non capiscono che è solo un modo per rilassarmi. Come un atleta, ha presente? Per me il design è la stessa cosa: allenamento e routine. Un modo per far riposare il cervello e predisporlo alla performance.

Com’è possibile che a quest’ora della sera abbia una camicia così incredibilmente bianca e per- fettamente stirata?

Ne ho quaranta di queste camicie, tutte uguali, e le faccio girare. Poi quaranta pantaloni. Quaranta paia di calze, e quaranta di intimo. Poi dodici giacche nere, dodici maglioni neri.

Perché proprio quaranta?

Non saprei. Se viaggio dieci giorni, prendo dieci esemplari di ogni cosa. La mia valigia è una replica della mia casa.

Che cane hai?

Un incrocio tra un carlino e un chihuahua.

Suona orribile.

In effetti è un cane molto strano. Si chiama Kinako, che è la polvere di fagioli di soia che si usa per molti dolci giapponesi. Richiama il colore del suo manto.

Hai una compagna?

Avevo una moglie, ma abbiamo divorziato tre anni fa. Lei si è portata via il cane più bello e mi ha lasciato Kinako.

Perché avete divorziato?

È un’artista, sempre in viaggio, come me.

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