Stefan Diez testa l’ergonomia del modello da ufficio D1, progetto per Wagner che sarà presentato all’inizio del prossimo anno. La sedia deve assecondare tutti i movimenti del corpo, garantendo stabilità - Credits: Ph. Gerhardt Kellermann
L’anima in metallo galvanizzato della seduta Chassis (Wilkhahn, 2011) il cui design ha richiesto circa 5 anni di progettazione. La struttura pesa 2,6 kg e permette la sostituzione dello schienale - Credits: Ph. Gerhardt Kellermann
L’ingresso dello studio di Diez affacciato su un cortile condiviso (dove giocano i suoi 3 bambini): lo spazio, in un parco, vicino al fiume Isar, serviva un tempo da officina per la manutenzione navale. Sedie Yard (Emu, 2015) - Credits: Ph. Gerhardt Kellermann
Pannelli con diametro di 900 mm in vetro borosilicato (materiale scelto in virtù delle particolari proprietà riflettenti) per la lampada da muro della collezione Guise, per Vibia - Credits: Ph. Gerhardt Kellermann
A sinistra, lo studio: un open space completo di cucina dove Diez si esercita in ricette italiane. Si scorge in fondo a destra il tavolo da lavoro realizzato dal designer a 12 anni nel laboratorio del padre. In senso orario, sedute Kitt (Hay, 2013), Chassis, This (E15, 2013) e 404 (Thonet, 2007). La sedia in pelle e metallo Falsta (a destra) è stata presentata con Christophe de la Fontaine allo scorso SaloneSatellite - Credits: Ph. Gerhardt Kellermann
A sinistra, sul soppalco dello studio, frammenti metallici per il tavolino Bandit (E15) e studi in carta per la famiglia di lampade Guise, in corso di realizzazione per Vibia. A destra, sugli scaffali sono archiviati modelli, campioni di materiali e prototipi. In rosso (a destra), una miniatura della seduta Houdini - Credits: Ph. Gerhardt Kellermann
Stefan Diez con il prototipo di una lampada a sospensione della collezione Guise per Vibia, con cui il designer esplora la relazione tra luce e trasparenza. Il tubo in vetro viene illuminato da un Led che rimane invisibile - Credits: Ph. Gerhardt Kellermann
Storytelling

A tu per tu con Stefan Diez

Anche se al nostro arrivo il sole ha deciso di andarsene, la luce che entra dal tetto basta a rendere il bianco alle pareti immacolato. Un gatto tigrato sonnecchia sul fauteuil mentre la colazione viene servita: brezel, croissant al burro, caffè nei bicchieri di vetro. Lo studio di Stefan Diez sta lentamente scaldando i motori: «È lunedì», puntualizza il designer tedesco. Lo spazio, nel quartiere di Glockenbach a sud del centro storico di Monaco di Baviera, è un’ex-offcina riattata in fondo a un sentiero nel bosco, dove pressoché ogni cosa è stata costruita da Stefan, il suo team e suo padre, ebanista di quarta generazione. Anche lui ha iniziato così, frequentando la falegnameria ancora bambino. Di allora rimangono due ricordi tangibili: la cicatrice sul polso destro («Me la sono procurata con un macchinario, disobbedendo ai miei genitori») e un tavolo da lavoro montato su ruote retrattili di cui mostra con orgoglio il meccanismo («L’ho fatto che avevo 12 anni»). La passione per gli aspetti tecnici non gli è mai passata e l’esprit de finesse è possibilmente la sua cifra stilistica. In quindici anni ha realizzato progetti, tra gli altri, per E15, Emu, Hay, Rosenthal, Thonet e Wilkhahn, raccolti nella retrospettiva Full House al Makk di Colonia.

Da suo papà ha appreso a lavorare con le mani, ma chi è il suo padre spirituale?

Richard Sapper. È stata una figura chiave all’Accademia di Stoccarda dove ho studiato. Paradossalmente con lui non ho disegnato un mobile. Dichiarava, in maniera piuttosto provocatoria, il tema dell’arredamento privo d’interesse o forse riteneva che ce ne saremmo occupati in ogni caso, presto o tardi, perciò occorreva che prima sapessimo il fatto nostro.

Vale a dire, su cosa vi esercitavate?

