La curatrice di Operae Indipendent Design Fair 2017 Alice Stori Liechtenstein
Piemonte Handmade. Una fase di lavorazione del progetto di Andrea Branzi. Ph. Pepe Fotografia
Operae, Torino. 2016
Piemonte Handmade. Una fase di lavorazione del progetto di Matteo Cibic. Ph. Pepe Fotografia
Storytelling

Operae 2017: sette domande ad Alice Stori Liechtenstein

“Operae è cresciuta” dice Alice Stori Liechtenstein, curatrice di Operae 2017, fiera dedicata al design indipendente che si terrà a Torino dal 3 al 5 novembre. E si direbbe che per l’evento - lanciato otto anni fa da Sara Fortunati e Paola Zini - sia il momento della maturità, se lascia la città per entrare nella cornice della fiera - il Lingotto - in un weekend che è un vero e proprio momento di mobilitazione per la capitale sabauda, con manifestazioni concomitanti come Artissima, Flashback o Club to Club. Ma Operae è più che una vetrina, mantiene la sua essenza di crocevia, una piattaforma unica dove designer, gallerie, collezionisti, aziende e istituzioni si incontrano. E indaga nelle sfumature di un design che sempre più va oltre le possibilità della produzione industriale, come ci racconta la curatrice in questa intervista.

Un titolo che sembra una domanda, ma in realtà è un’affermazione. È questo il senso di “Why design”, edizione 2017 di Operae?

La domanda priva del punto interrogativo vuole porre una questione e immediatamente dichiarare perché il design è importante. Lo è in quanto linguaggio contemporaneo, una lente attraverso la quale leggere il quotidiano. Ogni cosa che facciamo, infatti, quando implichi un estro creativo, racconta l’uomo. E quando il design si svincola dalla produzione in serie diventa uno strumento essenziale per interpretare il nostro tempo.

Come è accaduto che il design si svincolasse dalla produzione in serie?

Abbiamo già troppo, troppo di ogni cosa e al contempo c’è un cambiamento sociale in atto. Forse non tutti possediamo una stampante 3D, ma molto di quel che facciamo è legato al nostro telefonino. Assistiamo cioè a una smaterializzazione degli oggetti. Non solo, siamo meno interessati al possesso degli stessi - penso al car sharing, per esempio - in generale tendiamo a privilegiare l’esperienza. In uno scenario del genere è chiaro che il fine ultimo del design non è più la produzione industriale, mentre si aprono nuove strade. Il design della comunicazione, quello virtuale, dei processi, da collezione. Non vi è necessità di scegliere tra una cosa o l’altra – design come oggetto seriale o come pezzo unico – il bello di questi tempi sta nella diversità.

Ma se il disegno industriale aveva una premessa democratica, ora cosa rimane di quella premessa?

Il design da collezione, certo non è accessibile, se parliamo di possesso. Ma tutto sta nella maniera in cui lo intendiamo. Un oggetto iconico avrà un prezzo di mercato non democratico, ma il suo valore simbolico è per tutti. Il design, come l’arte, può essere non solo posseduto ma anche fruito, vissuto: negli spazi pubblici, nei musei, durante gli eventi dove probabilmente non avremo solo oggetti ma installazioni. Perciò credo che una manifestazione come Operae sia importante, in questo senso, per spiegare che cosa sia realmente il design e rispondere a domande comuni: “Perché dovrei spendere di più per un oggetto così strano oppure scomodo?”, o anche “Perché un tale pezzo è design e non è arte?”

A questo proposito, cosa distingue un certo design artistico dall’arte?

L’approccio è sempre diverso. L’artista produce qualcosa che è il risultato di un’urgenza espressiva interiore, il metodo del designer è quello del problem solver che vuole realizzare un pezzo di un certo tipo per determinato uso. Per il resto sono le persone che hanno bisogno di etichette, di fatto gli oggetti - di qualsiasi natura siano - convivono poi nelle case delle persone.  

Nell’arte “la bellezza” ha smesso di essere un criterio di valutazione dell’opera. Come funziona nel design?

Anche nel design c’è sicuramente un movimento contro l’estetica bella. Partito dalla grafica, si sta imponendo negli oggetti; rimane tuttavia un filone limitato – ed è da intendersi per lo più come una provocazione. Ma in generale il bello rimane un valore, almeno per me lo è sicuramente. Se una cosa è funzionale non può non essere bella. L’estetica, infondo, è anche una funzione.

Lei vive in Austria, a Graz, dove ha fondato il progetto di residenze per giovani designer "Schloss Hollenegg for Design": dalla sua esperienza quali sono le tendenze oggi nel mondo del progetto?

Collaborando molto con i giovani vedo che oggi sono tutti un po’ inventori: si preoccupano non solo della forma ma anche della tecnologia o dei nuovi materiali, con l’intendo di creare combinazioni innovative. Un’altra cosa che noto con piacere è il loro spiccato interesse a lavorare sul territorio, in maniera locale, con gli artigiani; per scoprire l’essenza del posto in cui sono. infondo, è un po’ quel che accade anche nella sezione Piemonte Handmade di Operae: dieci designer presentati da altrettante gallerie incontrano dieci artigiani per realizzare pezzi unici. Abbiamo ad esempio Andrea Branzi che sta collaborando con un coltellaio o Matteo Cibic alle prese con un progetto legato alle pelli.

Quest’anno Operae lascia la città per il la fiera, è il segno di una nuova sfida?

Essere al Lingotto, con Artissima di fianco, richiede di metterci un po’ in gioco. Ciò significa anche puntare su pezzi dal forte valore concettuale: coraggiosi, sperimentali, sopra le righe. Allo stesso tempo è segno che Operae è cresciuta e trovo che la nuova location sia anche una dimostrazione di apertura, verso il grande pubblico.

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