Il designer e curatore austriaco Robert Stadler nel suo studio. Al centro: stool Pure Mess (2009) per Efeito D (marchio charity che assiste bambini con Trisomia 21), in legno nodoso, per esprimere il tema della diversità come qualità - Credits: Ph. Manuel Bougot
Storytelling

In conversazione con Robert Stadler, designer e curatore

Robert Stadler oggi è un designer che può proprio dirsi soddisfatto: delle mille avventure artistiche intraprese, di una monografia uscita nel 2014 (Robert Stadler: Invasive Shifting Absurd Exercise, Editions de La Martinière), dell’attenzione di gallerie e musei internazionali (Gaerie Perrotin, Palais de Tokyo, Swiss Institute Contemporary Art di New York, MAK di Vienna, per citarne alcuni), della collaborazione con marchi prestigiosi (da Hermès a Louis Vuitton, da Thonet a Nissan) e delle curatele intraprese.

Elegante e sorridente, ci accoglie negli ambienti sobri e luminosi dello studio, dove oggetti icona di design contemporaneo – come il bastone da passeggio Joystick firmato Björn Dahlström per Magis nel 2000 – si mescolano alle sue opere – tra le altre, la scultura #Mood, gli imbottiti Pools & Pouf! – e catturano l’attenzione con la loro “positiva aggressività”: una forza che induce a un comportamento attivo dell’utente, a un’interazione psicologica e fisica. Un gioco che Stadler ama ripetere utilizzando filtri sempre diversi. E una buona dose di malizia.

La sua è la storia di un ragazzo che sognava di diventare un architetto d’interni. Ma soprattutto di lasciare un’Austria che non permetteva alla sua creatività di esprimersi liberamente. Così, al momento di iscriversi all’università, decise di trasferirsi in Italia. Dopo aver visitato diverse facoltà, intuì che il design si addicesse più dell’interior alla sua esuberanza e alla voglia di esplorare, e si iscrisse allo IED per frequentare il corso di industrial design. Da Milano a Parigi, sempre alla ricerca di nuovi stimoli, svolse l’Erasmus presso l’ENSCI-Les Ateliers, università riconosciuta per l’approccio concettuale e multidisciplinare; e proprio sui banchi della scuola parigina incontrò i compagni con cui fondò nel 1992 uno degli studi di design più emblematici della fine anni 90: i Radi Designers.

Dopo i lavori di puro disegno industriale (come l’intera gamma di elettrodomestici per Molinex), i progetti più museali (tra i quali la monografica Fabulation nel 1999 alla Fondation Cartier pour l’Art Contemporain) e quelli galleristici (come la Whippet bench, l’iconica panchina per Galerie kreo), l’attività del gruppo cessò nel 2008, anno in cui ogni membro intraprese la propria ricerca individuale. E Stadler scelse di stabilire a Parigi il proprio quartier generale, nel vivace quartiere dei Grand Boulevards.

La ricerca teorica ha sempre svolto un ruolo importante nel tuo lavoro di progettazione. Non è un caso che in questo momento ti stia occupando di diversi progetti curatoriali.

Quest’anno il Musée d’Art Moderne Grand-Duc Jean del Lussemburgo mi ha dato carta bianca per organizzare una seconda edizione della mostra QUIZ. Per QUIZ 2 ho deciso di associarmi all’amico e critico d’arte Alexis Vaillant, ex curatore del Musée d’Art Contemporain di Bordeaux, e di mettere in risalto le potenzialità e l’ambiguità di una serie di oggetti “Ufo”, che sfugge a ogni categorizzazione e che viene troppo spesso facilmente associata all’arte. Con Alexis abbiamo deciso di affinare i parametri per arrivare a una selezione leggermente diversa rispetto alla prima mostra: gli elementi dovevano avere forme non scomponibili, non riconoscibili o associabili ad altre tipologie d’oggetti e soprattutto non avere il protagonismo degli oggetti d’arte. Si tratta di “cose” provocatorie, appariscenti e intriganti. Nella mostra non si parla mai di tipologia e l’informazione sull’oggetto è minima: autore, materiali, anno di produzione e dimensioni. Per il seguito di QUIZ, stiamo inoltre preparando una raccolta di circa 30 testi teorici in lingua inglese, On Things as Ideas, che uscirà a settembre per Sternberg Press: scritti redatti tra il 1790 e oggi, che trattano gli aspetti economici, culturali e filosofici della “cosalità della cose”.

Puoi spiegare meglio il concetto di “cosalità”?

È un concetto a me molto caro. Per “cosalità” si intende generalmente la qualità, la condizione o il carattere di una cosa, qualcosa che va oltre le sue mere proprietà fisiche e i suoi ordinari utilizzi pratici. Per definire la cosalità di un oggetto occorre prima di tutto analizzarne il contesto, ovvero, l’ecosistema di elementi, spesso ambigui, in cui è sorto e in cui è inserito: possiamo parlare, per esempio, della cosalità delle sculture di Ken Price intendendole nell’ambito più vasto dello stato della ceramica d’arte in California. Ma possiamo anche discutere della “disponibilità” dell’opera d’arte, ovvero, della sua attitudine, proprio tramite questo processo di ridefinizione, a essere aperta all’integrazione di senso e alla critica. In questo modo, la cosalità ci permette di costruire un discorso che spesso si rivela contraddittorio e persino paradossale, ma che consente di interpretare gli oggetti più liberamente, eliminando i filtri che solitamente utilizziamo per categorizzarli. Maestri della cosalità come Bruno Munari o Isamu Noguchi, per esempio, hanno saputo creare con modestia e spirito d’autocritica opere “disponibili” e intrinsicamente coerenti, pur cambiando spesso registro o contesto, spiazzando così la critica e creando stupore.