Lampade a energia solare, attrezzi medici, automobili; cose così. Tant’è che quando a un certo punto negli anni 90 si assiste a un’ondata di rinnovato interesse per i mobili razionalisti portata dalla generazione che si è formata con Jasper Morrison in Gran Bretagna – tra cui c’è Konstantin (Grcic, n.d.r.) di ritorno in Germania – tutti vogliono saltare sul treno e io penso di andare nella direzione contraria. Mi ero già deciso a partire per gli Stati Uniti, quando il mio professore mi dice che un designer a Monaco cerca un assistente e vorrebbe proporre me. «Konstantin?» chiedo. «Sì» risponde. Alla fine rimango.

Ha lavorato con Grcic per tre anni. Vi somigliate?

Sono un suo grande ammiratore e ho imparato molto accanto a lui; ma proviene da una famiglia di artisti e collezionisti, mentre io di artigiani: credo che questo determini una visione profondamente diversa.

È per via delle di erenti vedute che se n’è andato?

Il fatto è che ho sempre voluto un mini universo per me e sapevamo entrambi che avrei lasciato l’impiego terminati gli studi. Un giorno vidi dei casotti qui nel parco che attraversavo per raggiungere l’ufficio e pensai che forse avrei potuto permettermene uno. La proprietaria mi chiamò mentre ero in tour in bicicletta in Spagna, disse che si era liberato qualcosa. Subito dopo affittai 25 mq in condivisione con un regista.

Poi il laboratorio è cresciuto, vi siete spostati.

Era proprio qui accanto. Ora anche mia moglie Saskia e diversi amici hanno l’attività in questo cortile, ho realizzato il sogno un po’ hippy di una piccola comunità: talvolta pranziamo all’aperto e andiamo a fare il bagno nel fiume al di là della strada.

A un certo punto il suo nome s’impose come designer di sedie.

Con Thonet: la 404 compie dieci anni e non è mai uscita dai riflettori. È una fortuna aver potuto realizzare la prima sedia con un’azienda dalla storia centenaria, mi ha costretto a guardare indietro e a “fare i compiti”. Michael Thonet ha inventato una tecnica per curvare il legno, l’ha applicata in lungo e in largo, ha segnato il territorio. Cosa potevo fare io? Ogni ulteriore declinazione sarebbe stata manierismo. Il giusto punto di partenza era avere lo stesso approccio, cioè ideare una tecnica inedita da esplorare per i prossimi decenni. Non sono arrivato a tanto ma ho capito una cosa: l’importanza di progettare il processo.

Lezione tornata utile per altre sedute.

Senza la 404 non ci sarebbero la Houdini per E15, realizzata con fogli di legno impiallacciato incollati a mano. E nemmeno la Chassis, frutto di un processo diametralmente opposto, ovvero ci siamo dovuti inventare uno stampo per il metallo fuso trovando un produttore disposto a trasferirci le sue conoscenze sul comportamento dei metalli. Questo è il lato triste della vicenda.

In che senso?

La Chassis richiede uno stampo molto costoso, ma per dimostrare all’azienda, la Wilkhahn, che poteva essere realizzata, abbiamo studiato la tecnologia assieme a un produttore austro-olandese, che poi non ha ottenuto la commissione per la produzione su larga scala. Il dramma è che se per il mio studio è stato un processo intellettualmente arricchente, dall’altra parte non sono riuscito a proteggere il produttore: perché c’era chi, una volta svelata la ricetta, acconsentiva a un prezzo più basso. Nell’industria oggi è poca la disponibilità a investire, la situazione non appare più florida, ma si dovrebbe far meno e meglio. C’è bisogno di maggiore etica.

A volte, perché l’industria non è disposta a correre rischi, subentrano le gallerie.

Sì, ma io non credo nel design di pezzi unici, non come punto di partenza. Occorre difendere l’industria affinché il sistema sia sostenibile: significa assicurarsi che un prodotto con contenuto d’innovazione non raggiunga soltanto una nicchia di privilegiati.

A Colonia ha raccolto nella sezione Invisible projects progetti non andati in produzione. Li ha esposti, quindi sono importanti per lei.

Lo sono perché mi ricordano il limite oltre il quale il design smette di essere tale e diventa arte. Il nostro lavoro consiste nello spostare più in là i confini del possibile, ma questo signica anche incontrare le possibilità produttive dell’industria. Dobbiamo costruire le condizioni per continuare a giocare il nostro gioco.

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