La curatrice di Operae 2016 Annalisa Rosso - Credits: Ph. Pepe Fotografia
Palazzo Cisterna a Torino, location di Operae 2016 - Credits: Ph. Pepe Fotografia
Salvatore Lanteri, ODDmatter, Desirò Roberto per Piemonte Handmade - Credits: Ph. Pepe Fotografia
GiorgiaZanellato, Bottega Ebanista e Luisa Delle Piane per Piemonte Handmade - Credits: Ph. Pepe Fotografia
Le fondatrici di Operae Sara Fortunati e Paola Zini - Credits: Ph. Pepe Fotografia
ZP Studio, Anthropoceni - Credits: Operae 2016
Storytelling

Designing the future: 5 domande alla curatrice Annalisa Rosso

«Un buon designer conosce i propri orizzonti di intervento. Mentre lavora, considera le ricadute del progetto, i suoi risvolti sociali e il contesto in cui verrà utilizzato».

In queste parole Annalisa Rosso, giornalista e critica di design e curatrice di Operae 2016 - festival del design indipendente dal 3 al 6 novembre a Palazzo Cisterna a Torino - sintetizza lo spirito con cui ha approcciato la manifestazione fondata da Sara Fortunati e Paola Zini, che giunge alla settima edizione affermandosi come una piattaforma internazionale per la riflessione, la ricerca e il networking attorno alle aree calde del design.

Con 33 designer coinvolti, artigiani, aziende e gallerie e una formula dinamica che si rinnova costantemente: il motivo conduttore quest’anno è Designing the future.

Quali sono le principali novità di questa edizione?

Da una parte Trecentottanta – Appunti sull’Antica Università dei Minusieri. Si tratta di una speciale collaborazione tra l’Università dei Minusieri e lo studio Zaven di Venezia, che ha saputo tradurre i principi della prima, una realtà storica nata nel 1636 a Torino e dedita alla lavorazione minuta del legno, in un linguaggio contemporaneo, ricorrendo per esempio alla citazione dell’intarsio o di una certa cifra stilistica legata all’uso del colore. Dall’altra parte abbiamo introdotto le gallerie tra gli attori della manifestazione, rappresentano lo sbocco sul mercato di tutto il processo.

Possiamo riassumere i temi caldi del momento attuale che ci porteremo nel futuro?

Quello dell’artigianato, certamente, che affrontiamo anche attraverso Piemonte Handmade, alla terza edizione, con una mappatura di eccellenze artigiane selezionate sul territorio per bando pubblico alle quali abbiamo affiancato designer e gallerie. Molto spesso il mondo dell’artigianato ha semplicemente bisogno di un rinnovamento che passi attraverso l’estetica e proprio l’interlocuzione dell’artigiano con il designer diventa un momento fondamentale per la attualizzazione di saperi tradizionali. Senza nostalgia, così da definire un futuro appetibile per il mercato. C’è poi il tema del design contemporaneo da collezione, che negli Stati Uniti ha già assunto un aspetto maturo, ma in Europa ancora fatica a distinguersi da un collezionismo più generico di modernariato o di arti visive ma di cui s’intravedono i presupposti perché assuma un’identità specifica: il design offre una gamma di aspetti immateriali non diversamente dall’arte, ma un livello di intimità probabilmente maggiore dell’arte. E infine il tema è quello di dare una forma al futuro, contenuto nel titolo di Operae quest’anno.

A cosa allude appunto Designing the future?

Significa lavorare oggi per influenzare in maniera attiva il domani, ponendo l’accento sul coraggio e la responsabilità sociale del design, che sempre più va oltre la mera creazione di oggetti. È questo tipo di progettualità che andiamo a indagare attraverso il lavoro di 33 designer internazionali. Significa anche che l’aprirsi all’interdisciplinarietà - mi interessa ad esempio molto il punto di contatto tra design e bioscienze – piuttosto che la valorizzazione del legame con il territorio, tutti aspetti che implicano un potenziale di cambiamento ad ampio raggio.

A proposito di collezionismo invece, come si spiegano ad esempio certe cifre ai non connoisseurs?

Tutta la fiera rappresenta un lavoro di traduzione di tematiche normalmente considerate da addetti ai lavori per un pubblico più ampio: si tratta dello stesso tipo di sforzo che faccio da giornalista nel rendere un argomento accessibile al grande pubblico. Certo i pezzi unici possono costare anche 10 o 20 mila euro, ma i visitatori avranno modo di capire che portata di lavoro c’è dietro a un pezzo del genere ed è un’occasione per aprire questo fronte a un bacino d’utenza più vasto.

Cosa significa dunque design indipendente?

L’indipendenza è una condizione che si sperimenta agli esordi, ma può essere anche una fase nella vita di un designer affermato che ha bisogno di aprirsi a sperimentazione e ricerca. In questo senso le gallerie hanno un ruolo prezioso perché consentono ai progettisti un modo e un tempo di ricerca che l’azienda non permette.

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