La sedia Ming’s Heart disegnata da Shi-Chieh Lu, s’ispira alla sedia Ming, che con la sua purezza di linee esprime la spiritualità orientale; qui è reinterpretata con il rigore geometrico della sensibilità occidentale - Credits: Ph. Luigi Fiano
Storytelling

Poltrona Frau: una storia lunga 100 anni

Il viaggio è una meraviglia. Pezzi celebri come piazze dove ritrovarsi, segni per attribuire senso del tempo, luoghi della memoria e opere modernissime, simili a messaggi per il futuro.

Un itinerario rassicurante. Scandito da parole precise, particolari. Riviera e rinverdimento; bottali e calcinaio; carniccio e plicaggio. Appartengono a un linguaggio utilizzato soltanto in ambiti dedicati. Un linguaggio salvato, composto a Torino, in via Palazzo di Città, ssato nel 1912 da un tappezziere di origine sarda, Renzo Frau, trasportato a Tolentino da un custode marchigiano, Franco Moschini, anno 1962, con l’intenzione di usarlo, ogni giorno, proprio lì.

Parole che scandiscono il trattamento della pelle. Così come altre – ago curvo, capitonneè, fusto, martellina, molla biconica, molla greca, piantalino – indicano ingredienti e attrezzi; fasi e gesti specifici, molto particolari e, alla ne, inconfon- dibili. Capitoli di un viaggio, come detto. Il viaggio – doppio – di Poltrona Fraudentro il quale c’è il nostro. Uno spicchio rilevante del costume, un gusto condiviso.

Di cosa stiamo parlando? Si, certo, di una azienda modernissima, che occupa 660 persone (550 in Italia), che ha avviato negli anni 80 due divisioni felici, “Contract” e “Interiors in Motion”, la prima a disposizione di grandi architetti e grandi spazi (da Renzo Piano per l’Auditorium Parco della Musica a Roma a Frank Gehry per la Walt Disney Concert Hall a Los Angeles a Santiago Calatrava per il Palau de les Arts Reina So a a Valencia); la seconda per dare un tocco di classe supplementare a chi si muove in aereo, in treno, a bordo di una Ferrari. Dunque, movimento, modernità, qualità.

Eppure, la sensazione più consistente che si prova perlustrando l’universo di Poltrona Frau, ha a che fare con il profumo del passato. Nostro, di nuovo, e dell’azienda stessa. Ha a che fare con una parola dominante. La parola “Poltrona”. Non a caso presente nel marchio come un totem che tutto determina. Ci sono luoghi così. Per fortuna. Rari, ma presenti come fari che orientano, indicano. Sono collegati, tutti, a una storia fatta di talento e lavoro, svelano – oggi più che mai – una sorta di etica del fare, linda, leggibile e proprio per questo moderna. Buoni esempi, ecco, molto connessi a una tradizione salvifica. Uomini grandi non soltanto per genio o intuito ma per dedizione e persino umiltà pur nella realizzazione di opere preziose.

Ricopertura della poltrona Regina II di Paolo Rizzatto. Accanto, la macchina per il taglio delle pelli: fase del posizionamento delle dime - Credits: Ph. Luigi Fiano
Il magazzino dove vengono raccolti i rulli dei tessuti e dove le pelli sono classificate secondo la tipologia e il codice colore - Credits: Ph. Luigi Fiano
A sinistra, scocche, già rivestite in pelle, dei sedili posteriori ideati per la Ferrari California. A destra, un momento della fase di cucitura della sedia Ming’s Heart - Credits: Ph. Luigi Fiano

Quando Mario Piazza, scrivendo per il volume celebrativo dei cento anni di storia di Poltrona Frau, cita il sociologo Richard Sennett per parlare di “intelligenza delle mani”, tocca un nodo fondamentale di questa lunga storia italiana. Artigianato come frutto di una attività mentale rilevante, la ripetizione del gesto come risultato di un processo di maturazione. Ogni segreto qui risiede, ribadito dalla presenza di oggetti che questa sorta di straordinaria continuità rappresentano.

La prima mossa di Renzo Frau ha un nome Chester e una data, 1912, che coincidono con l’inizio dell’intera avventura. Una poltrona ispirata dall’osservazione del mondo anglosassone, pelle per il rivestimento, l’intervento di mani – appunto – intelligentissime. Tanto è vero che ancora oggi questa lavorazione è delegata a un numero minimo di artigiani, trattandosi tra l’altro del modello più complesso in assoluto.

Tempo di lavorazione richiesto? 55 ore. Per trattare 20 metri quadrati di pelle, 35 chili di faggio stagionato, 86 molle biconiche in acciaio, 35 metri di spago, 50 metri di cinghie di juta, 32 chili e mezzo di crine, 12 chili di piuma d’oca, 86 bottoni ricoperti in pelle, 54 chiodini ricoperti in pelle, 45 metri di cuciture per le quali servono ben 225 metri di filo.

Possiamo acquistare ancora oggi la poltrona denominata 1919. In origine – anno 1919 ovviamente – battezzata 128. Allo stesso modo posso sistemare nel salotto di casa una Vanity Fair, vale a dire una vera e propria icona, datata 1930 (nome di battesimo 904) eppure perfettamente moderna. Con l’intimo godimento di avere a che fare nel presente con lo stesso oggetto che ispirò i magni ci manifesti pubblicitari di allora: una signora sognante, abbandonata sulla poltrona, sigaretta in lata nel lungo bocchino, il fumo grigio perla che disegna “Frau” sullo sfondo blu della parete. Illustrazione firmata da Giovanni Nanni, 1924. 

La gestione di Franco Moschini e il trasferimento dell’azienda a Tolentino hanno segnato una svolta armonica a metà degli anni 60, grazie alla collaborazione con una schiera scelta di designer, a cominciare da Gio Ponti che firmò Dezza, un’intera famiglia di sedute (il nome deriva dall’indirizzo privato di Ponti, via Dezza 49 Milano), ancora presenti nella produzione. Lo stesso vale per Sanluca dei fratelli Achille e Pier Giacomo Castiglioni (progettata nel 1961, diritti acquisiti nel 2002), per Ouverture di Pierluigi Cerri, anno 1982, per Intervista di Lella e Massimo Vignelli, datata 1989, per una sequenza di creazioni rmate Jean-Marie Massaudla cui collaborazione è attiva a tutt’oggi.

Progetto più recente: Lloyd, sistema di librerie e contenitori in rovere, così come Ren, mini collezione di complementi per la casa disegnata da Neri & Hu e Ming’s Heart dell’architetto Shi-Chieh Lu, vincitore di un concorso indetto da Poltrona Frau a Taiwan con il desiderio di individuare un oggetto di sintesi tra l’azienda italiana e il design tradizionale taiwanese e cinese.

L’azienda esplora fronti nuovi. Ma in de nitiva il baricentro non muta. Anzi, fa di tutto per ribadire. Per ricordare. Ed è questo che permette di riconoscere il marchio, di fornire al marchio benzina utile. La persona è al centro della scena. Destinataria di un privilegio, connesso ad un bisogno di disporre di un nido proprio, accogliente, il luogo in cui rintracciare i propri punti cardinali. Per questo il lavoro artigianale è indispensabile. Perché soltanto l’attenzione e la cura di un uomo riesce a creare e ricreare ciò che ogni uomo cerca. È di questo che parliamo qui. Di un segreto semplice.

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