Parlando di Maestri, quali sono quelli che più in uenzano il tuo lavoro?

Quelli che mi nutrono di più sono sicuramente gli artisti contemporanei. Posso citare l’americano Richard Artschwager che abbiamo incluso in QUIZ con uno dei suoi Blp, una forma-segno parassita ed enigmatica che l’artista ha utilizzato in modo ricorrente e con media spesso diversi, per attirare l’attenzione su spazi e cose che altrimenti passerebbero inosservati. I creatori di oggetti/immagini enigmatici e simbolici sono per me fondamentali. Ma lo sono anche coloro che nelle loro opere giocano con i codici dell’arredo, come lo svizzero John Armleder e ovviamente Donald Judd.

E tra i designer contemporanei, chi stimi in modo particolare?

Il mio caro amico Konstantin Grcic, sempre alla ricerca del migliore adeguamento della sua produzione a una riflessione profonda sul suo tempo. Per lui il design è un mezzo per misurare la contemporaneità, un testimone fondamentale del passaggio del tempo. Trovo il suo approccio esemplare e raro.

A sinistra, sedie da bistrot Thonet 107 (2011) in faggio, disegnate per il ristorante parigino Corso Bastille. A destra, Robert Stadler con #Mood (commissionata dal Süddeutsche Zeitung Magazin, 2015), una scultura mobile DIY in acciaio e filo di nylon che prende il nome da uno degli hashtag più usati su Instagram - Credits: Ph. Manuel Bougot
A sinistra, uno dei complementi multifunzionali Cora, Dora, Aymeric (2014, per MAK di Vienna) in alluminio alveolare e, sopra, due Têtes. A destra, lo sgabello/sedia Apart (2015, realizzato da Arca), disegnato per la mostra L’Usage des formes al Palais de Tokyo di Parigi (03-05/2015) - Credits: Ph. Manuel Bougot
Il designer austriaco al lavoro. Sul tavolo, una Têtes in ceramica (2001, la collezione fa parte della collezione del FNAC); a parete, una delle moleco- le Chesterfield della serie di arredi Pools & Pouf! (2004, per Carpenters Workshop Gallery e Galerie Perrotin) in pelle e compensato - Credits: Ph. Manuel Bougot

Oltre a una mostra personale a Dresda, stai lavorando ad altri progetti espositivi?

Sì. Tulga Beyerle, co-fondatrice della Vienna Design Week e direttrice del Staatlichen Kunstsammlungen Dresden, mi ha proposto una mostra antologica sul mio lavoro alla Kunsthalle im Lipsiusbau. Aprirà il 17 marzo 2017. L’idea di Tulga di associare il mio lavoro a quello di una selezione di opere locali mi ha immediatamente sedotto. Così ho deciso di chiamare la mostra You may also like Robert Stadler, ispirandomi a come in rete i motori di ricerca ci propongono contenuti in base ai nostri gusti. La mostra si dividerà in cinque tematiche, diverse da quelle della mia monografia, perché insieme al curatore vorremmo concentrare la ricerca su dei valori di design più universali e non unicamente sul mio lavoro, che sarà soltanto il punto di partenza. Si tratterà di temi capaci di creare corrispondenze o, piuttosto, sinestesie, come Artificial Intelligence, ma anche ossimori, come Natural/Artificial, Random/Control. Per gli altri progetti espositivi, il curatore del Noguchi Museum di New York mi ha chiesto di preparare una mostra per il prossimo aprile, in cui faremo conversare  opere del maestro con alcuni miei pezzi. Sono molto onorato che mi abbiano scelto. Considero Noguchi uno dei miei padri spirituali, profondo, attento, artista ma anche designer, capace di esprimersi sul limite tra le discipline, di interrogare l’utente sulla legittimità e la giustezza dell’opera, battendosi contro l’uso comune. Era un vero e proprio attivatore, una fi- gura poliedrica nel mondo dell’arte, che come Bruno Munari – e forse un po’ come me – aveva scelto l’arte come mestiere.

A proposito di “arte come mestiere”, per il progetto pubblico realizzato a Nancy per l’Ensemble Poirel, hai coniugato il rigore di designer con l’estro d’artista su una scala architet- tonica. Come hai vissuto questa esperienza?

Sentivo la responsabilità di intervenire su un edificio storico molto conosciuto in pietra da taglio. Così ho deciso di apportare una lieve perturbazione sulla facciata per valorizzarla, applicando alle pareti dei dischi di alluminio stampato che simulano la pietra ed evocano l’accelerazione cui siamo tutti sottoposti. Al calare del giorno i dischi si animano e diffondono una dolce aurea. Alla base della facciata ho previsto una protuberanza sempre in pietra, come una panchina, che interroga il passante e invita al riposo. Ho poi utilizzato lo stesso materiale per realizzare dei pezzi che ho esposto alla Carpenters Workshop Gallery e che approfondiscono il concetto di tempo e l’ambiguità tra natura e artificio, riducendo l’architettura alla scala domestica e dandogli uno statuto malinconico.

Un ultimo progetto nel cassetto?

Un webshop, che inaugurerà a dicembre. Voglio dare un’altra percezione al mio lavoro, renderlo accessibile a tutti, far capire che il design, anche il mio, è abbordabile. Ci saranno piccoli oggetti in ceramica di Vallauris, la scultura mobile #Mood, complementi d’arredo che sto disegnando, la sedia Thonet 107, dei libri, la libreria Pli Blue fatta per Kvadrat...

Ma dove ti vengono le migliori idee?

Nel momento in cui l’aereo decolla, in quell’attimo adrenalinico. Non so come mai. Ma anche qui nel mio studio sono molto produttivo. In realtà il momento conta più del luogo.

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